CaratteriMobili

Tutte le scritture possibili

 
 
 

Se un individuo si rivolge all’assoluto, nemmeno la sua solitudine sarà più misurabile: “Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato. Solitudine nel campo desolato delle impossibilità incapaci di costituirsi in mondi. A ciò condurrebbe la letteratura”, p. 83.

Levinas_Blanchot_Copertina-1Rivolgersi all’assoluto significa abbandonare la paternità dei gesti, annullare la differenza tra ruolo attivo e passivo: “Lo sguardo è preso dall’opera, le parole guardano colui che scrive”, p. 84.

Perché, fuori dalle relazioni, a essere aboliti sono i soggetti: “Di fronte all’oscurità a cui richiama l’arte, come davanti alla morte, l’«io», supporto dei poteri, si dissolve in «si» anonimo, su una terra di peregrinazioni”, p. 89.

Allora fuori dal potere del soggetto, e dunque fuori dalle interpretazioni, ecco che ogni scrittura reca in sé tutte le interpretazioni possibili, diventa tutte le scritture possibili: “Nessuna lettura dissipa il segreto e l’enigma delle molte voci del vero libro; ma, in ciascuna, al di là dei possibili racchiusi in un progetto di scrittore, germinano le innumerevoli e future – o antiche – vie dello Scritto”, p. 117.

 

(Citazioni tratte da Su Maurice Blanchot. Mondo e spazio letterario di Emmanuel Lévinas, CaratteriMobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti, traduzione di Augusto Ponzio).

 
 
 

Le cose inutili

 
 
 

Come ne Lo sturangoscia, scritto a quattro mani con Davide Predosin e recensito su questo blog, anche ne Le cose inutili (uscito per CaratteriMobili nel marzo nel 2015) Carlo Sperduti si diverte a sbaragliare le attese del lettore che confidasse di rinvenire in un’opera narrativa una trama e una forma per così dire mansueti.

Partiamo dalla trama. Suddiviso in quattordici capitoli e un epilogo non ordinati cronologicamente, Le cose inutili abbraccia un periodo di tempo che va dal 2014 al 2020 e ci racconta del fallimentare matrimonio tra Irene Abbandando e Vlado Merletti, milionario alcolizzato. Irene Abbandando, che si innamorerà dello studente Antonio, inventerà un indumento intimo di successo internazionale: le mutandem, ossia le mutande da indossare in coppia, disponibili in una gamma di modelli dall’ampiezza davvero sorprendente; dal canto suo, Vlado Merletti non darà più notizia di sé, se non inviando periodicamente ai due compagni di bevute – Gioio e Amando – lettere contenenti dettagliati resoconti della sua ricerca, in giro per il mondo, di oggetti decontestualizzati.

Già i nomi dei personaggi, le loro occupazioni e i loro destini appaiono svincolati dai criteri minimi di plausibilità; la trama, dunque, come intreccio di esistenze così votate all’assurdo, non avrebbe potuto che rivelarsi un continuo nonsenso.le-cose-inutili_copertina_stampa-copia

E la forma? Ne Le cose inutili i giochi linguistici prendono spesso il sopravvento sugli avvenimenti narrati, quasi che lo stesso Carlo Sperduti, al pari di Vlado Merletti e degli altri protagonisti del libro, patisse una sorta di sindrome da evasione dalla realtà: se essi tendono a sbalzare fuori dall’ambito della logica, egli è incline a smarrirsi nelle infinite possibilità di sofisticazione di significati e significanti, come mostrano – rispettivamente – questi due esempi: “Si trattava della stessa calca che Irene pareva invece penetrare con la stessa facilità con cui la penetrava”, p. 101; “Parigi! Città dalle mille sfaccettature e dai tanti accenti sull’ultima sillaba, in cui il rapporto col prossimo si fa talvolta difficile, insidioso, e la conversazione langue: française”, p. 60.

Sperduti, inoltre, ci offre alcune inedite e gustose contrazioni semantiche: giacché la pavimentazione del Baranoia, il locale frequentato da Merletti, è composta da piastrelle ottagonali di cotto, all’autore verrà spontaneo chiamarle “cottagoni” (p. 10).

Tuttavia, più sovente l’effetto comico è assicurato dall’opposto procedimento della dilatazione, come se lo sviluppo narrativo si fermasse a specchiarsi e rimanesse incantato da se stesso: “i bicchieri erano diventati senza alcuna opposizione sette, poi otto, poi sòtto, poi ètte, finché Vlado si era convinto che al settimo fosse seguito l’ottimo e che in ciò non ci fosse nulla di male”, p. 42; “La scena si svolge il mattino successivo ai fatti della serata precedente al mattino successivo”, p. 54. (altro…)