Carlo Sperduti

Le regole di questi mondi – Deriva

 
 
 
 

“L’importante è non aprire: non per legge ma per buon senso. A ogni apertura qualcosa penetra dall’altra parte: un cassetto è un pericolo, l’anta di un armadio un pericolo maggiore, la finestra il terrore, la porta di casa fa perdere la testa al solo pensarla dischiusa” (Le regole di questi mondi, p. 19).
 
Le regole di questi mondiNon aprire: è questo il precetto più dirompente che si può trarre dal nuovo libro di Carlo Sperduti (Pièdimosca edizioni, 2022). Nel racconto La situazione attuale non si dice ciò che potrebbe entrare dallo spiraglio – in altri racconti sarà la luce, un assassino con un barattolo, un drago – ma qui la minaccia resta ignota e il pensiero allora va al lavoro precedente dello stesso Sperduti intitolato Deriva (Pièdimosca edizioni, 2021). “Socchiusi, quindi, [la finestra, ndr.] con un coraggio non mio, […], e Sofia, calandosi dalla parete esterna su cui aveva fatto aderire il corpo, […] entrò con un unico movimento da rettile bello e preoccupante” (Deriva, p. 117).
 
Deriva e Le regole di questi mondi (Regole da qui in avanti) sono due raccolte di racconti uscite a un anno di distanza che dialogano in maniera esplicita, collegate da affinità stilistiche e da un impianto teorico comune, ma anche da intere locuzioni riportate pressoché identiche in entrambi i lavori quali, ad esempio, l’immagine di uno sciame di efelidi sulla pelle (Deriva, p. 75 e 137; Regole, p. 106) oppure la descrizione di sé stesso come di un entità diffusa (Deriva, p. 91; Regole, p. 32).
 
Viene spontaneo allora parlare di entrambi i libri nella stessa recensione, come se fossero uno l’emanazione – sequel? prequel? spin off? – dell’altro. Ma quale uno? Quale altro?
 
DerivaTre le storie raccontate in Deriva, intitolate semplicemente 1, 2 e 3.
 
1 è ambientata in un albergo destinato a un solo ospite “…anche se di tutti i colori. Chissà, forse avrò occasione di raccontarle dell’uomo che aveva solo il sesto senso, della donna che salvava il mondo tre volte al giorno […], del tizio che viveva nel milletrecentodue e la cosa le assicuro era contagiosa” (Deriva, p. 35). Gambino è un ospite-parola, così definito poiché apparso in una frase, e dialoga con Filomena, la padrona di casa, una donna-luogo pronta a ospitarlo in tutti i sensi.
 
2 racconta la difficile relazione tra un personaggio senza nome affetto da scomodissime paralisi intermittenti e Sofia, la creatura aliena già incontrata all’inizio di questa recensione, in un mondo post-apocalittico in cui è obbligatorio uscire di casa per socializzare.
 
3 è un manuale tecnico-scientifico contenente le istruzioni per operare il parto cesareo alle alture, colline e montagne, incisione necessaria a favorire la “nascita di quella che in gergo è chiamata Filomena” (Deriva, p. 100).
 
Ventotto invece i racconti della più recente raccolta, suddivisi anch’essi in tre parti: Tema della soglia, Tema del corpo dello spazio del tempo, Tema della parola.
 
Del Tema della soglia abbiamo già detto. Nella sezione Tema del corpo dello spazio del tempo troviamo , lavoro comparso a suo tempo in questa rivista come inedito, dove è il pianeta Terra, e non sono le colline di 3, a partorire una creatura, un bebè mostruoso capace di inghiottire l’intero Oceano Atlantico.
 
L’accostamento corpo/luogo è uno degli spunti più interessanti delle due opere, in grado di rompere equilibri e consuetudini, di disorientare il lettore ingenerando un senso di straniamento: “…sempre meno controllo del mio corpo di qualcun altro, muovendoci e muovendomi mi urto mi uso ho continui dolori ai fornelli, ai piedi, alle pareti e agli interruttori, continui e più intensi; una sensazione di tubature come ossa e di me come?” (Regole, p. 32) dice il protagonista di Uscire dentro, mentre Filomena si lamenta di un problema simile: “…se cadevo mentre l’effetto del farmaco andava scemando il dolore era doppio: quello del mio corpo a terra, quello della mia terra a corpo: ci cadevamo incontro” (Deriva, p. 103).
 
Il desiderio dei personaggi, che è anche un destino, di entrare a far parte del paesaggio non può però essere realizzato senza il tramite delle parole e la consapevolezza che anche le parole sono luoghi. “…un luogo è anche una persona, voglio dire che una persona è anche un luogo, io sono un luogo, un linguaggio è di sicuro un luogo e viceversa, […] e le singole parole? Pure le parole” (Deriva, p. 106).
 
Al tema della parola è dedicata la terza parte delle Regole. L’universo di Sperduti non è composto da atomi letterari necessariamente comprensibili: si percepisce l’esistenza di regole, ma parafrasando il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, meglio si conoscono le regole, peggio se ne potranno comprendere le cause o gli effetti. “…la porta sarà chiusa, io al buio e lei di là oltre il rettangolo di luce, quando non potrò più alzarmi a controllare la mia Anna di Schroedinger e io non sarò più in alcun modo se non diffuso” (Regole, p.32).
 
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Commedie del vespero e della notte

 
 
 
 

Dopo Piccole apocalissi (2020) Livio Santoro affida a Edicola Ediciones un secondo volume di prose brevi e brevissime, Commedie del vespero e della notte (2022), continuazione e perfezionamento della ricerca del primo. Se quello, nella sua voluta eterogeneità, assemblava materiale perlopiù slegato in un catalogo di possibili esiti della micronarrativa, l’idea di questo è sin dal principio unitaria e i suoi trentanove racconti vi si collocano in subordine a una precisa logica organizzativa e a una sostanziale coerenza stilistica, tematica e di genere. Quest’ultimo è il fantastico, inteso nella composita accezione propria del lettore assiduo di Borges, Cortázar, Bioy Casares, Wilcock, Manganelli, Calvino, Landolfi: alcuni dei modelli dichiarati dell’autore.
 
Commedie del vespero e della notteIl peculiare fantastico di Santoro si attua per alcuni elementi fissi, tra cui vale la pena evidenziare, dal punto di vista stilistico, un uso straniante della lingua; da quelli retorico e tematico, l’iterazione e la ciclicità: del tempo, della materia. Tre costanti il cui accorto intreccio perviene a una formula ben riconoscibile e solo parzialmente derivativa: si tratta di punti fermi di cui le singole narrazioni appaiono come naturali filiazioni, senza per questo sottrarre al lettore la sensazione di trovarsi, letteralmente e letterariamente, in un altrove poco rassicurante, in cui a un metodo rigoroso fa da contraltare un disorientamento ontologico.
 
Qui s’incontrano esseri abnormi in cui si entra al fine di non essere mai esistiti, creature che agiscono per sottrazione sull’equilibrio del loro universo con gli inimmaginabili tempi di emivita di un isotopo di uranio, popolazioni la cui ascesa al cielo è assicurata da “precetti d’igiene e cosmesi nella cura del corpo” (p. 22, in Preghiera dell’ascesa dal Kohr), autofagie, edilizia emotiva e altro ancora.
 
Le categorie di iterazione e ciclicità sopra citate trovano la loro prima applicazione nella struttura dell’opera, le cui narrazioni si dispongono secondo uno schema a catena: la contiguità dei testi è dettata da un elemento che trapassa dal precedente al successivo e che di volta in volta può essere individuato in un’ambientazione, in un nodo concettuale, in un tema narrativo, in una caratteristica comune dei protagonisti, in un sentimento.
 
Il libro è inaugurato proprio dall’idea di un tempo circolare che accomuna i primi due racconti, Repetita Iuvant e Il ventunesimo corso, seguiti da Per trentasette piastre di bronzo che si aggancia al secondo per via dell’inconoscibilità del personaggio narrato – tema che tornerà più avanti, non senza una buona dose di umorismo, ne L’Anniile –; il quarto racconto, Saša Valanis nell’effimero cielo del sonno, condivide con il terzo l’espressione di un desiderio di annullamento. E così via, fino al racconto centrale che dà il titolo al libro e oltre. L’ultimo racconto, Per aspre selve e radure apriche, si riconnette idealmente al primo. In questo si narra di un’azione ripetuta, forzata e incomprensibile: il protagonista viene obbligato per centinaia di giorni a scavare centinaia di fosse e ognuna è quella in cui cadrà cadavere; in quello si narra di un’azione ripetuta, volontaria e inane: l’attento ascolto quotidiano della scaturigine di un torrente nel tentativo di comprenderne la lingua.
 
L’effetto generale del libro è efficacemente riassunto dall’incipit di Oracoli deludenti: “Non troverai nulla dopo le montagne. Nulla al di là del fiume e neanche spingendoti oltre. Né tornando indietro sui tuoi passi troverai qualcosa, e nemmeno restando senza muoverti dove sei, questo va da sé. La verità, la desolante verità con cui avrai necessariamente da confrontarti, è che non troverai nulla di ciò che cerchi perché in nessun luogo esiste.” (p. 85).
 
Se ciò non bastasse a produrre smarrimento, interverrebbe l’altro aspetto, quello linguistico, che forse più di tutti fa di questo libro un oggetto di estremo interesse: le scelte linguistiche di Santoro, prima ancora dei suoi argomenti e temi, ne posizionano la scrittura su un piano non facilmente additabile, esattamente come i luoghi, i tempi e i personaggi messi in scena, e lo fanno per una via che parrebbe la meno consona a destare stupore o a restituire un senso di novità, e che risulta al contrario la più efficace: il deliberato anacronismo lessicale e sintattico.
 
Se Landolfi ci ha dimostrato, con La passeggiata, quanto irreale può essere il reale se filtrato da una lingua desueta o laterale all’uso comune, Santoro ne riprende la lezione, tra parodia e omaggio, ponendo il discorso, attraverso la lingua, altrove: elevando cioè al quadrato il suo fantastico, che potrebbe sussistere – linguisticamente, appunto – perfino in assenza di una narrazione fantasticamente orientata: “Fiammelle di metano e fosfina sopra il quieto marese, come da minime pire e brevi, irradiavano d’effimeri albori l’acquitrino al crepuscolo, mentre d’attorno gli sporadici gorgoglii delle sodali garzette s’aggiravano lievi, diradandosi tra gl’inchinati salici ed il fitto equiseto, salvo arrestarsi dipoi sull’alte pareti e dirupate poste a margine della lama del compost, avvallato traguardo e postremo della momentanea mia forma.” (p. 80, dal racconto Al desiato brago).
 
Più che la mera incredulità, ciò che i racconti di Santoro chiedono di sospendere è l’intero nostro sistema di pensiero.

 
 

(Carlo Sperduti)

 
 

15 dicembre 2021

 
 
 

Cari lettori,

la redazione di Squadernauti si modifica e amplia.

Dopo più di sette anni, Giovanna Piazza lascia la co-gestione del blog. Da oggi, ad affiancare Claudio Bagnasco ci saranno Agostino Bimbo, Giovanni Locatelli, Giulio Neri, Carlo Sperduti, Chiara Stefanacci, Gianni Usai e Lara Zambonelli.

Non muterà l’atteggiamento frontale nei confronti della parola, che – almeno nelle intenzioni – caratterizza questo spazio letterario.

L’ampliamento della redazione porterà ulteriori energie e idee, oltre a pubblicazioni più frequenti. E chissà quali novità che solo seguendoci potrete scoprire assieme a noi.

Un benvenuto, dunque, ai nuovi redattori.
E ai lettori vecchi e nuovi: bentrovati.

Claudio Bagnasco e Giovanna Piazza
 

 

Cari voi,

dopo sette anni di intenso scambio umano e letterario quasi quotidiano e intesa di rara bellezza con Claudio nell’ascolto della parola, sento che il tempo dell’avventura squadernautica è per me terminato.

Ringrazio tutti i lettori, i non pochi editori che hanno dato fiducia al nostro sguardo, i tanti autori che ci hanno contattato, affidando le proprie opere alla nostra attenzione, e gli scrittori e le persone incontrati – veramente incontrati – attraverso Squadernauti.

Alla nuova redazione auguro di cuore l’entusiasmo della lettura del mondo degli altri e la gioia di condividere questa esperienza come coro di anime in ascolto.

A Claudio, non senza commozione, giunga tutta la mia gratitudine, muta e viva come un paesaggio, e l’affetto profondo per questo cammino condiviso come due fedeli compagni di parola.

Un abbraccio,

Giovanna

 
 

Esterni

 
 
di Carlo Sperduti
 
 
 
 
ROTAZIONE

In un punto della notte, ogni notte in un punto diverso, il paese dorme di un sonno sincrono. Non sa, la sua parte umana, di esistere, o torna a non esistere: ignorano se stessi uomini e donne, non hanno modo di assistere a legni pietre vetri metalli in concorso d’intenti, custodi gelosi della ruota degli esposti, perno di un’inversione che incomincia dalla piazza.

Ben piantata sul suo asse, la bussola girevole è un sole, nero come un buco; la chiesa le gradinate il pozzo il municipio prendono a orbitare; continuano, gusci concentrici fino agli estremi del borgo, a proteggerla.

Terminato un giro completo di questi, è quella a incominciare il suo: non già dall’esterno all’interno, a celare un abbandono di carne indesiderata, ma in senso inverso, desiderosa di offrire in piazza Verdi ciò che non sarà offerto.

L’unanimità del sonno si rompe puntuale in una o più case prima che il secondo emiciclo sia percorso, per impazienza di una rivelazione o terrore della stessa. La ruota si arresta.

Chi schiude gli occhi in quel frangente scruta il nero aguzzando l’udito, destato da un suono non suo solamente immaginato; rimane impigliato un minuto in uno spostamento di sensi, stridente con la vita come un ausiliare sbagliato in un libro. Trasporterà in sé un rimpianto senza oggettoalcuni-cerchi-1926 che talvolta, nell’attraversare la piazza, scalcerà dall’interno come un figlio inconsapevole, lasciandolo smagato.

 
 
 
 
DILUVIO

Sotto un balcone striminzito, c’è appena spazio per la ragazza senza ombrello. La pioggia battente da più di mezz’ora, a scrosci impietosi, è diritta e pesante nei dintorni del tramonto.

Dal lato opposto della via, benché la distanza sia breve, si distingue appena, tra innumerevoli interferenze acquose, l’insegna ad arco luminoso delle figlie di San Camillo; il 409 s’affatica e quasi nuota nella strada fatta pozza.

Al di qua della volontà, un esercizio d’infanzia ritorna per noia: catturare con gli occhi una singola goccia, agganciandola nel lampione illuminato qualche metro sopra il capo per accompagnarla all’incontro col suolo: interrompere il flusso di processi non còlti. Età differente, identica frustrazione.

Se per un movimento accidentale del capo, però, un’incalcolabile frazione di tempo e un irrintracciabile itinerario di luce s’incontrassero, di ogni goccia s’ingrandirebbe a dismisura il contenuto, come sotto uno sguardo d’impossibile lente, e lente si vedrebbero le gocce cadere con aggiuntiva manipolazione temporale.

In una, un millimetrico signore saluterebbe distinto a precipizio; in altra, fortezze si schianterebbero al suolo in formidabili crolli; di qua un intero pianeta si sfalderebbe con sordo tonfo di tuffo imperfetto; di là un sistema solare si accartoccerebbe in un attimo contro un tetto d’automobile: nanometriche apocalissi e universi suicidi riempirebbero a miliardi un solo decimetro quadro, un solo secondo di una sola giornata di precipitazioni.

Invece la ragazza, dato che ora spiove, abbandona il suo incerto riparo contro la pioggia – nient’altro che pioggia – come abnorme ignara e umida galassia che si scrolla di dosso resti di guerre e catastrofi stellari.

 
 
 

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato, con Intermezzi Editore, Caterina fu gettata (2011), Valentina controvento (2013), Ti mettono in una scatola (2014); con CaratteriMobili Le cose inutili (2015); con Gorilla Sapiens Edizioni Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (2013), Lo Sturangoscia (2015, a quattro mani con Davide Predosin), Sottrazione (2016). I due testi qui riportati sono estratti di una serie inedita, provvisoriamente intitolata Esterni. Un terzo brano della stessa serie è stato pubblicato sul blog dell’autore, qui.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Sottrazione

 
 
 

La struttura dell’ultimo libro di Carlo Sperduti (Sottrazione, Gorilla Sapiens, marzo 2016, con una prefazione di Fabio Viola) ne chiarisce non solo il titolo ma anche lo spirito.

Si tratta infatti di una raccolta di trentacinque racconti disposti in ordine decrescente di lunghezza, con tanto di numero di battute (spazi inclusi) riportato tra parentesi nell’indice.

Ecco chiarito il titolo del libro, si diceva, ma anche lo spirito: già dal parametro quantitativo che regola l’apparizione dei testi si intuisce che anche stavolta Sperduti si impegna a frustrare le attese dei suoi lettori.

Le narrazioni più lunghe sono attraversate da una trama pretestuosa e da un’inesauribile inventiva stilistica, talvolta forse un po’ fine a se stessa, che trova alcuni dei suoi momenti più felici SOTTRAZIONE_COVER_def_singolanell’inserimento del gioco enigmistico all’interno della storia; si veda ad esempio, nel racconto La leggenda dei dodici errori del ristoratore Tsong, il menu alle pp. 28-9, dove tra gli altri piatti (contenenti tutti uno scambio di consonante) sono citati l’“Insalata con colpa di granchio” e la “Grigliata mesta di pesce”.

Più efficaci paiono i racconti brevi e brevissimi, nei quali l’idea bizzarra che li innerva può svilupparsi per l’intera durata del brano (se non coincidervi) senza mostrare la corda.

Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario è fitto di brevi e fulminanti capoversi, come il seguente: “L’uomo che faceva le cose al contrario non si capacitava del fatto che in Inghilterra guidassero come lui”, p. 78.

Dizionario dei sinonimi e degli inonimi ci suggerisce una presunta strategia rivoluzionaria per la creazione di sinonimi e contrari. Ad esempio (corsivo nel testo): “Per esprimere disprezzo nei confronti di un’esecuzione musicale, la si chiamerebbe sconcerto”, p. 87.

In Neo spazio profondo la trovata linguistica acquisisce esistenza autonoma, al punto da diventare una minaccia per la realtà: sull’avambraccio della protagonista, Noemi, spunterà un neo (“Si chiama Neomi, decide Noemi”, p. 105) che si espanderà fino quasi a inghiottirla.

Ne La morte: una recensione viene descritta la morte come un prodotto innovativo e imperdibile: “E poi? Dopo? C’è da fidarsi di chi assicura un sequel? […] In attesa di conferme o smentite da fonti attendibili, le analisi e i dibattiti sulla morte si moltiplicano e la morte continua a non sbagliare un colpo, con un’onestà intellettuale che non conosce punti deboli e incrinature. Consigliatissima”, p. 118. (altro…)