Antonio G. Bortoluzzi

Come si fanno le cose

 
 
 
 

La storia di un’amicizia, quella tra Valentino e Massimo, di un piano per cambiare vita, della vita che interrompe i programmi. Si potrebbe riassumere così Come si fanno le cose (Marsilio, 2019), romanzo di Antonio G. Bortoluzzi ambientato in Alpago, tra le montagne del nord-est italiano.

Segnati dalle traversie e dalle fatiche di un impiego in fabbrica, in seguito a un incendio che mette a rischio l’esistenza degli operai, Massimo e Valentino, due addetti alla manutenzione presso la Filati Dolomiti, decidono infatti di pianificare una rapina ai danni della ditta orafa sorta vicino allo stabilimento in cui prestano servizio. Per rilevare, con il denaro rubato, un agriturismo sui monti e abbandonare per sempre la fabbrica.

“A me piace stare fuori e zappare. Non è come lavorare al tornio o su un’impalcatura o in una merda di sala compressori che fanno un frastuono che oltrepassa i tappi e ti fa vibrare il cervello e lo stomaco. Zappare, anzi meglio, vangare la terra è una cosa che riguarda il corpo, tutto il corpo” (p. 72), confessa Valentino.

Tuttavia, il suo incontro inaspettato con Yu, una ragazza cinese, muterà le sorti dei due protagonisti.

Narrato in terza persona da una voce che descrive le vicende e indaga sentimenti e pensieri dei due protagonisti, oltreché in prima persona – secondo il punto di vista di Valentino –, Come si fanno le cose è un romanzo che fronteggia, in modo sottile e avvincente, tra le altre questioni, il senso del lavoro.

Da un lato, al lettore è offerto un ritratto storico-sociale del lavoro; in particolare, con rapidi ed efficaci tratti viene mostrata l’alienazione, la solitudine, la ripetitività della vita di fabbrica negli anni Duemila, dopo il declino del senso di collettività e della difesa dei diritti dei lavoratori, che avevano caratterizzato il Novecento. I due protagonisti subiscono un meccanismo che alimenta le diseguaglianze sociali e annienta e isola l’individuo, per il profitto di un padrone sempre più invisibile.

“Massimo entra in fabbrica attraversando al buio il cancello verde. È il verde il colore della Filati Dolomiti. Le porte e le finestre sono verdi, le grondaie sono verdi, la recinzione, i cancelli, tutto dello stesso colore” (p. 36); “[…] individui, ognuno chiuso nella propria auto, casa, fabbrica, ufficio. Ognuno per sé, lontano dagli altri e solo” (corsivo nel testo, p. 201).

Dall’altro, in questo romanzo appare evidente che l’essere umano non può uscire dalla dimensione del lavoro, cioè dal fare le cose.

“Forse ciò che conta di più è il modo in cui si lavora, come si fanno le cose, non tanto quello che si fa. […] fare una cosa che sia nostra. Solo nostra” (p. 73).

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