Chiarelettere

L’invenzione degli animali

 
 
 
 

In un futuro prossimo, un gruppo di brillanti neolaureati viene assunto dalla Ki-Kowy, azienda ricchissima, capillarmente estesa, una “rete mobile, mutevole, cangiante, adattiva, predittiva, a maglie larghe, autoimplementativa, capace di ripararsi da sola, di evolvere secondo le caratteristiche dei suoi singoli nodi e quelle del mondo con il quale interagiamo”, p. 13.

In una delle principali divisioni della Ki-Kowy, il cui personale si occupa di ibridazione genetica, lavora Lucia Franti, protagonista de L’invenzione degli animali, romanzo di Paolo Zardi uscito nel settembre del 2019 per Chiarelettere.

Il lavoro di Lucia consiste, in poche parole, nell’allevare animali che hanno al loro interno organi umani, quindi potenzialmente utilizzabili per i trapianti. Ma cosa si prefigge davvero la Ki-Kowy? Garantire un futuro migliore all’uomo? O perseguire l’antico e folle sogno dell’immortalità? E quali i rischi, etici prima che biologici, intorno a una simile prospettiva scientifica?

L’ambiente in cui si svolge gran parte della vicenda – una Parigi non priva di ambienti lussuosi ma nel contempo controllata dai droni e assediata da bande di rivoltosi – è segnale di un mondo incoerente, socialmente squilibrato, dominato dall’individualismo; un ambiente, dunque, in cui i tentativi di mantenimento di un dignitoso grado di civiltà, di umanità, possono corrispondere solo a scatti individuali. Anche la dimensione amorosa, nel romanzo rappresentata dal rapporto tra Lucia e il nordirlandese Patrick, fidanzato e collega, è resa instabile dalle differenti psicologie e ambizioni dei due. Nonostante i momenti di intimità, il loro rapporto è attraversato da una sottile assenza di autentico abbandono, di autentica fiducia, che porterà la ragazza a dubitare addirittura della natura umana di lui: “A volte, parlando con Patrick, aveva l’impressione che lui potesse essere davvero un’invenzione di uno dei loro laboratori. Cosa distingueva un umano da un robot? E un animale da un umano? […] Avrebbe [Patrick, n.d.r.] passato il test di Turing senza alcun problema, ma a volte, mentre lo ascoltava, oppure quando lo guardava di nascosto scrivere un documento di lavoro o discutere per dieci minuti con un ciclista che gli aveva tagliato la strada, non riusciva a immaginare quali fossero i suoi pensieri: cosa sognasse, come avesse costruito la propria identità”, pp. 170-1.

Insomma, Lucia Franti è fondamentalmente sola col proprio acume e la propria curiosità. Acume e curiosità vieppiù stimolati dopo la morte di una cavia, che ingenererà comportamenti imprevisti negli altri animali, e una serie di conseguenze che danno alla seconda parte dell’opera un’atmosfera da thriller.

Più a fondo Lucia indagherà, aiutata da pochi e coraggiosi colleghi, più le vere finalità della Ki-Kowy saranno disvelate. Ma soprattutto, più la ragazza cercherà una risposta univoca e certa alle sue domande, più le si spalancheranno questioni morali complesse e, forse, per loro natura irrisolvibili: esiste il libero arbitrio, e qual è il suo limite? Gli animali hanno una coscienza? Fin dove è eticamente corretto progredire nelle scoperte scientifiche? E fino a che punto l’uomo può plasmare il mondo, illudendosi che esso sia apparecchiato a proprio uso e consumo?

“Sarebbero serviti anni di studio e di osservazioni sul campo per capire se gli animali del Pianeta [l’enorme zoo della Ki-Kowy in cui vivono gli animali ibridati con l’uomo, n.d.r.] stavano effettivamente parlando; se dentro di loro, nelle volute del cervello, in qualche anfratto della mente, esistesse quella capacità tutta umana di costruire grammatiche a partire dai suoni; ma lo scopo di quel gigantesco laboratorio era allevare bestie a cui togliere gli organi, e non capire in che momento, e sotto quali condizioni, nasceva la mente umana”, p. 216, corsivo nel testo.

Allora nel titolo del romanzo di Zardi si può individuare tanto un genitivo oggettivo (l’uomo che, paradossalmente, inventa nuovi animali in laboratorio) quanto un genitivo soggettivo: non solo per via di un’invenzione che faranno proprio gli animali (e che qui tacciamo) ma anche per il continuo inventare – per il continuo ricorso alla tecnica, alla tecnologia – da parte dell’animale uomo, all’inesausta ricerca di quel gesto che sappia sopravanzare la natura, annullare la morte.

 
 
 

Il libro del potere

 
 
 

Nel settembre 2016 la casa editrice Chiarelettere ripubblica nella traduzione di Valentina Abaterusso tre saggi di Simone Weil, riuniti sotto il titolo Il libro del potere (con l’introduzione di Mauro Bonazzi).

Il libro del potere_Esec.inddIn apertura e in chiusura del volume si leggono due contributi apparsi originariamente nei “Cahiers du Sud”, L’Iliade o il poema della forza, pubblicato tra il 1940 e il 1941, e L’ispirazione occitana del 1942; collocato al centro del libro è invece Non ricominciamo la guerra di Troia, uscito sui “Nouveaux Cahiers” nel 1937 (dove non diversamente indicato le citazioni sono tratte da questi tre articoli).

Se ciò che accomuna questi testi è senza dubbio la questione della forza, qui interessa osservare il movimento che percorre la scrittura dell’autrice, ossia l’attenzione al mondo e ai suoi limiti.

Simone Weil afferma che nessun essere umano può possedere la forza, che è propria del potere collettivo, esercitato da chi – insieme più o meno numeroso di persone o anche singolo individuo – di questo potere viene investito.

Infatti “l’uomo, considerato semplicemente come uomo, è sprovvisto di forza. Se gli si obbedisce in tale qualità, l’obbedienza è perfettamente pura. […] Ma quando si obbedisce agli ordini di un uomo in qualità di depositario di un potere collettivo […] se ne esce degradati”, p 89.

(altro…)

Abolire il carcere

 
 
 

Pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere nel 2015, Abolire il carcere è un libro che fin dal titolo formula una proposta chiara e necessaria: sopprimere il regime carcerario.

Senza mai ridurre la problematica a facili slogan o a banali giochi delle parti, e con un buon equilibrio tra narrazione e documentazione, gli otto capitoli che compongono il volume sono curati da quattro autori che della questione affrontano diversi aspetti.

In Perché osare è possibile, che apre il saggio, Luigi Manconi evidenzia Abolire il carcere_Manconicome l’identità tra pena e carcere non sia sancita dalla Costituzione italiana (“«le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»”, p. 13), ma sia da attribuire alle leggi ordinarie. Il carcere, ricorda Manconi, è una struttura rigida che non solo crea le condizioni per un aumento dell’attività criminale ma affligge anche il detenuto; tale degradazione si dà, allora, come vendetta, all’interno di una dimensione della pena intesa in senso retributivo, fino ai limiti della violenza istituzionale che culmina nel recare la morte del prigioniero.

Il secondo capitolo, Il carcere non è sempre esistito, curato da Stefano Anastasia, regala una sintetica ma puntuale rassegna storica della pena detentiva. Fino all’inizio dell’età moderna il carcere non è il “luogo di esecuzione delle pene” (p. 16) né vanta la centralità che gli si attribuisce oggi nel sistema penale. Molto interessante leggere come la nascita delle prime istituzioni detentive (le case di correzione in Inghilterra e in Olanda) si fondi sull’educazione e lo sfruttamento della forza lavoro di contadini inurbati.

Da modalità di controllo del vagabondaggio, superate le pene corporali, la punizione nel contesto della filosofia giuridica illuminista del XVIII secolo si farà poi corrispondenza temporale tra il reato e la pena e tentativo di nuove forme di rieducazione efficaci e utili alla produttività sociale.

Se già in Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria si manifestava “l’idea che si potesse fare a meno della pena di morte” (p. 18), non è forse il caso, suggerisce Anastasia, di sperimentare ora “nuove forme di composizione dei conflitti e di risarcimento dei danni da essi provocati” (p. 17), anche alla luce delle battaglie compiute per l’abolizione delle istituzioni totali, delle quali l’opera di Franco Basaglia è un chiaro esempio?

(altro…)