scritture

Dorsi blu

 
 
 
di Maria Sole Cusumano
 
 
 

Akiko si era ammalata e nessuna se n’era accorta. Lei, che ancora a ottant’anni si tirava dietro due ceste di vimini e s’immergeva, battendo tutta la costa e strappando granchi, ricci e abaloni dalle rocce, era per noi indistruttibile.

Quando ci ritrovavamo a cena la prendevamo in giro pizzicandole il collo e il costato e Ina ripeteva: Dove sono le branchie, eh? Dove le tieni? Ma Akiko non ne aveva bisogno, perché aveva cominciato da bambina a familiarizzare con l’acqua. Diceva che respirare sott’acqua significava essere in modo diverso; la vita in mare aveva un suo tempo e Akiko si limitava a seguirne il ritmo. Era quasi immobile mentre cacciava, quasi nuda, come i pesci che le nuotavano intorno e le mangiavano la pelle morta dai polpacci.

La prima volta che mi portò a vedere le pescatrici subacquee avevo tre anni e non facevo molto oltre che mangiare la sabbia. Nella nostra famiglia di sole donne non ci si poteva sottrarre al battesimo dell’acqua, perciò quando Tetsuna, mia madre, mi aveva messo in braccio ad Akiko e le aveva detto che era il momento, lei non se l’era fatto ripetere.
Di quella giornata non ho alcun ricordo, ma ricordo tutte quelle che vennero dopo. La costa si popolava di donne, le più giovani di venti o trent’anni, le più anziane arrivavano oltre gli ottanta, tutte indossavano solo un perizoma e si lanciavano fra i cavalloni, nell’acqua gelida dell’oceano. Riemergevano vestite di alghe, con le ceste cariche, e ridevano. Akiko ne aveva quasi compiuti sessanta e ancora la sua agilità faceva invidia.
Dorsi blu

A sedici anni mi ritrovai a essere la più grande non ancora in età da immersione e, mentre Inata e Ame seguivano Akiko, io tenevo in braccio Ina. Seduta nella sabbia osservavo le loro schiene bianche venire su dall’acqua scura, stirarsi al sole; le sentivo fischiare e le vedevo sorridersi, testimoni dello stesso segreto.
A cena, mia madre e le mie zie cucinavano parte del pescato, di solito facevano qualche zuppa di granchio da accompagnare al riso; Akiko invece mangiava solo i ricci di mare, aperti con lo stesso coltello ricurvo con cui li aveva rimossi, e li ingoiava ancora crudi, che sapevano di sale.

Lei amava così tanto quel lavoro e quella vita, che continuò anche quando non serviva più. Inata e Ame smisero a neanche quarant’anni, io non iniziai mai e dove la spuma bagnava Akiko e i seni bianchi delle altre donne rimasero solo rocce, dure e nere. Eppure non ci facevo caso, finché Akiko sarebbe andata a pescare, nuda come al solito, finché i suoi capelli avrebbero fatto odore di alga marina, il resto sarebbe rimasto uguale.

Ma la malattia non potevamo immaginarla. Lei non ci diede modo neppure di sospettarlo. Aveva continuato a fare le cose come sempre, a riportare quei cesti di vimini, ad aprire i ricci col coltello e succhiarne l’interno, ma nessuna di noi andava più in spiaggia a vedere la sua schiena.

Il primo segno della malattia furono certe sfumature bluastre fra le scapole. Se ne accorse per prima zia Hana, che la scoprì nuda nella vasca, intenta a sbrogliarsi i nodi dai capelli. Seguirono visite mediche e trattamenti vari, nessuno si rivelò efficace perché le sfumature s’inspessirono, da acquerello divennero acrilico e tinsero tutta la schiena. Akiko però non sembrava lamentarsene e con noi si guardava bene dal fare qualunque commento riguardo al suo stato di salute. Metteva in pratica il più vecchio e caro insegnamento che le aveva lasciato il marito: “sei solo quello che senti di essere”. E lei era in salute, andava ancora a caccia di granchi.

Akiko aveva tenuto insieme la nostra famiglia. Quando gli uomini se n’erano andati e mia madre e le mie zie si erano sentite come colpite da una maledizione, condannate all’infelicità, Akiko aveva detto loro di tornare sulla costa e pescare. Aveva detto che solo le donne potevano farlo e che la ragione era semplice, aveva a che fare con la nostra natura: le donne sono duttili, la parte morbida e cedevole, il che non implicava, nella sapienza orientale, essere deboli, ma, al contrario, essere resilienti. La più forte era colei che piuttosto che resistere fino a spezzarsi, si piegava quel tanto che bastava per vincere. E quanto poteva essere difficile per un uomo imitare la lentezza dell’acqua, aspettare l’arrivo dei granchi, catturarli senza lasciarsi pizzicare, con mano decisa e presa leggera.

Akiko aveva insegnato a mia madre e le sue sorelle che non valeva la pena resistere al dolore, che bisognava accoglierlo, perché il dolore era come l’onda, e se un momento ti viene addosso quello dopo sta già ritirandosi. Questo l’aveva insegnato anche a me e alle mie cugine, che quando vedevamo i cavalloni piantavamo i piedi nella sabbia e ci coprivamo la faccia. Akiko ci sgridava, diceva che dovevamo immergerci, così l’acqua ci avrebbe fatto giocare con lei.

Mise in pratica i suoi insegnamenti nell’ultimo anno di vita. Non resistette alla malattia, la lasciò entrare convinta che, come l’onda, il mare se la sarebbe ripresa.
Aveva ottantaquattro anni e la schiena blu con chiazze celesti e viola, sembrava uno di quei granchi che a volte si vedevano sugli scogli, tanto più che ora vedevo il suo corpo raggrinzito cedere al peso degli anni e quelle pieghe mi ricordavano la mollezza degli abaloni.

L’ultimo dottore che interpellammo la visitò a lungo e Akiko continuava a prenderlo in giro, a chiamarlo per nome –Tako – e tirargli la cravatta.
Il signor Tako disse che mia nonna aveva un granchio nei polmoni. Poteva averlo preso durante una delle sue lunghe immersioni, lei sosteneva che le fosse entrato dall’orecchio sinistro che aveva sempre pieno d’acqua. Doveva essere molto piccolo all’inizio ma adesso era decisamente troppo grande per essere rimosso.
Mentre le sue figlie si disperavano, Akiko rideva con le mani sul petto, come nel tentativo di sentire quel suo granchio, ospite inatteso, zampettarle tra un polmone e l’altro. Disse che le pareva giusto, considerato che aveva passato più della metà della sua vita con i granchi, e li aveva cacciati e poi cotti, era quasi contenta che fossero di nuovo loro e non qualcos’altro, magari qualcosa d’ignoto.

Quando restammo sole disse: Bene, so come prenderli. (altro…)

Leida

 
 

di Morgana Chittari.

 
 

La storia inizia dal nome. Un nome di donna.
 
Ogni storia di donna inizia dal ventre sfatto di un’altra donna dalla quale dipenderà per sempre. La donna, Delia. Una cosa – creatura – dura e dolente.
 
Quindi D. Dalie? Un fiore? No, banale. Dilea, o Diale? Non suona.
 
Generare è far esistere. Per far esistere bisogna dare un nome. E che sia una forma franta e sfatta di me ma che sia lieve e stia bene sulle labbra. Un suono. L. Lieda, o Ladie? Non suona.
 
Leida?
 
Sì, Leida.
LeidaIl nome ricompose un volto di bambina sul post it numero dieci. Ancora non esisteva e già aveva un nome. Di più, aveva un suono. E quante volte lo avrebbe ripetuto nell’arco di un’intera vita, anzi due. Le loro due vite intrecciate inchiodate inchiavardate.
 
Così da Delia doveva nascere Leida, come una necessità, un suono dipeso, appeso per sempre alla nota storta che l’ha generato.
 
La storia inizia al 99 di via Finisterre. L’ultima casa della via più lunga di Roccaperciata: 3,9 chilometri, ventisei cipressi, tredici per lato.
 
Una casa – come un nome, come una strada – si può misurare. Ventisettemetriquadri è la misura della casa.
 
Delia vi si trasferì dopo la nascita della bambina. L’uomo con cui l’aveva concepita era stato pagato per accoppiarsi con lei e poi sparire, la notte stessa, senza far domande.
La voleva tutta per sé, quella bella cosa – creatura – e tutto ciò che stava fuori dal perimetro della casa non sarebbe dovuto esistere per Leida.
 
Non si poteva gettare in pasto al mondo un suono così delicato, lasciare che altri se lo infilassero in bocca, lo consumassero.
 
Bisognava proteggerlo, tenerlo dentro, intatto, puro, quel suono.
 
Il solo modo per impedire che la vedessero, che la sporcassero, quella cosa – creatura – era tenere serrate e inchiavardate porte e finestre.
 
Prima di andare a dormire, il rito: guardare la loro immagine riflessa allo specchio.
 
Vedi? Non siamo sole, sussurrava Delia.
 
Sì, lo so, mamminacara. E con noi ci sono anche Gregor e le formichine.
 
Leida sfiorava con l’indice la propria immagine riflessa, e rideva. Nello specchio, l’Altra Lei ripeteva il gesto senza far rumore.
 
Quando Leida rideva le pareti in cartongesso vibravano, mobili e oggetti avanzavano o indietreggiavano di qualche centimetro.
 
Allora Delia si ancorava al bordo del lavabo e Va bene, basta, è ora di dormire, dichiarava, secca. Le quattro donne si congedavano con un rapido movimento della mano.  
Stesso naso aquilino, stesso volto scavato, stesse labbra, fini come lame, differenti solo nella curvatura: in Delia era una mezzaluna con le punte rovesciate, tirate in basso dalla mancanza, da un desiderio finito male.
 
Dal lavello della cucina alla bergère marrone, procedendo in diagonale, c’erano sette passi, sette mattonelle, bianca-nera-bianca-nera-bianca-nera-bianca, sette rombi di una scacchiera. A Delia piaceva calpestare questa geometria perfetta, posizionare i passi e le cose sul tabellone. Impartì ordini e posizioni alle cose e Qui dovete stare. Parlava alle cose. Le cose avevano capito e non si erano ribellate.
 
All’inizio.
 
Millequattrocentosessantacinque giorni, dieci minuti e diciassette secondi dopo Delia udì una risata cristallina, poi un botto, un crepitio, e un suono sordo come il buio misto a uno stridio straziante: lo specchio del bagno in frantumi, trentuno maioliche sbreccate, diciotto fessure sul cartongesso, cacche di topo sette, formiche rosse nella cesta del pane ventuno, la sedia F spostata in B 4-B 5, la sedia X ribaltata con le gambe spezzate in B 12-B 13, l’armadio G abbattuto in soggiorno tra F 1 e F 5.
 
Delia inarcò la colonna vertebrale all’indietro fin quasi a spezzarsi, le sue grida convulse ridestarono dal sonno Gregor che sbucò fuori dal suo nascondiglio e prese a girarle attorno in A 2-A 3.
 
In preda a un moto di rabida ferocia, Delia sollevò il piede destro e schiacciò Gregor.
 
Il sangue della creatura schizzò in A 7 bianco. Si voltò di scatto e si diresse con passo marziale verso la camera di Leida. La trovò in piedi sulla sedia Y. Le tende strappate, il vetro della finestra crepato, Leida provava a forzare la serratura delle inferriate con un coltellaccio.
 
Si voltò verso la madre e glielo puntò contro.
 
Al posto del sorriso, una mezzaluna rovesciata.

 
 

Morgana Chittati nasce nel 1986. Si laurea in Lettere Moderne a Milano dove si occupa di giornalismo. Nel 2011 è tra i fondatori della redazione di Stampo Antimafioso, sotto la direzione di Nando Dalla Chiesa, e tra i vincitori del concorso di poesia dell’Università Statale, premiata con la pubblicazione da Mimesis. Ha collaborato con L’Eco della Stampa. Suoi racconti, poesie e recensioni sono apparsi e appariranno sulle riviste Sulla Quarta Corda, Suite italiana e Risme. Per Lekton Edizioni è uscita nel 2021 la raccolta di racconti Frantumi. Sedotta dal dialogo tra discipline si è formata e ha avuto esperienze nell’ambito della recitazione teatrale, studia le neuroscienze, pratica la boxe e la pittura. È ghostwriter e responsabile comunicazione.

 
 

Illustrazione originale di Elena Baila.

 
 

Elena Baila Artista poliedrica, visual&sound storyteller. Ha partecipato a svariate letture, esposizioni personali e collettive, ha collaborato e pubblicato elaborati artistici, fotografici e testi con diverse riviste e case editrici. Altre tavole sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Cincillà

 
 

di Maria Serra

 
 

Con questa sono sette, e abbassò il dito indice della mano destra.
 
Ancora tre e ho finito, si disse paziente. Poi, Padrenostro e Angelodidio. Quest’ultimo già se lo pregustava con l’acquolina in bocca, come un amaretto panciuto con la mandorla al centro. Era il suo preferito, lo recitava tutte le notti. All’Angelo gli lasciava pure un posticino nel letto, vicino a lei, anche a Ferragosto. Non si schifava mica del suo sudore, lui!
 
Erano le Avemarie la vera scocciatura di quella sera. Per fortuna gliene aveva date solo dieci. E se non gli avesse risposto? Forse gliene sarebbero toccate venti. Magari cinquanta? Sarebbero state troppe per lei, anche se ormai era diventata velocissima a infilarle una dietro l’altra.
 
“Da sola o con altri?”, le aveva chiesto il Padre.
 
“Da sola!”. Perché mai avrebbe dovuto farlo in compagnia? L’idea l’aveva fatta inorridire. E poi, altri, chi?
CincillàDa quando aveva fatto la Comunione, in bagno doveva entrarci sempre da sola. Ma se farlo con altri fosse meno grave? E se, in quei casi, cinque o otto Avemarie fossero sufficienti? Come stabilirlo? Di chiedere a sua madre non se ne parlava.
Le rimase il dubbio, ma quel giorno imparò che esisteva un peccato in più che prima ignorava, forse due.
Perché le toccasse chiedere sempre perdono alla Madonna, anziché al Padrenostro, era invece evidente. I padri, di quegli atti impuri lì, non ne sapevano nulla. Figuriamoci! Era una cosa da femmine, l’aveva capito benissimo.
 
Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio.
 
La Madonna era lì, lo sapeva, seduta in fondo al lettino. Con il velo bianco intorno al viso e tutto il resto. Piena di grazia, lei sì che era davvero bella. Arrivava sempre alla fine delle penitenze, l’aveva capito una volta che aveva sbirciato con un occhio solo, senza farsi accorgere. BenedictusfructusventristuiIesus, l’ultima Avemaria gliela recitò in latino per fare più bella figura. Quindi abbassò solenne il mignolo e sgranò gli occhi. La Madonna non c’era più, ed era buon segno: voleva dire che era rimasta contenta. Evviva! Le avrebbe mandato l’Angelo.
 
Quando non era contenta, invece, si precipitava subito a chiamare sua madre, la signora Assunta, che giungeva puntuale a farle tutte quelle domande difficili. Chi fa la spia non è figlia di Maria! Ma per la Madonna non valeva perché lei era la Madre di tutte le madri, anche della sua. Perché, allora, le domande, non gliele faceva direttamente lei? Sarebbe stato più semplice. Si conoscevano così bene. Ci avrebbero messo pochissimo a spiegarsi, anzi si sarebbero capite con uno sguardo. Invece a sua madre non sapeva mai cosa dire. E quando le balenava in mente una risposta da darle, era già scomparsa. Come faceva a sparire così in fretta? La camera da letto dei suoi genitori era dall’altro capo del corridoio. Ma Lalla finiva con l’addormentarsi prima di aver trovato una risposta sensata.
 
“Sicura che non ti sei toccata? Ti sei guardata?”, le aveva chiesto a bruciapelo la Signora Assunta la notte precedente. Che spavento! Non si sarebbe mai abituata a quelle apparizioni della madre. Non aveva fatto in tempo a raccontarle com’era andata, che subito l’aveva rimproverata. Guardata si era guardata, toccata pure. Come avrebbe potuto evitare di fare quelle cose, proprio lì, nella vasca da bagno? Aveva sviscerato mentalmente il dilemma, ma non era stata abbastanza veloce da tradurlo in parole. “Hai commesso atti impuri. Devi subito confessarti”, aveva tagliato corto la signora Assunta. L’indomani mattina l’avrebbe portata dal Padre.
 
Lalla aveva un’unica certezza: le tentazioni sono sempre in agguato. La madre non faceva che ripeterglielo, e glielo avrebbe detto anche prima di partire per le Terme, ne era sicura. Perché non la portava con lei, almeno per una volta? Quanto le sarebbe piaciuto! “Vado a curarmi l’asma, mica a fare la villeggiatura!”. Si sarebbe seccata, quella storia della villeggiatura la faceva innervosire. Diceva che se l’era inventata il marito per farla adirare. “Devi stare qui, a occuparti del babbo”, le avrebbe intimato.
Cucinare, stirare, rassettare. “Ormai sei una fanciulla, non più una bambina.”
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Coibentazione

 
 
 
 

di Annarosa Maria Tonin
 
 
 
 
Da quaranta giorni mangio lì, stando attento a non arrugginirmi come i chiodi che fuoriescono dalle assi marcite. Da quassù è davvero minuscola. Ogni tanto la guardo, mentre aspetto che la carrucola faccia scendere i calcinacci per risalire leggera. Quando volto le spalle alla panchina, non soltanto il suo verde sbiadito scompare, ma anche quello cangiante del viale alberato che la ospita, spezzato in due dalla strada ferrata.

La linea è stata elettrificata da poco. Dicono che i treni si sentano più di prima e siano più puntuali della campana del convento, che si trova a poche decine di metri. Ogni ora c’è un treno che arriva da sud e uno che arriva da nord. Non si incrociano, perché il binario è unico. Si alternano, l’uno cinque minuti prima, l’altro cinque minuti dopo lo scoccare dell’ora. Dalle sei alle venti, tranne il sabato e i giorni festivi.

Coibentazione

Per la strada ferrata oggi non è un giorno feriale. Per noi sì. Lavoriamo anche il sabato pomeriggio.

Stare in alto, lontano dagli altri, mi aiuta a respirare per decidere.

Quanto ai condòmini, oppressi dall’impalcatura, da quassù vedo minuscoli anche loro. La vedova novantenne, per esempio, che abita nell’attico accanto a quello del figlio. Dicono non lo faccia mai entrare in casa. «Solo le amiche» ribadisce spesso, «altrimenti l’oro sparisce». Dicono ne indossi più che può, per sicurezza, tintinnando felice anche in casa. «È la mia migliore cliente» dice il parrucchiere, che per mesi non parcheggerà davanti all’ingresso del suo negozio, ma accanto al bar.

Non è da molto che ha rilevato l’attività e sembra uno di poche parole. Mi ha invitato più volte a pranzare con lui al bar, per non subire da solo i modi troppo espliciti della barista. Pare che non se la sia presa se non ho accettato, ma, si sa, la gente è brava a fingere. Lui è del genere astuto, se è vero che ha impedito a una delle sue collaboratrici di aprire un salone estetico al di là della strada ferrata. «Da salone estetico a farmi concorrenza è un attimo».

Dicono che il parrucchiere non sempre finga, ma con me lo fa di sicuro, perché di quelli che vengono da un altro territorio non si fida. Finge di essermi amico perché – l’ho detto – gli servo a tenere lontana la barista, che cammina come fosse la figlia che la vedova novantenne non ha: stessi tintinnii, stessi capelli neri, stesso volto spigoloso e coperto di cipria, stessa borsetta sempre in mano.

Nemmeno lei vorrà lasciare l’oro ai figli, ma alle amiche tanto care? E il parrucchiere, che di figli non ne ha, a chi lascerà il salone, l’unico nel raggio di un chilometro?

Da quassù vedo la sua utilitaria. «Non ci salirò mai. Perché non ti compri una decappottabile? Mi piacciono tanto le decappottabili» ripete gridando la barista, quando tutti chiudono, senza passare da lei.

Chi ci passa più volte al giorno, invece, è la Tina, l’anziana con la passione per il gioco. È la proprietaria del terzo attico, chissà ancora per quanto? Come possa stare una persona sola in centosessanta metri quadri mi riesce difficile immaginare.

Ieri la vedova con l’oro è stata costretta ad alzare le tapparelle, perché ho controllato due guarnizioni.

«Veda di non sporcare e, se proprio deve, faccia in modo che io non me ne accorga. Vado al mercato con la Tina. Al mio ritorno le chiederò un favore».

«È più facile di quello che pensi, imbrogliarla. Se mi fai guardare giù dall’impalcatura, ti insegno come si fa. A imbrogliarla. Prima di tutto, però, ti converrà farle il favore che ha da chiederti».

Dicono che il figlio della vedova somigli a Gary Oldman. Dicono che un giorno abbia fatto comparire una porta fra i due attici, in deroga alla planimetria condominiale. Dicono che, tutto sommato, sia un condominio di gente onesta e rispettosa delle regole.

Chissà se ci vanno mai tutti insieme in bicicletta la domenica a guardare i panorami dal basso. Domenica scorsa, dalla bicicletta, io e mio figlio più grande le abbiamo viste alzate, le tapparelle della vedova, ed erano aperte le finestre che ora da quassù posso di nuovo solo intuire.

Domani è domenica e vorrei regalarle ancora a mio figlio più grande, che le saluterà di sicuro e mi chiederà di portarlo su con la carrucola per entrare in casa della vedova a guardare giù. Vorrei regalarle a mio figlio più grande, perché, un giorno, non si sieda su una panchina per pranzare e oltrepassi la porta che unisce i due attici in deroga ai regolamenti, come Gary Oldman che non è Gary Oldman.

Sarebbe sorprendente scoprire che anche in uno solo di questi undici appartamenti si mangiano panini tutti i giorni. In quello della ragazza che corre, per esempio. Dicono frequenti l’Università.

Ho incrociato la sua treccia un buon numero di volte. Lo sguardo lo tiene fisso sul contachilometri; penso che non le piaccia molto la vita intorno alla strada ferrata. Mi piacerebbe sapere di cosa si accorge veramente. Il suo essere sempre corrucciata si accompagna agli auricolari bianchi. Chissà se è il suono che passa da lì l’unica cosa di cui si accorge.

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La città delle bici

 
 
 
 
di Andrea Viola
 
 
 
 

Telaio, frazione di Due Ruote, 4 agosto 2020
 
 
La sala del Comune era stata preparata per l’occasione. Ultima riunione prima della pausa estiva. Dipinta di bianco con i colori dell’iride al centro. La striscia iridata viaggiava su tutte e quattro le pareti, interrotta soltanto dalla porta, il cui interno era stato dipinto di bianco con al centro strisce azzurre e blu, e due stelle che risaltavano agli occhi di chi avrebbe chiuso. L’ospite era importante, ci voleva un’accoglienza degna della personalità. E poi bisognava farlo sentire a casa. Lui, che aveva la fabbrica al quarto e ultimo chilometro della salita dove terminava la gara del paese. Lui che in fabbrica andava con la sua bici da venticinque anni. Lui che aveva la casa alla fine del rettilineo dove solitamente veniva posizionato il traguardo del Giro d’Italia — quello femminile, quello Under 23, quello degli uomini professionisti — e che sponsorizzava con la sua fabbrica, appunto, di molle per i cambi delle più famose marche di biciclette. Molle per i cambi delle biciclette. Sì, perché senza la molla il cambio non funziona. Componente fondamentale. Anche lui, FaustoMarcoGino detto Il Farinel, era fondamentale per la ridente cittadina di Due Ruote. Il nome, a quelle quattro case che poi erano diventate un paese, lo avevano dato i fondatori ai primi del Novecento, quando i mezzi di locomozione con le ruote erano due, il treno e le bici. Carrozze: non utilizzate. Gli unici due nobili presenti a Due Ruote usavano andare a piedi o in bicicletta, come tutti. Di treni ne passava uno ogni tre ore, uno verso est, l’altro verso ovest. Fino alle 19. Poi stop. E chi si trovava a Due Ruote dopo le 19 doveva alloggiare in albergo, l’unico presente in paese, dal nome Serie Sterzo.

La città delle biciDa Due Ruote l’avo del Farinel aveva sempre fatto passare il Giro d’Italia. Dalla prima edizione del 1909. Cinque volte arrivo di tappa, col traguardo lassù, proprio al quarto e ultimo chilometro dove campeggiavano gli stabilimenti della fabbrica. E dove quella volta sotto la pioggia arrivò Pantani, Il Pirata, e vide FaustoMarcoGino e gli diede la sua borraccia, dalla quale lui beve ancora oggi. E dove quella volta Fausto Coppi vinse di un centimetro su Gino Bartali, centimetro certificato da un metro preso proprio dalla fabbrica di molle. Era ritenuto più preciso. Come se un metro non fosse un metro, ma gli anziani di allora si presero la briga di certificare la vittoria dell’Airone. O come quando Il Cannibale, al secolo Eddy Merckx, alla fine della tappa vinta, rese omaggio in diretta televisiva alla fabbrica dichiarando: «Senza le molle del cambio io oggi non sarei a festeggiare questa vittoria».

Poi arrivò il fascismo. Un disastro, anche per Due Ruote. Il regime voleva pure cambiare il nome in Quattro Ruote, ma non ci fu verso per l’opposizione dei suoi abitanti. Il podestà che arrivava da Roma quel lunedì mattina, scelto da Mussolini in persona, non poteva credere ai suoi occhi. Le macchine al seguito, quel corteo nero e meccanizzato, con i fumi che lasciavano una scia di odore insopportabile, si trovarono di fronte barricate fatte di ruote di biciclette, pezzi di ricambio ammassati, telai incrociati, fili dei freni ad altezza tibia per far inciampare i malcapitati. Quel chiassoso corteo dovette spegnere i motori e fermarsi all’entrata del paese. Iniziarono ore di febbrili trattative con gli abitanti. Non volevano né macchine, né podestà, né camerati. Tuttavia l’Autarchia doveva vincere, e alla sera si presentarono i carri armati. Dovettero cedere, ma fecero di tutto per rendere impossibile la vita agli occupanti con le macchine. Di questo la stampa ufficiale non poteva parlarne. Quando iniziarono a costruire il distributore di benzina sulla via principale, la mattina successiva si trovarono i pozzetti pieni di camere d’aria, le macchine venivano costantemente rigate, ne venivano bucate le ruote, rotti i fari. Fino a quando il podestà non mise il coprifuoco e minacciò di eliminare le biciclette da Due Ruote, triste anticipazione di quello che sarebbe accaduto durante la Resistenza.

Da quel momento la vita nella cittadina piemontese cambiò, e le macchine diventarono una presenza normale.

La fabbrica di molle però non conosceva soste. Riforniva i grandi marchi del ciclismo, fornì biciclette ai partigiani, e continuava a portare il ciclismo a Due Ruote, affinché nessuno dimenticasse un passato che sì, doveva essere ingombrante.

FaustoMarcoGino non ereditò soltanto la fabbrica. Ereditò la passione per la bici, e anche una visione del mondo. Quella chiusa nel cassetto della scrivania di suo padre. Ed era quella visione che FaustoMarcoGino andava a presentare nella sala comunale di Due Ruote. Quei fogli datati 1973, l’anno fatidico della crisi petrolifera e della scoperta del disegno di Leonardo che raffigurava un prototipo di bicicletta, quei fogli che suo padre aveva riempito di scritte e disegni era l’ora che rivedessero la luce. Ma soprattutto che diventassero realtà. Era pronto a tutto, i soldi non sarebbero stati un problema. Suo padre aveva lasciato una fortuna, facendo mettere per scritto, e la firma denotava una mano sicura, decisa, che sarebbe stata utilizzata solo per quel progetto.

Il Farinel arrivò all’appuntamento in bicicletta. Casco, occhiali da sole vintage, borsa con i documenti, jeans, scarpe da ginnastica, giacca. La maglietta da ciclista con il nome della squadra e lo sponsor: la fabbrica di molle per i cambi. Senza nessuno che lo accompagnasse, solo in corsa c’erano i suoi compagni di squadra.

Le dieci persone sedute in sala — sindaco, assessori e segretarie — lo fissavano, lo squadravano, trapelava curiosità dai loro volti. Erano la nuova generazione, e della vecchia Due Ruote avevano sentito i racconti, ne percepivano il passato particolare, l’unicità, ma facevano comunque fatica a vedere tutto questo nel presente.

Il Farinel li guardava uno a uno, dritto negli occhi. E fece onore al suo soprannome. Era un birichino, lo era stato anche da corridore. Ricordava Giovanni Gerbi, Il Diavolo Rosso. Sì, quello di Asti. Tutti si ricordano di quando FaustoMarcoGino in quella gara a cronometro disse al corridore più forte che gli avevano cambiato l’orario di partenza, così quel poverino partì dieci minuti dopo con la penalizzazione. Oppure quando in gruppo era solito urlare fortissimo nomi strani e tanti si giravano distraendosi, tranne i suoi compagni di squadra che partivano per andare in fuga e a volte vincere le corse. O quando sgonfiava le gomme delle ammiraglie, e rideva a sentire i cristi dei direttori sportivi.

Quel giorno si sentì una frenata, rumore di lamiera, vetri in frantumi. I presenti ebbero un sussulto, si alzarono veloci dalla sedia e corsero alla finestra. Pensavano a una macchina contro le vetrate del Comune. Ma nulla. Solo silenzio interrotto dal cinguettare degli uccellini, sole a picco, qualche ignaro passante.

«Le macchine e le moto dovranno essere bandite da Due Ruote». L’incredulità dei presenti si attenuò al sentire quelle parole. Ne aveva combinato una delle sue. Aveva fatto piazzare dai suoi ex compagni di squadra un altoparlante che avrebbe diffuso quel rumore, e aveva comunicato l’ora precisa dello scherzo. Il Farinel aveva colpito ancora, e anche questa volta per vincere.

«Due settimane e Due Ruote tornerà indietro, per andare avanti. Le macchine e le moto sono il vecchio, le bici sono il futuro, è inutile riempirsi la bocca di tanti progetti e poi pensare un mondo con le macchine» disse. «C’è bisogno che cambi la percezione del lavoro, degli spostamenti, dobbiamo tornare a godere di più di quel tempo che sembra sciogliersi tra le nostre mani». Lo aveva letto sugli appunti del padre e se lo era fissato nella mente. Il tempo, quel tempo passato in coda o in macchina, era stato la sua fissazione. Il tempo degli spostamenti a Due Ruote doveva essere misurato solo sui pedali, o al limite a piedi. Godere del tempo che non torna, dei rumori veri, della leggerezza dello spostamento in bici, dell’armonia della pedalata.

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