Carlo Sperduti

 
 

di Carlo Sperduti

 
 
 

L’Oceano Atlantico ridotto in rivoli s’introduce in una chiostra di denti aguzzi e stratificati come cascate e ruscelli tra monti e valli. Siamo in qualche migliaio, affiancati gli uni agli altri in queste capsule diafane, a poterlo vedere. Fluttuiamo, ognuno solo in una sfera, ma possiamo guardare – guardarci – in ogni direzione, i fianchi della ragazza a sinistra.

Ho pagato una cifra inverosimile per trovarmi qui, ora, a qualcuno che non è dei nostri, qualcuno che ci ha affittato – che ha abbandonato a noi – le sue bolle trasparenti ed è fuggito con gli altri, anni luce più in là, un là che non conosco, che non m’interessa. Noi siamo rimasti, alla giusta distanza dal pianeta, con la migliore visuale possibile. Ho pagato in denaro e in disprezzo di amici e genitori – affetti, dicono, ma affetti ha due sensi – che non hanno capito, fuggiti anche loro, la salvezza della razza, il ventre della ragazza a sinistra, non ci si salva davvero o solo così.

Ora si distingue l’altorilievo: Cina, Mongolia, Russia e Kazakistan sollevate insieme. Si distinguono anche le dita. Dopo quel colpo, appena un mese fa, sarebbe stato impossibile nascondere i fatti: le Bìnotizie sono piovute come la pioggia di novemila anni fa di cui nessuno ci aveva parlato prima: abbondante, pesante, viscosa, si è infiltrata al di sotto della crosta terrestre, dal fondo di mari e oceani o dalla superficie dei continenti. L’inquinamento, l’effetto serra, le deforestazioni, i virus, le guerre, i rifiuti tossici, le armi, gli esperimenti nucleari: tutto il male della storia trasformato in bene, pochi chiarimenti sufficienti, per tentare di uccidere Bì, abortire, il rapporto nuca/collo, il rapporto naso/bocca della ragazza a sinistra che infila una mano sotto la gonna.

La testa è completamente fuori, l’oceano dentro, una zampa ha rotto il guscio asiatico e uno sguardo a destra e a sinistra frantuma America, Europa e buona parte dell’Africa. Bì ha uno sguardo neutro, innocente, forse ci vede o forse è troppo presto, forse è affetto che provo nei suoi confronti. A sinistra il movimento che so per istinto, nell’altra bolla: non la sto guardando ma avverto il movimento. Mentre fisso i miei negli occhi di Bì e frammenti del pianeta si disperdono nello spazio, ho un’erezione. Mi volto a sinistra: la gonna le nuota intorno con gli altri indumenti e due dita si muovono in basso, la bocca socchiusa, i seni leggermente cadenti che indicano Bì. Distolgo lo sguardo, il tizio a destra si è già tolto i pantaloni.

Bì non ha più il suo guscio addosso, i movimenti liberi, emette un suono che non so dire, che ci sposta indietro e ci fa procedere al largo in deriva. Mi guardo intorno, vedo gli altri e le altre: fanno tutti la stessa cosa. Io sono tra gli ultimi a cominciare, guardo la ragazza e guardo Bì, stiamo ancora aspettando il meglio e già ci allontaniamo. Bì ripete il suo richiamo e ora è la ragazza a guardarmi guardarla. Lei finisce e chiude gli occhi serena, umida, li riapre e guarda altrove, girandosi, indietro come il nostro viaggio accelerato dal terzo richiamo di Bì. Mi giro anch’io.

Da una distanza che non calcolo, si avvicinano il padre e la madre.

 
 

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato, con Intermezzi Editore, Caterina fu gettata (2011), Valentina controvento (2013), Ti mettono in una scatola (2014); con CaratteriMobili Le cose inutili (2015); con Gorilla Sapiens Edizioni Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (2013), Lo Sturangoscia (2015, a quattro mani con Davide Predosin). È in uscita per Gorilla Sapiens Edizioni, a marzo 2016, la raccolta di racconti Sottrazione.

 
 

Illustrazione originale di Giorgia De Maldè.

 
 
 

Le cose inutili

 
 
 

Come ne Lo sturangoscia, scritto a quattro mani con Davide Predosin e recensito su questo blog, anche ne Le cose inutili (uscito per CaratteriMobili nel marzo nel 2015) Carlo Sperduti si diverte a sbaragliare le attese del lettore che confidasse di rinvenire in un’opera narrativa una trama e una forma per così dire mansueti.

Partiamo dalla trama. Suddiviso in quattordici capitoli e un epilogo non ordinati cronologicamente, Le cose inutili abbraccia un periodo di tempo che va dal 2014 al 2020 e ci racconta del fallimentare matrimonio tra Irene Abbandando e Vlado Merletti, milionario alcolizzato. Irene Abbandando, che si innamorerà dello studente Antonio, inventerà un indumento intimo di successo internazionale: le mutandem, ossia le mutande da indossare in coppia, disponibili in una gamma di modelli dall’ampiezza davvero sorprendente; dal canto suo, Vlado Merletti non darà più notizia di sé, se non inviando periodicamente ai due compagni di bevute – Gioio e Amando – lettere contenenti dettagliati resoconti della sua ricerca, in giro per il mondo, di oggetti decontestualizzati.

Già i nomi dei personaggi, le loro occupazioni e i loro destini appaiono svincolati dai criteri minimi di plausibilità; la trama, dunque, come intreccio di esistenze così votate all’assurdo, non avrebbe potuto che rivelarsi un continuo nonsenso.le-cose-inutili_copertina_stampa-copia

E la forma? Ne Le cose inutili i giochi linguistici prendono spesso il sopravvento sugli avvenimenti narrati, quasi che lo stesso Carlo Sperduti, al pari di Vlado Merletti e degli altri protagonisti del libro, patisse una sorta di sindrome da evasione dalla realtà: se essi tendono a sbalzare fuori dall’ambito della logica, egli è incline a smarrirsi nelle infinite possibilità di sofisticazione di significati e significanti, come mostrano – rispettivamente – questi due esempi: “Si trattava della stessa calca che Irene pareva invece penetrare con la stessa facilità con cui la penetrava”, p. 101; “Parigi! Città dalle mille sfaccettature e dai tanti accenti sull’ultima sillaba, in cui il rapporto col prossimo si fa talvolta difficile, insidioso, e la conversazione langue: française”, p. 60.

Sperduti, inoltre, ci offre alcune inedite e gustose contrazioni semantiche: giacché la pavimentazione del Baranoia, il locale frequentato da Merletti, è composta da piastrelle ottagonali di cotto, all’autore verrà spontaneo chiamarle “cottagoni” (p. 10).

Tuttavia, più sovente l’effetto comico è assicurato dall’opposto procedimento della dilatazione, come se lo sviluppo narrativo si fermasse a specchiarsi e rimanesse incantato da se stesso: “i bicchieri erano diventati senza alcuna opposizione sette, poi otto, poi sòtto, poi ètte, finché Vlado si era convinto che al settimo fosse seguito l’ottimo e che in ciò non ci fosse nulla di male”, p. 42; “La scena si svolge il mattino successivo ai fatti della serata precedente al mattino successivo”, p. 54. (altro…)

Lo sturangoscia

 
 
 

Lo sturangoscia è una folie à deux di Davide Predosin e Carlo Sperduti, pubblicata da Gorilla Sapiens Edizioni nel febbraio 2015.

Già il titolo, la copertina di Elisa Macellari e la prefazione (studiatamente impalpabile) firmata da Alessandro Sesto preparano il lettore a questo libro inconsueto.

Lo Sturangoscia cover frontNella struttura, Lo sturangoscia si presenta come un dialogo epistolare tra i vari protagonisti, bizzarri sin dai nomi (due esempi: Girolamo Mercuriale Trincavella e Caio Millesimo Palazzoni).

Poi ci sarebbe la trama. Che però qui, come i significati lo sono per la parola poetica, è forse un pretesto forse un ostacolo. Rendiamone brevemente conto: lo sturangoscia è “una pompa idraulica portatile […] molto utile per estirpare quello spiacevole e indefinito senso di disagio che spesso spinge le persone, tra le altre cose, a occuparsi di questioni ultime” (p. 21). Lo strumento, sottratto al suo inventore Filottete Vasca da un non meglio precisato Autorevole Amico, sarà al centro di una serie di avvenimenti rocamboleschi; e a ben vedere, la sua funzione potrebbe valere metaforicamente da chiave di lettura di questo volume.

Nel senso che Lo sturangoscia è una bella prova di libertà di scrittura e di pensiero, come si legge già nella prima pagina, ruggente di sgangherata e irresistibile inventiva: “Io che l’avevo sempre stimata – persona seria, mi dicevo, il nostro postino, uomo assennato, nonché coraggiosissimo, motorizzato, latore di missive commerciali giuridiche e non – scopro invece che lei adora farsi fotografare nelle fogge più sconvenienti, come quella in cui, vestito da artiodattilo bovide giallo, finge di adirarsi selvaggiamente davanti a un Sistemone Paperone non vincente” (p. 13). (altro…)