Alessandro Turati

Quori cuadrati

 
 
 
 

Quori cuadrati, illustrato da Stefania Dordoni, è il terzo (e ultimo, a voler credere a quanto si legge nell’aletta) romanzo di Alessandro Turati, uscito nell’ottobre del 2020 per Neo Edizioni come i precedenti Le 13 cose e Briciole dai piccioni, recensito su questo blog.

Già il titolo Quori cuadrati, in cui vengono messi in scacco non solo i significati ma pure gli stessi significanti, indica come il percorso di demistificazione del reale da parte dell’autore – o quanto meno di presa di distanza da esso – raggiunga qui il punto culminante.

Tentare poi di restituire una qualche trama, a beneficio delle attese del lettore, si rivela impresa ardua: si tratta della vicenda biografica di Uno Marković, tra amori più o meno infelici e separazioni più o meno luttuose; ossia, tutto ciò che in fondo caratterizza ogni parabola esistenziale. D’altronde il nome di battesimo del protagonista, di padre serbo e madre italiana, non lascia dubbi sulla sua natura tutt’altro che eccezionale.

Ecco la questione centrale del romanzo, e forse della poetica di Turati: le categorie dell’assurdo e dell’improbabile, che di solito si confinano ai margini della propria realtà perché la loro presenza non destabilizzi, qui si dilatano sino a corrispondere alla realtà medesima nella sua interezza.

E in effetti l’autore chiarisce le proprie intenzioni fin dalle Avvertenze iniziali: “In questo libro c’è una giraffa di oltre quattro metri che vive in una casa di due e settanta. È un fatto raro, ma non un buon motivo per escludere un animale domestico, specie un gatto”, p. 9.

Uno, che vivrà una breve e bruciante passione con Def, conoscerà successivamente Easter, “una ragazza di dodici centimetri” (p. 69) che anziché partorire deporrà un uovo. In Quori cuadrati tutto è possibile, al punto che – dopo un certo numero di pagine – il lettore smetterà di distinguere ciò che potrebbe o meno accadere. E se ogni cosa può accadere, nessuna è gestibile: Uno, preso in questo vorticoso vuoto di coerenza, lo osserva, talvolta cercando di opporre una strenua resistenza, più spesso limitandosi a segnalarlo con piglio quasi da cronista.

Da questa prospettiva così libera provengono alcune irresistibili sferzate ai luoghi comuni che inquinano la vita e la (cattiva) letteratura: “Def non aggiunge parola e osserva l’orizzonte come si osservano le palle di rotolacampo in un deserto ventilato: con gli occhi”, p. 28; oppure: “Accendo la radio e uno scrittore argentino parla di cosa lo spinga a scrivere tutti i giorni, che a quanto pare è la stessa cosa che lo spinge a respirare e a mangiare. Penso a quanto dev’essere bello poter dire robe del genere ed essere presi sul serio”, p. 41.

Pressoché a ogni pagina Turati ci ricorda come la maggior parte delle frasi che quotidianamente pronunciamo ci occorrono solo per rassicurarci o rassicurare, nonostante la loro vacuità: “[Arianna, N.d.R.] guarda la foto di mia madre dentro una cornice.
«Ha un bellissimo sorriso» commenta.
«È una persona felice» dico.
«Come mai?»
«Non so, sono nato e l’ho trovata felice»”, p. 47.

E a chi pretendesse di rinvenire un ammaestramento in quest’opera Turati spiega che “La morale sembra dietro l’angolo ma poi la strada è bloccata per lavori”, p. 52.

Quori cuadrati sembrerebbe dunque una dichiarazione di resa nei confronti del mondo, percepito come illeggibile e sordo a ogni tentativo non già di sua intelligenza e governo, ma anche solo di organizzare un’esistenza accettabilmente serena che poggi su una pur minima progettualità, su una pur minima causalità.

Tuttavia i due capitoletti conclusivi, che prendono il nome di Giustificazioni e pensieri scomodi, – veritieri o estrema burla nei confronti del lettore? – paiono proprio un postumo manifesto programmatico, umano prima che letterario: l’adultità è una somma di gesti ripetitivi che, al più, procurano dolore, e l’unica reazione ragionevole al vuoto di senso che ci sovrasta è non badarvi troppo o, se si possiede sufficiente coraggio, abbandonarvisi.
“Domenica scorsa ho parlato con un coccodrillo.
Poi l’ho sezionato.
Dentro di lui c’era un uomo col monocolo incastrato nell’orbita.
L’ho legato a un albero.
Si sta decomponendo.
Come tutti dopo i trenta.
Il mio locale preferito di Barceloneta ha chiuso”, p. 164.

 
 
 

Briciole dai piccioni

 
 
 

Vivere non significa necessariamente aderire al mondo, accettarlo, accordarvisi. Càpita di esser vivi, non lo si sceglie: dunque è plausibile percepire l’esistenza come una condizione estranea a sé, che suscita quasi esclusivamente indifferenza, malanimo o sgomento.

Proprio come accade al protagonista di Briciole dai piccioni di Alessandro Turati, uscito per Neo Edizioni nell’ottobre del 2016.

Egli ci racconta la propria vita dividendola in quattro tappe, che corrispondono alle sezioni di cui si compone il volume: Infanzia, Adolescenza, Alcolismo, Disoccupazione.

Nelle pagine dedicate all’infanzia, gli adulti sembrano contravvenire sistematicamente – per caratteristiche sia fisiche che comportamentali – al senso estetico e morale dell’io narrante: “Guardo la vecchia e in lei tutto è sproporzionato: testa, braccia, mani, gambe e piedi. È tutto mal misurato e infilato a caso intorno al tronco. E Cristo, è la persona più brutta della giornata. Se il mondo là fuori copertina_briciole_per_piccioni.inddha di queste creature, penso, io non voglio uscire mai, mai, mi accontento della finestra sul lago o del mio volto riflesso nel vetro. E lo so, non è giusto giudicare le persone dal loro aspetto fisico, tanto basta conoscerle un poco e fanno cagare uguale”, p. 24.

Anche i suoi genitori (i loro gesti, il loro rapporto) sono visti come irrimediabilmente anomali; e l’umorismo delle loro descrizioni pare, più che un effetto narrativo, il risultato di ciò che il bambino osserva senza poterlo ricondurre a un’interpretazione logica: “Poi fanno pace. Papà rientra e si siede in un angolo a gambe accavallate e muove il piede sospeso in modo frenetico. Fuma la pipa. Fa un sacco di smorfie quando fuma la pipa. Secondo me non gli piace fumare la pipa. E mamma si arrabbia di nuovo, ma non per la pipa, non si capisce il motivo, il suo umore cambia rapidamente, il suo sistema nervoso è fuori controllo, a volte non sembra nemmeno parlare con lui, grida contro le pareti e i quadri da quattro soldi appesi storti da papà”, p. 29.

La sordità e la ferocia degli umani verso i propri simili si declinano in dialoghi spesso irresistibili, che gli interlocutori concludono non per un raggiunto accordo ma per reciproco sfinimento:

“«Sei un bugiardo!»
«Troia!»
«Cosa?»
«Puttana!»
«Così mi fai piangere!»
«Ti puzzano i piedi da morire!»
«Mi sto mettendo a piangere!»
«Me ne sbatto!»
«Piango…»
«Fai sul serio?»
«Sì, piango…»
«Dai, mi dispiace».
«Sei cattivo!»
«Scusami».
«Perché dovrei?»
«Scusami».
«Va bene, ti perdono, non importa».
«Davvero non importa?»
«Davvero, non importa».
«Giurami che non importa».
«Giuro che non importa»”, pp. 32-3. (altro…)

La vita sobria

 
 
 

Pubblicato da Neo nell’ottobre 2014, il volume a cura di Graziano Dell’Anna raccoglie dieci racconti (ciascuno firmato da uno scrittore italiano vivente) tra loro accomunati dalla presenza dell’alcol.

Apre il libro Jet lag di Claudia Durastanti. In queste pagine una cantante famosa con un passato da alcolista, quasi in una confessione, ripercorre la propria storia, il rapporto con i genitori, gli amori e le amicizie (“Mi sono innamorata di un uomo che non beveva, una volta. […] Per un po’, grazie a lui, ho avuto la pelle liscia e lo stomaco piatto, un carattere migliore. Non sono una di quelle donne che perdono carisma quando sono sobrie, l’alcol non mi ha restituito niente che non avessi già”, p. 14).

copertina_la_vita_sobria.inddIn Limoncello di Gianni Solla le differenti prospettive di tre personaggi, Renato, Giuseppe e Helena, che lavorano a diverso titolo nella stessa azienda produttrice di limoncello, “Sorrento Dream” (p. 26), rivelano con lucidità la natura brutale dei rapporti tra le figure e mostrano fino a dove può spingersi la disperazione e la miseria umana.

In Gli eroi perfetti di Fabio Viola una birra di troppo pare impedire defintivamente a Nicola e Claudia, una coppia di sposi, di vivere insieme la felicità sessuale (“Nel frigo c’era solo una lattina di birra aperta e varie bottiglie di Evian. Si versò la birra nel bicchiere che aveva lasciato nel lavello e la bevve appoggiato al davanzale della finestra”, p. 49).

Alessandro Turati in Sogni andati a male affida la voce a un giovane trentenne, grande bevitore, che racconta le proprie esperienze surreali e i rapporti tragicomici con le figure della sua vita, la nonna Irene Adele Gagliardi, la fidanzata Irene e la scimmia Adele (“Ho iniziato a bere a tredici anni nascondendomi nei cimiteri la notte. Inizialmente ci andavo coi miei amici, poi ho litigato con tutti perché mi sembrava di investire molto più di loro in alcolici e ho iniziato ad andarci da solo. Da questo fatto ho preso l’abitudine a bere di nascosto e da solo, il che mi faceva aprire armadi nella testa che pensavo di non avere”, p. 57).

Bere una bottiglia di vino nel multiverso di Francesco Pacifico ripropone quattro versioni possibili di una medesima situazione, l’incontro del protagonista con un’amica (“Poi mi ritrovo a bere Shiraz rosso in un locale nuovo del quartiere con Maria, che ha il suo borioso cappotto grigio con le maniche a sbuffo e il cappuccio largo fino a tutte le spalle, ma sotto un vestito nero lungo fino al ginocchio con bottoncini, e le calze grigie a coste”, p. 67).

(altro…)