Archinto

Il libro come accesso al mondo

 
 
 
 

Jorge Luis Borges ha detto: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”.

Cesare Viviani ha scritto (corsivo nel testo): “Saremo come lettori, immersi in una lettura continua, senza scosse o sorprese, inganni o meraviglie, senza emozioni – l’attenzione presa dalla visione. E ora si rivela l’irriducibilità – non c’è misura compatibile – di questo mondo con l’altro: da qui non è possibile conoscere il contenuto della «lettura eterna», ma una cosa è certa: quella storia che abbiamo sempre inseguito e mai raggiunto, sempre cercato di capire senza riuscire, sempre percepito e mai saputo, che non è mai stato possibile tradurre in conoscenza, in parola – eppure avvertivamo che era lì il segreto, il fulcro di ogni civiltà, di ogni mistero –, quella storia finalmente sarà rivelata, sarà tutta davanti ai nostri occhi” (da “Il mondo non è uno spettacolo”, p. 158).

Leggere, allora, è il gesto scandaloso di chi aspira a rinvenire la chiarezza assoluta. Per il desiderio non già di stabilire un primato, ma di cessare la ricerca e acquietarsi nella pura contemplazione.

Nella medesima direzione sembrano muoversi i dieci scritti di Stefan Zweig pubblicati tra il 1905 e il 1931, e ora raccolti da Archinto nel volume Il libro come accesso al mondo e altri saggi, dato alle stampe nel marzo del 2021 (cura di Simonetta Carusi, premessa di Enzo Restagno).

L’autore de Il mondo di ieri mostra tutta la sua passione di lettore nei brani di apertura e di chiusura della raccolta, dai titoli quasi identici (Il libro come accesso al mondo e Il libro come visione del mondo), usciti rispettivamente nel 1931 e nel 1928. Sono due dichiarazioni d’amore nei confronti della lettura, scritte con tale entusiasmo da impedire ogni artificio stilistico. In uno stile piano, reso più incisivo da esempi tolti dalla propria esperienza di lettore, Zweig ci confida che “grazie ai libri io ho intuito per la prima volta l’incommensurabile vastità del mondo e il piacere di smarrirmi in essa” (p. 27).

Il libro come visione del mondo è in realtà un omaggio alla casa editrice tedesca Reclam, capace di rafforzare la caratteristica dei cittadini teutonici “di guardare in tutte le direzioni, di collegarsi con il distante e, grazie a un connaturato spirito metafisico, di considerare sempre il particolare come parte di un tutto”, p. 113.

Gli otto testi centrali sono recensioni di altrui opere, apparse in giornali o riviste. Nelle quali, nuovamente, stupisce la perspicuità di Zweig, capace di mettersi al servizio del volume di volta in volta descritto, non solo con la puntualità del più acuto tra i bibliofili, ma pure con la gioia del più candido tra i lettori.

Ecco dunque che il suo mettersi al servizio non lo fa cedere mai alla tentazione di offrire una propria interpretazione del libro recensito ostentandola come quella più aderente e più giusta.

Chi conosce e ama i libri sa bene come il dialogo infinito tra i testi e i lettori può proseguire solo là dove sia assente la volontà di normare le innumerevoli possibili letture di ogni opera. Proprio come nei rapporti interpersonali, imporre un punto di vista significa interrompere la circolazione del desiderio.

E così, ad esempio, parlando de “Le mille e una notte. Il senso delle novelle di Sheherazade” di Adolf Gelber, Zweig talmente si appassiona al capolavoro letterario anonimo che ne sortisce più un vivido riassunto della trama di questo che non una recensione del saggio di Gelber.

Oppure, nei due testi dedicati a Il libro d’ore e a Nuove poesie di Rainer Maria Rilke, le analisi delle raccolte poetiche si chiudono con un irrituale augurio alla fama del poeta e con un’altrettanto insolita attestazione di incondizionata ammirazione verso la sua poesia.

In un brano che testimonia il piacere di rifrequentare da adulti le letture destinate a bambini e ragazzi, Stefan Zweig ci dice con estrema semplicità e nettezza come le fiabe rilette dopo l’infanzia si affrontino “con la piena coscienza che si tratta di invenzioni, e con il desiderio giocoso di lasciarsi ingannare”, pp. 34-5.

In questi dieci testi, forse, Stefan Zweig non parla di libri, bensì di lettori. Ponendosi con ciascuno di essi in un rapporto paritario e fraterno, Zweig sembra dire non solo che non esistono letture privilegiate, ma che un’opera è – in fondo – la somma di tutte le letture possibili. E che il piacere di leggere dovrebbe corrispondere a quello di far parte, pur dalla propria prospettiva infinitesimale, della storia del mondo.

E chissà che allora la condizione invocata da Viviani, a cui magari è impossibile approdare ma verso cui è possibile tendere, non preveda l’uscita dall’ottica individuale, per confondersi nella somma di tutte le letture che tutti i lettori di ogni tempo hanno dato di tutte le opere mai scritte.

 
 
 

Divinità in incognito

 
 
 
 

Uscito per Archinto nel gennaio del 2021 e curato da Alessandra Cenni, Divinità in incognito. Lettere a Margherita Dalmati (1956-1974) contiene, oltre a una dettagliata introduzione, quarantadue missive scritte da Eugenio Montale alla clavicembalista e poetessa greca, il cui vero nome era Maria-Nike Zoroyannidis.

Le lettere, pubblicate in questo volume per la prima volta, testimoniano un rapporto sempre più affettuoso: già nel quarto testo avviene il passaggio dal lei al tu, e da allora il poeta si rivolgerà esplicitamente alla donna come alla persona amata.

I due si erano conosciuti alle Giubbe rosse, storico caffè letterario fiorentino, e si sarebbero rincontrati nella primavera del 1962, in occasione di un viaggio del poeta in Grecia.

Quella trasferta è importante per due motivi. Intanto perché Montale ne trarrà alcune prose giornalistiche che faranno poi parte della raccolta di scritti di viaggio Fuori di casa e soprattutto la poesia Botta e Risposta III, dedicata alla Dalmati. Inoltre, proprio a seguito del soggiorno in Grecia il carteggio si infittirà (basti pensare che venticinque delle quarantadue lettere sono state scritte nel medesimo anno del viaggio).

Al di là delle suggestioni che confluiranno nelle prose, e nella poesia pubblicata in Satura, lo scambio epistolare non offre alla conoscenza del lettore grossi elementi di novità sull’universo culturale e letterario montaliano. Tanto frequenti quanto superficiali sono infatti sia le evocazioni di poeti e scrittori contemporanei, specie italiani e greci – tra i quali Seferis e Kavafis (quest’ultimo tradotto da Montale) – che le autocitazioni, ora in odore di civetteria ora, anzi più spesso, accompagnate da una divina indifferenza.

Altrettanto puntuali i riferimenti alla propria pittura (svariati sono i quadri che Montale spedirà in dono alla Dalmati), al proprio stato di salute, alla propria attività giornalistica e alla propria vita familiare, con diversi cenni all’inseparabile governante Gina e momenti di dolcezza riservati a Mosca, ossia alla moglie Drusilla Tanzi. E del rapporto con lei non si perita certo, il poeta, di rivelare dettagli anche decisamente intimi.

A colpire in Divinità in incognito è proprio l’estrema confidenza che lega Montale a Margherita Dalmati, in virtù della quale egli mostra senza riserve la propria natura più autentica, scabra e riservata. Largheggiano ironia e autoironia, che sono in fondo le basi su cui poggia la seconda stagione della poesia montaliana, non a caso pressoché corrispondente all’arco temporale di questo epistolario. Nella lettera del 30 settembre 1969 leggiamo ad esempio: “Non salgo né scendo le scale se non c’è qualcuno che mi stia vicino. Quando vado al Quirinale dove le scale sono immense e senza corrimano io mi accosto a un gruppo di parlamentari in arrivo esclamando: Presidente Eccellenza ecc. Uno di questi, lusingatissimo, mi prende sottobraccio e così la salita è facile”, p. 100, lettera del 30 settembre 1969.

Il tono è spesso dimesso quando non sconsolato; la scrittura a tratti non è nemmeno troppo sorvegliata. I due elementi potrebbero trarre in inganno, istigando a derubricare questo materiale come scarsamente importante per l’intelligenza dell’autore. Che chiude l’ultima missiva, scritta a settantasette anni, con le seguenti parole (maiuscole nel testo): “Voglio dirti semplicemente una cosa. Ed è che TI AMO e che penso a te con infinita tenerezza. Mandami una tua fotografia: ne ho già una ma ne vorrei due.
Ti abbraccio e bacio fin la punta dei tuoi piedi.
Il tuo
Agenore” (p. 104, lettera del 12 gennaio 1974).
 
L’insolita firma, spesso adoperata da Montale in questa corrispondenza, ci riporta al mitico re fenicio di Tiro citato da Erodoto. E potrebbe indurre a pensare che per il poeta la vita fosse subordinata alle esigenze della letteratura, o che l’una e l’altra fossero coincidenti e dunque interscambiabili. In questa direzione andrebbe l’uso, con Margherita Dalmati, della medesima aggettivazione adoperata nella corrispondenza con Irma Brandeis, la celebre Clizia.

Oppure questa ripetitività semantica, assieme alla già citata assenza di controllo (sia formale che emotivo), potrebbe conferire alle lettere qui raccolte un eccezionale valore di verità. Di offerta assoluta di sé all’amata, senza alcun pudore di palesare le proprie manie, le proprie ossessioni, le proprie fragilità.

E magari proprio l’estrema onestà, qualunque sia il rischio a cui ci si espone esibendola, potrebbe valere come sinonimo di dignità. Nell’affrontare sia la vita che la poesia: “Io le piume non le ho mai avute e la mia poesia, anche se forse brutta, dimostra una dignità umana che gli altri italiani del mio tempo non hanno mai mostrata”, p. 54, lettera del 6 giugno 1962.

 
 
 

Mia madre, un ricordo

 
 
 
 

In una cinquantina di pagine si dipana il racconto di Richard Ford dedicato alla figura materna, Edna Akin. Una narrazione intima e personale che tuttavia oltrepassa la dimensione autobiografica.

Mia madre, un ricordo (pubblicato da Archinto nel 2018, nella traduzione di Giovanna Baglieri) è la descrizione di una vita, dopo che questa si è già compiuta e conclusa, almeno nel mondo degli eventi.

Eppure, se da un lato in questo libricino la scrittura avanza pacatamente dando forma e ordine al passato, dall’altro essa produce aperture improvvise su episodi irrisolti. Alcuni accadimenti restituiscono quella verità dell’altro che continua in ogni caso a essere inaccessibile a chi scrive, come se la verità di cui parla Richard Ford non avesse a che fare con il desiderio di completezza. In fondo, ricordare, sembra suggerire Richard Ford, equivale ad accettare l’avventura della conoscenza, più che a ricomporre un oggetto conosciuto.

“[…] qualcosa, l’essenza della vita, non emerge del tutto da queste parole. Non ci sono parole bastanti. Non ci sono eventi bastanti per riagguantare la vita, e raddrizzarla, correggerla” (p. 42).

Così, la scrittura si mostra come un atto di totalità ogni volta necessariamente mancata, una perpetua ricomposizione di immagini che si susseguono, accendendosi e spegnendosi, e che incrinano la sicurezza di una visione rigida e definitiva del passato. Lo spazio di incompiutezza dei nostri gesti è anche il luogo in cui l’altro esiste senza di noi.

“[…] mia madre, che amavo e conoscevo piuttosto bene, mi lega a quella estraneità, a quella cosa, altra, che fu la sua vita, di cui in realtà so così poco, ora come allora. […] I genitori ci legano, confinati come siamo nel nostro mondo, a qualcosa che noi non siamo ma loro sì; un senso di separazione, un mistero forse, di modo tale che, anche insieme, siamo soli” (corsivo nel testo, p. 8).

Scorre silenziosamente nel testo l’intuizione che in fondo l’esistenza sia una cosa semplice, al di là delle congetture, dei pensieri, dei desideri, delle aspirazioni, dei sentimenti, degli stessi fatti. Al di là di noi. Sia una serie di cose che accadono.

“Non ho mai compreso sino in fondo quanto poco contino in realtà le nostre azioni” (p. 32).

Ecco che Edna è una bambina mandata a studiare in un collegio di suore da una madre ostile, a cui preme far credere a tutti di essere sua sorella, dopo aver sposato in seconde nozze un uomo di otto anni più giovane. Edna è una ragazza che incontra il futuro marito e trascorre gli anni della giovinezza seguendolo nei suoi viaggi di lavoro. Richard scoprirà che Edna non è solo sua madre, bensì anche una persona che ha una realtà pubblica. Una donna con dei segreti.

“C’era qualcosa di quel periodo che per mia madre non doveva essere raccontato. Qualcosa di inutile o che non meritava di essere menzionato. Mio padre, che comunque non era un grande affabulatore, non ebbe mai occasione di parlarne. E io, che non ero abituato a voler colmare le lacune del passato – come succede a certi ragazzi – non feci domande. Sembrava un territorio privato, inviolabile” (p. 15).

Dopo aver tratteggiato la vita di Edna prima della propria nascita, il narratore ricorda attraverso brevi sequenze i primi anni di vita trascorsi con lei. Nella dimensione quotidiana, Edna si ritrova infatti a crescere Richard da sola, poiché il marito lavora fuori casa cinque giorni la settimana. Fino a quando, Richard sedicenne, un evento tragico irromperà nella normalità della famiglia.

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Finalmente tutto finì

 
 
 
Forse la vita non è che un continuo assedio.

Non restano che cronache di spostamenti, elenchi di nomi, di volti incontrati, di figure singolari e uniche da tratteggiare rapidamente durante una corsa incessante, durante la quale al rischio di perdere la vita a causa della violenza del mondo si aggiungono piccoli e noiosi incidenti.

“A un certo punto il cameriere mi rovescia addosso un bicchiere di vino rosso. Tutto il mio vestito, unico che ho in viaggio, e, direi, anche a casa, a doppio petto di lana grigio chiaro è sconciato. Le signore mi consigliano di versare del sale sulle macchie. Strofino con acqua fredda, con acqua calda, con sale, con tovaglioli. Per consolarmi dicono e mi dico che il vino versato porta bene”, in Il viaggio del Milione, p. 52.

Senza requie è il viaggio di Leonardo Borgese nel luglio 1943 dalla Valtellina a Roma per presentarsi dinnanzi alla commissione che deciderà del risarcimento da lui richiesto per i danni che la guerra ha causato ai beni di famiglia.

Scrivere allora non è che testimoniare il pericolo che incombe sugli umani, il rischio imminente della disfatta, della distruzione.

“Vado a letto. Allarme. Non mi alzo. Ma dopo un’ora circa comincia una sparatoria e dei fracassi notevoli assai. Mi seccherebbe crepare per una scheggia dell’antiaerea. Per cui decido di scendere in rifugio”, Ibidem.

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E dire

 
 
 

E se ogni libro fosse un atto di umana prepotenza nei confronti del mondo?

Non dalla facile (benché indubitabilmente giusta) prospettiva ecologica per cui ogni libro è pur sempre carta sottratta alle foreste, ma da quella morale: ogni libro è un punto di vista umano contro il mondo, un urlo umano contro il mondo.squadernauti

Sì, contro il mondo, perché se il mondo fosse accettato per com’è – eppure lo sappiamo tutti che il suo ritmo è immutabile!; eppure lo sappiamo tutti che si nasce e si muore, e nell’intervallo tra i due eventi non possiamo far altro che stare al mondo! – non ci sarebbe bisogno di libri. Diciamo pure: non ci sarebbe bisogno di esibire alcunché.

Allora non importa più sapere chi abbia davvero scritto cosa; sapere se quello fosse un plagio o una citazione; e se non importa più dire io o tu, non si tratta certo di una conquista: perché il tanto lodato noi non è un superamento del punto di vista egocentrico, ma testimonia semmai un egocentrismo più grande, collettivo, universale: l’umana prepotenza contro il mondo.

Ma i prepotenti non sono quelli che più di tutti mostrano la paura?

E dire che se il mondo non c’è per essere governato da noi, non c’è nemmeno per impaurirci.

 
 
 

(liberamente ispirato a Elio Vittorini, Si diverte tanto a tradurre? Lettere a Lucia Rodocanachi 1933-1943, Archinto, Milano 2016, a cura di Anna Chiara Cavallari ed Edoardo Esposito).

 
 

Illustrazione originale di Michelangelo Nigra.