Arnoldo Mondadori Editore

Ballo di famiglia

 
 
 
 

Libro d’esordio pubblicato negli Stati Uniti nel 1984 dall’allora ventitreenne David Leavitt (e uscito in Italia nel 1986 per Mondadori), Ballo di famiglia viene riproposto nel febbraio del 2021 da SEM nella traduzione di Fabio Cremonesi.

Si tratta, originariamente, di una raccolta di  nove racconti; alla quale l’autore, proprio in occasione della nuova edizione italiana, ha deciso di aggiungere un decimo (e brevissimo) racconto finora inedito, scritto l’anno dell’edizione mondadoriana. A spiegarlo è lo stesso Leavitt nell’appassionata introduzione.

La sensazione, a leggere le nove narrazioni primitive, è quella di una tale unitarietà di temi e toni da rendere superfluo ogni accenno alle trame (peraltro esili) di ogni singolo racconto.

La suddivisione in testi autonomi, anzi, appare quasi pretestuosa, e l’opera si presenta piuttosto come una sorta di polittico le cui ante hanno sì ciascuna una propria cornice, ma non sono che parti funzionali alla rappresentazione complessiva.

Ballo di famiglia è il resoconto di situazioni intime che si svolgono negli Stati Uniti negli anni della prima presidenza di Ronald Reagan, dominati da quella quasi ossessiva ricerca del benessere esteriore che prende il nome di yuppismo.

Sono vicende occorse in famiglie nel senso ampio del termine: protagonisti sono soprattutto giovani adulti, ma compaiono anche i loro genitori (dei quali, spesso, si intravedono amanti ed ex coniugi) oltre a cugini, zii e amanti.

Il bisogno di riconoscersi in un’estensione (arbitraria e forzata) del proprio nucleo familiare somiglia a quello – quasi ineludibile in quegli anni per la upper middle class americana – di mostrarsi disinvolti e metamorfici nei rapporti interpersonali.

Tuttavia la famiglia, così come la società, non solo non assolve la funzione sperata di strumento di conferma e amplificazione delle proprie inclinazioni e ambizioni; al contrario, la cosiddetta famiglia allargata, nella sua artificiosità, finisce semmai per confermare e amplificare frustrazioni e fallimenti individuali.

Gli attriti fra i personaggi delle narrazioni riguardano spesso figure appartenenti a diverse generazioni. Un espediente utilizzato in più racconti è quello della reciproca sordità tra la madre, una donna di mezz’età, e il figlio o figlia, un adulto poco più che ventenne. (altro…)

Il nuovo corso

 
 
 

“In una remota città di provincia d’un paese che potrebbe anche essere il nostro […] il 5 ottobre d’uno di questi recenti anni” (p. 27) accade un fatto singolare: le cinquemila copie de La verità (organo dell’unico partito esistente e unico quotidiano distribuito) destinate a quella città, riportano la notizia dell’avvio di un non meglio specificato nuovo corso all’insegna della “definitiva libertà” (p. 28).

Così inizia Il nuovo corso, romanzo di Mario Pomilio dalla vicenda editoriale indubbiamente composita: uscì nel 1959 per Bompiani, poi per Rizzoli nel 1969, per Rusconi nel 1979, per De Agostini (in edizione scolastica) nel 1982, per Mondadori nel 1990, e oggi viene riproposto da Hacca (settembre 2014).

Alessandro Zaccuri, nella prefazione, rinviene suggestive analogie tra l’atmosfera del libro e la rivoluzione ungherese del 1956, di poco precedente alla stesura del testo (e ci ricorda che verità è traduzione italiana di Pravda); e nella postfazione Mirko Volpi individua, altrettanto acutamente, alcune ascendenze letterarie, Alessandro Manzoni e Albert Camus su tutti.HACCA_pomilio_OKMC_18mm

Eppure, al di là di questi agganci alle realtà politica e culturale, Il nuovo corso pare anzitutto un’impietosa ricognizione sul rapporto tra l’uomo e la libertà.

Pomilio ci presenta una serie di formidabili esemplari umani, ciascuno dei quali reagirà in modo personalissimo (ed emblematico) a questo presunto nuovo corso.

Primo a comparire è Basilio, “il più noto dei giornalai della nostra città” (p. 31), a cui la notizia procurerà attimi di smarrimento (“si sentiva sbalestrato e avvertiva, per la prima volta nella sua vita, per la prima volta acuto e tormentoso, un chiuso sgomento del futuro, una paura folle di sbagliare”, p. 36), altri in cui perderà di vista i termini della questione (“Più cercava che cos’era veramente la libertà, più gli capitava come quando si sbuccia una cipolla, che uno crede d’arrivare al bulbo e non trova altro che nuovi strati,” p. 37), altri ancora nei quali rimpiangerà la condizione precedente: “In fondo, era necessaria? A che serviva, la libertà? Non si viveva a meraviglia già prima, e se non proprio sereni, in pace gli uni con gli altri, visto che ad esserlo bastava tanto poco, bastava in pratica far finta d’avere le stesse opinioni che mostravano d’avere gli altri, e scoprire un motivo di reciproca simpatia, se non nella concordanza di quelle opinioni, almeno nell’intesa creata da quella finzione?” (p. 44).

Pomilio, inoltre, utilizza alcune scene di raccordo per descrivere con sarcasmo la cittadinanza (ma qui calzerebbe la parola massa), che si impossessa della libertà banalizzandola: “il nuovo corso divenne il pretesto per una di quelle rare giornate di suprema spensieratezza in cui pare che ci si precipiti a vivere esclusivamente nel presente e il fatto d’essere in tanti a condividere la medesima gioia sembra renderla più sicura, più fraterna e più dolce”, p. 67. (altro…)