Carlotta Mazzi

Contro l’insonnia

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Smetti di preoccuparti. Appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli. Il tuo mondo sta andando a rotoli, ma non è colpa tua, hai fatto errori su errori, la tua vita fa schifo, tuo marito è freddo, tua moglie distratta, i figli crescono storti, scalpitano, scappano, i figli non ci sono, non sono arrivati o non li hai voluti, non c’è marito né moglie e ti senti sola, solo, non c’è lavoro oppure ce n’è troppo, non ci stai più dietro, sei stanco morto, una moglie, un’amante, il tetto da rifare, un buco nei calzini, sei esaurita, un marito, un amante, la cura dei genitori anziani oppure il pensiero di quando lo diventeranno, di quando dovrai farti carico di tuo fratello, di tua sorella, ti senti in trappola e ti mancano le forze, hai saltato la colazione e il pranzo, non te li puoi permettere, sei povero ed è colpa tua, hai perso soldi al gioco, te li sei bevuti o hai fatto spese inutili… ma magari!, almeno ti saresti divertita, invece soldi ne hai tanti, troppi, ma c’è un vuoto in te che i soldi non possono colmare nemmeno quando li dai in beneficenza… in verità, alle feste, se ti senti osservato, dici di voler donare tutto, ma non l’hai mai fatto, il fatto è che avevi delle ambizioni e hai fallito, non avevi ambizioni e ti senti già vecchio, vecchia e anche un filo depressa, vorresti cambiare vita, ricominciare daccapo oppure l’hai cambiata e vorresti tornare indietro, stavi meglio prima ammettilo, insomma il tuo mondo va a rotoli, hai l’impressione di non riuscire a tenere insieme i pezzi, però pensa, fai parte di una rete, di una maglia, sei un semplice nodo e da te partono semplici fili che raggiungono altri nodi, niente di più, più di tanto non puoi muoverti, nel bene e nel male ti sposti insieme al resto del tessuto, certo qualche filo può spezzarsi, ma non sarai mai libero di scappare e viceversa qualche filo può essere reciso, ma tu resti connessa a chi hai amato, magari solo per vie traverse, magari grazie a una bava di cotone e un bottone che ti sono rimasti in tasca l’ultima volta che hai salutato tuo padre, perché lui entrava in ospedale e non l’avresti più rivisto, perché alle tue spalle si chiudevano le porte del carcere e ci stai ancora dentro e te lo meriti, sei una ladra, un truffatore, sei al fresco per spaccio, ma c’è di peggio: spesso hai pensieri strani, oppure ti muovi senza pensare, fai cose a caso, dai retta a gente senza scrupoli o decidi sempre di testa tua e poi nessuno è disposto ad aiutarti, a perdonarti e quando credi di aver finalmente imboccato la strada giusta, aver rimesso i debiti, aver saldato i conti, ecco che ti capita un colpo di sfortuna, una storta alla caviglia non può essere colpa tua, eppure sei di nuovo a terra, ora tutto ti sembra senza senso, inutile, vano e alzarsi non è facile, non è mai stato facile, con gli anni poi anche le forze ti stanno abbandonando, non ti resta che guardare la televisione sul divano, ti senti un pensionato e magari invece sei molto giovane ed è la prima volta che cadi e ti immagini che questa cosa sia successa solo a te, sei il primo al mondo a provare un dolore simile, nessuno può capirti e quando per strada incontri uno sguardo amico o il sorriso di uno sconosciuto sotto sotto c’è la fregatura, l’offerta libera per i tossici, un nuovo contratto telefonico oppure inaugura un ristorante. Non te ne importa niente, hai ben altri pensieri al momento, sono passati gli anni, hai perso amici, amanti, amori o genitori che forse non erano i tuoi, però niente scompare, c’è continuità nella materia, considera il carbonio, quello nella tua pelle stava già nella corteccia di una pianta nell’Età della Creta e il ferro nel tuo sangue è stato prima in un lupo e poi in un agnello, è un ciclo ininterrotto, come quello che ti provoca emicranie ogni mese, emicranie oppure mal di denti, reumatismi, nevralgie, tutti i giorni ce n’è una, non si può mai star tranquilli, per non dire di peggio, un tumore, un infarto, una figlia malata, lì è sufficiente il pensiero a tenere svegli, ma la stessa cosa vale se a star male è il tuo cane, d’altronde ci fanno compagnia da 50.000 anni, sono di famiglia e come il resto della famiglia sono un sostegno e un impegno, un aiuto e un intralcio, chi ti sta più vicino ti protegge, ti coccola, ti comanda e ti tortura, era già così quando i nostri antenati animisti sedevano attorno al fuoco raccontandosi storie, le stesse storie che ci raccontiamo oggi, le stesse paure, la stessa insonnia curata dando un senso ai fulmini e alle stelle, alla vita e alla morte, magari un senso arbitrario, magari un senso sbagliato, erano uomini e donne spaventati, cosa si poteva pretendere e anche tu sei un uomo che ha paura, una donna spaventata, non ti si può chiedere di più, hai fatto quello che hai potuto, che ti è riuscito e se hai fatto degli errori e li hai pagati stai a posto e se l’hai scampata e te la ridi sei un bastardo, sei una stronza, ma c’è spazio anche per te su questa terra, sei nel paesaggio, sei il paesaggio insieme a piante e vegetali, insieme alle montagne, ai fiumi e agli animali, per cui smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli…

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, quiqui e qui.

 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 

Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado. Alcune mie tavole sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Orrore, meraviglia

 
 
 

Aiutare, insopportabile presunzione, è dire: ascoltami, so io come si fa.

Ma naturalmente nessuno sa come si fa più degli altri.

Allora aiutare, subdola disperazione, in verità è dire: ti prego, ascoltami, dimmi che io so come si fa.

 

Scrivere con l’intenzione di aiutare è dire: ascoltatemi, lettori, so io come si fa.

Vi prego, lettori, ditemi che io so come si fa.

Se invece scrivere fosse sempre una richiesta di aiuto, un gesto che nascesse dalla consapevolezza di una mancanza, di un bisogno…

Non per ricevere aiuto dai lettori, ma per testimoniare le mancanze e i bisogni di noi tutti.

Per testimoniare che le mancanze e i bisogni sono uguali per tutti. Che, nonostante i presunti vantaggi (io guadagno più di te, io parlo l’inglese meglio di te, io sono stato a Naypyidaw e tu no), al mondo non esistono privilegiati.

Per testimoniare che al mondo – orrore, meraviglia – siamo tutti uguali.

 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 
 
 

RICONOSCIUTA

 
 
 

di Stella Poli
 
 
 
 
L’hai riconosciuta da un tatuaggio. Ti hanno mostrato solo quello, d’altronde. Era coperta da due teli spessi: uno fissato attorno al seno, come se lo annodava lei quando usciva dai suoi lunghi bagni alla lavanda. L’altro le copriva il collo e il viso, un po’ rimboccato. Ti hanno chiesto, con garbo, se riconoscevi le due rose che le aveva tatuato Sonja sulla clavicola, il giorno che tuo padre se n’era andato. Hai detto solo sì, anche se non sembravano più quelle, il brigadiere ha fatto un cenno con la testa e, per un po’, non ha saputo cosa aggiungere.

 

L’avevate aspettato quattro giorni, tuo padre, lei sperava tornasse, chissà perché poi, per Pasqua, per il banchetto coi cugini, nell’aia. Passavano, in quei giorni, a turno, alcune donne a vegliarvi, come un lutto ma attutito.

La nonna taceva. Aveva i capelli ancora scuri, la nonna, come i tuoi, con una riga dritta in mezzo. Tu avevi gli occhi di tua madre, azzurro chiarissimo: come il ghiaccio che non si sa se tiene, diceva la nonna, con una certa riprovazione nella voce.

 

Siete scappati di martedì, le uova sode colorate con la cipolla in un fazzoletto di seta damascata e un maggiolone nero, che tua madre guidava troppo veloce. Ti sembrava magnifica, tua madre, gli occhiali scuri fino al tramonto, che lanciava sigarette fumate a metà fuori dal finestrino e pensava di ingannarti piangendo da un occhio solo.

 

Quando siete arrivati in quel paesino d’Appennino di provincia vi ha accolto un rosario straordinario, indetto in fretta e furia dal prete, resosi conto della situazione: tua madre era alta, bellissima, comunista. Sfrontata come i serbi di mare, sola. S’invocava aiuto dal cielo, ce ne fosse.

 

È uscita un giorno di sole a cercare lavoro. Era rientrata a sera tarda, con una ruga verticale incisa dai rifiuti in mezzo agli occhi. Aveva in mano però una corona d’aglio e cucinò lo stesso i cevapcici, come fosse festa. Pianse di notte, quando pensava tu dormissi già.

 

Trovò settimane dopo lavoro fuori dal paese, tornava tardi, tu cucinavi zuppe rudimentali che lei mangiava sempre con grandi lodi. Forse fu la voglia di crederle che ti fece scegliere poi una scuola per cuochi. Ma hai smesso presto di andarci. Suonavi il basso, ma senza convinzione. Piacevi alle donne senza curartene, come in patto di fedeltà triste.

Tua madre, anche, provò due o tre volte a innamorarsi, ma finì così male che si tagliò i capelli. Voleva aprire un negozio di prodotti serbi, perché non ne poteva più di struggersi per il formaggio dolce da mettere nelle palachinke.

 

Era scomparsa da ventisei giorni, quando ti hanno chiamato. Non le davano i permessi, per il negozio, marcivano nel retro dei sir che i creditori si vergognavano a chiederti di pagare.

 

Appena hai riattaccato la telefonata del commissariato, hai aperto una bottiglia di rakja tenuta in una credenzina di mogano speciale. Sapevi da giorni come sarebbe andata a finire e sapevi che saperlo, a grandi linee, non avrebbe aiutato affatto. Sei andato in motorino, da solo. Hai fumato una lunghissima sigaretta prima di entrare.

 

Hai detto un paio di volte più del necessario , è lei. È lei. È lei. . È lei.

Volevi chiedere dove l’avevano trovata, ma all’ultimo hai pensato non servisse. Te lo dicono comunque, con lo sguardo basso: incastrata in una gora, ottanta chilometri più a est. Aveva due sassi legati con delle corde, ti dicono anche, pensando forse che desiderassi saperlo. Uno per polso, aggiungono, poi portano dei moduli che firmi senza una parola.

 

Torni a casa, ti versi dell’altra rakja, chiami me, chiami Sonja intanto che ti raggiungo.

Sonja dice magari lo dico io a tua nonna, tu pensi sia una buona idea.
 
 
 
 
Mi chiamo Stella, ch’è un bel presagio. Da piccola non volevo mai dormire, mi piacevano le storie. Ho un dottorato in filologia, dodici traslochi alle spalle, voglia di mettere radici.
Sono implacabilmente felice il primo secondo dopo essermi tuffata in acqua e le sere che torno in bicicletta d’estate e non fa freddo. Le volte che sono implacabilmente triste è più complicato.
 
 
 
Illustrazione originale di Carlotta Mazzi
 
 
 
Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado.