scritture

Contro l’insonnia

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Smetti di preoccuparti. Appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli. Il tuo mondo sta andando a rotoli, ma non è colpa tua, hai fatto errori su errori, la tua vita fa schifo, tuo marito è freddo, tua moglie distratta, i figli crescono storti, scalpitano, scappano, i figli non ci sono, non sono arrivati o non li hai voluti, non c’è marito né moglie e ti senti sola, solo, non c’è lavoro oppure ce n’è troppo, non ci stai più dietro, sei stanco morto, una moglie, un’amante, il tetto da rifare, un buco nei calzini, sei esaurita, un marito, un amante, la cura dei genitori anziani oppure il pensiero di quando lo diventeranno, di quando dovrai farti carico di tuo fratello, di tua sorella, ti senti in trappola e ti mancano le forze, hai saltato la colazione e il pranzo, non te li puoi permettere, sei povero ed è colpa tua, hai perso soldi al gioco, te li sei bevuti o hai fatto spese inutili… ma magari!, almeno ti saresti divertita, invece soldi ne hai tanti, troppi, ma c’è un vuoto in te che i soldi non possono colmare nemmeno quando li dai in beneficenza… in verità, alle feste, se ti senti osservato, dici di voler donare tutto, ma non l’hai mai fatto, il fatto è che avevi delle ambizioni e hai fallito, non avevi ambizioni e ti senti già vecchio, vecchia e anche un filo depressa, vorresti cambiare vita, ricominciare daccapo oppure l’hai cambiata e vorresti tornare indietro, stavi meglio prima ammettilo, insomma il tuo mondo va a rotoli, hai l’impressione di non riuscire a tenere insieme i pezzi, però pensa, fai parte di una rete, di una maglia, sei un semplice nodo e da te partono semplici fili che raggiungono altri nodi, niente di più, più di tanto non puoi muoverti, nel bene e nel male ti sposti insieme al resto del tessuto, certo qualche filo può spezzarsi, ma non sarai mai libero di scappare e viceversa qualche filo può essere reciso, ma tu resti connessa a chi hai amato, magari solo per vie traverse, magari grazie a una bava di cotone e un bottone che ti sono rimasti in tasca l’ultima volta che hai salutato tuo padre, perché lui entrava in ospedale e non l’avresti più rivisto, perché alle tue spalle si chiudevano le porte del carcere e ci stai ancora dentro e te lo meriti, sei una ladra, un truffatore, sei al fresco per spaccio, ma c’è di peggio: spesso hai pensieri strani, oppure ti muovi senza pensare, fai cose a caso, dai retta a gente senza scrupoli o decidi sempre di testa tua e poi nessuno è disposto ad aiutarti, a perdonarti e quando credi di aver finalmente imboccato la strada giusta, aver rimesso i debiti, aver saldato i conti, ecco che ti capita un colpo di sfortuna, una storta alla caviglia non può essere colpa tua, eppure sei di nuovo a terra, ora tutto ti sembra senza senso, inutile, vano e alzarsi non è facile, non è mai stato facile, con gli anni poi anche le forze ti stanno abbandonando, non ti resta che guardare la televisione sul divano, ti senti un pensionato e magari invece sei molto giovane ed è la prima volta che cadi e ti immagini che questa cosa sia successa solo a te, sei il primo al mondo a provare un dolore simile, nessuno può capirti e quando per strada incontri uno sguardo amico o il sorriso di uno sconosciuto sotto sotto c’è la fregatura, l’offerta libera per i tossici, un nuovo contratto telefonico oppure inaugura un ristorante. Non te ne importa niente, hai ben altri pensieri al momento, sono passati gli anni, hai perso amici, amanti, amori o genitori che forse non erano i tuoi, però niente scompare, c’è continuità nella materia, considera il carbonio, quello nella tua pelle stava già nella corteccia di una pianta nell’Età della Creta e il ferro nel tuo sangue è stato prima in un lupo e poi in un agnello, è un ciclo ininterrotto, come quello che ti provoca emicranie ogni mese, emicranie oppure mal di denti, reumatismi, nevralgie, tutti i giorni ce n’è una, non si può mai star tranquilli, per non dire di peggio, un tumore, un infarto, una figlia malata, lì è sufficiente il pensiero a tenere svegli, ma la stessa cosa vale se a star male è il tuo cane, d’altronde ci fanno compagnia da 50.000 anni, sono di famiglia e come il resto della famiglia sono un sostegno e un impegno, un aiuto e un intralcio, chi ti sta più vicino ti protegge, ti coccola, ti comanda e ti tortura, era già così quando i nostri antenati animisti sedevano attorno al fuoco raccontandosi storie, le stesse storie che ci raccontiamo oggi, le stesse paure, la stessa insonnia curata dando un senso ai fulmini e alle stelle, alla vita e alla morte, magari un senso arbitrario, magari un senso sbagliato, erano uomini e donne spaventati, cosa si poteva pretendere e anche tu sei un uomo che ha paura, una donna spaventata, non ti si può chiedere di più, hai fatto quello che hai potuto, che ti è riuscito e se hai fatto degli errori e li hai pagati stai a posto e se l’hai scampata e te la ridi sei un bastardo, sei una stronza, ma c’è spazio anche per te su questa terra, sei nel paesaggio, sei il paesaggio insieme a piante e vegetali, insieme alle montagne, ai fiumi e agli animali, per cui smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli…

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, quiqui e qui.

 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 

Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado. Alcune mie tavole sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Prima o poi incontreremo il mare

 
 
 
di Eduardo De Cunto
 
 
 
 
 
Giorno 177

Anna, mia adorata,

non potrai leggere queste righe, ma ti scrivo lo stesso, giacché è l’unico conforto di questo tempo disperato.

La staffetta non dà notizie di sé ormai da due settimane. Né potrebbe: è partita prima che l’agguato alle gole di Sudbina ci costringesse a ripiegare verso ovest. Le comunicazioni sono interrotte, nemmeno noi conosciamo la nostra posizione.

In mancanza di direttive, ho deciso che muoveremo verso nord. Prima o poi incontreremo il mare; da lì, proseguendo lungo la costa in direzione di levante, raggiungeremo la capitale. Se Dio vorrà, ci ricongiungeremo al resto dell’esercito alle porte di Ničije Mesto.

Ora il nemico da affrontare è la penuria di viveri. Non vi è possibilità di rifornimento: pochi giorni ancora e finiranno.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 181

Anna, mio bene,

per la prima volta in vita mia soffro la sete.

I territori del Nord si sono rivelati inospitali: lo scenario è desertico, non abbiamo incontrato corsi d’acqua, né flora, né fauna, fatta eccezione per i serpenti. La truppa si nutre di quelli, ma ormai è allo stremo. All’orizzonte, verso ponente, si scorge un profilo montuoso. Andremo lì, nella speranza di trovare l’acqua.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 183

Il Tribunale delle Nazioni non mi assolverebbe. È dunque un bene che non possa consegnare queste carte alla staffetta, altrimenti nemmeno potrei scriverle. Non potresti perdonarmi neanche tu, Anna, moglie mia, pur conoscendo l’uomo che sono. Prego allora che mi assolva Dio.

Nella valle ci siamo imbattuti in un villaggio.

Più ancora che questa terra ostile, stiamo esplorando la nostra natura. Gli uomini, dopo giorni di fame e fatica, avevano sguardi di bestie. La guerra fa anche questo, ci consegna uno specchio che riflette la verità di ciò che siamo.

Ho lasciato che mettessero a sacco il villaggio. L’ho fatto per la mia salvezza: tenere a freno i soldati non era più possibile. Alcuni ordini non possono esser dati, per quanto li impongano le leggi scritte e i trattati della guerra. In certe situazioni, vigono leggi non scritte, più crudeli ma più coerenti con il nostro mestiere.

L’insediamento era pressoché sguarnito: i loro uomini sono tutti a difesa della capitale. La poca resistenza che abbiamo incontrato è stata spezzata con ferocia. Ogni casa è stata depredata.

I miei soldati non avevano solo fame di cibo, ma anche di donne. Ho lasciato che saziassero anche questo bisogno: non mi trovo in una posizione di forza e non posso rischiare ammutinamenti o diserzioni.

Non consentirò tuttavia che accada ancora.

Lo sguardo di una donna mi ha ferito. Aveva i tuoi occhi, quelli che hai dato a nostro figlio Andrea, la loro stessa malinconia. Mi ha ferito e ha risvegliato un demone che alberga anche in me: ho provato a mia volta un desiderio di bestia.

Aveva i tuoi occhi ma non sei tu, mia salvezza, mia luna sempre piena nella notte.

Non ho violentato quella donna.

Proseguiremo ancora verso nord. Il contatto con la popolazione ha giovato al corpo degli uomini, ma non al loro spirito. Sono spaventati. Sostengono che le donne di Istina possiedano arti magiche, e che il Nord sia terra di stregoni. Ho vietato che si diffondano tali dicerie, pena la fustigazione. Non voglio che le superstizioni di questo popolo barbaro entrino nelle menti dei miei soldati. Andremo a nord, mostrerò loro che non c’è nulla da temere, se non l’esercito nemico. Se Dio vuole moriremo in battaglia. Quando ci penso non provo dolore, ma sollievo. L’unico rammarico è per te. E forse per mio padre: non tramanderò il suo cognome.

Tuo,

Cristiano

 
 
Giorno 191

Anna, amore mio,

il mare è ancora lontano.

Non abbiamo incontrato altri insediamenti, e questo è un bene per la salvezza delle nostre anime. Ci siamo imbattuti però in un camposanto, con migliaia e migliaia di sassi disposti a cumuli. È segno che altri insediamenti non sono lontani.

Quella dei sassi è l’usanza del luogo. L’interprete mi ha spiegato che sono deposti sui sepolcri in caso di morte prematura, e rappresentano gli anni non vissuti. Deve allora trattarsi di un cimitero di guerra; i seppelliti sono giovani, a giudicare dalla quantità di pietre: una per ogni anno in meno rispetto ai cinquant’anni d’età, la loro aspettativa di vita. Ogni sasso è posato perché gravi sulla terra e l’affanni.

Accanto a uno dei cumuli, su una tavola di legno, era incisa una scritta. Ho chiesto all’interprete di tradurla. Lui non voleva. Mi ha detto che era una poesia, e che non era stata scritta per noi stranieri. Persino quest’uomo che tradisce il suo popolo, di fronte ai sepolti, ha avuto un sussulto di dignità. Non l’ho punito per questo, ma l’ho pregato di tradurla ugualmente, perché anche il carnefice potesse tributare omaggio alla vittima. Allora lui ha mormorato:

Accanto

alle rovine

rimane

la piazza,

Dule mio,

a contenere il tuo ricordo.

A volte vi ritorno

a spiare

le bocce dei vecchi

rotolare,

e sollevare polvere.

Mancassero,

potrei immaginarla

anche senza di te.

Non so se fosse un lamento di madre o di moglie. Mi ha commosso.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 192

Anna, anima mia,

la scritta accanto al cumulo di sassi ha fiaccato la mia determinazione. Ma sono un comandante, e devo anteporre il dovere verso la Patria alle bizze del cuore. È sera tarda e per stanotte ci accamperemo. All’orizzonte appare un altro villaggio.

Proteggi il mio sonno,

tuo,

Cristiano

Giorno 193

Abbiamo ancora viveri, ma non so se potremo recuperarne altri prima di arrivare al mare. Spero ci consegnino le scorte senza combattere: questa volta le donne andranno risparmiate, e se possibile anche i pochi uomini rimasti. Ho disposto la fucilazione per chi trasgredisce.

Anna, il filo di cui tieni un capo mi trattiene alla soglia della follia. Ma ho paura si spezzi. Tra i soldati si sono diffusi racconti di stregonerie, nonostante il divieto, e la loro paura mi contagia. Solo a te, e solo per immaginazione, posso confessare ciò che a loro nego: questo popolo ha qualcosa che mi turba. Le loro parole, i loro sguardi, suonano stranamente familiari. È come se condividessimo gli stessi fantasmi.

Tieni stretto il filo, mio amore, mio irritrovabile approdo.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 195

Cara Anna, moglie mia (o mio sogno d’ambra?),

la realtà sembra smembrarsi davanti ai miei occhi, a stento trattengo il ricordo del tuo viso e della tua figura.

La sortita nel villaggio ha avuto un esito del tutto imprevisto. Gli uomini sono stati respinti, ma non dalle armi. Sono tornati indietro in preda a un sortilegio, piangendo come bambini. Sostengono che i villani abbiano facce cangianti, e di aver visto nelle case…

Follie, mio fiore, follie che non riporto. Soffrono la mancanza dei propri cari e qualcosa deve averli suggestionati. Ho detto loro di riposarsi: sono uomini stremati. Ho provato a quietarli. Ma a me niente porta quiete, se non la tua ombra.

Ieri non sono entrato nel borgo, ho lasciato che a presidiare l’operazione fossero i luogotenenti. Ma è stato un errore: non possiamo rinunciare al rifornimento, domani andrò io stesso a vedere.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 196

Anna, mia ragione smarrita,

il filo che tenevi si è spezzato, e io non sono più né un soldato, né un uomo assennato. Non raggiungeremo Ničije Mesto, non morirò combattendo.

Le vie del villaggio erano deserte, ma dalle finestre una foresta d’occhi controllava ogni nostro passo. Gli Istini hanno occhi scuri di noce, occhi come i tuoi, mio spirito del mattino.

Ho varcato la soglia di una casa. Era minuscola, e sembrava vuota. Stavo per uscirne, quando un fuciliere mi ha fatto notare una piccola porta, celata da un pesante cassettone. Un nascondiglio. Abbiamo spostato il mobile e sono entrato.

Ho lasciato che gli occhi si abituassero al buio del ripostiglio. Per ciò che ho visto poi, ho temuto che il cuore mi cedesse.

Lui era lì, accanto al cibo, rannicchiato con le spalle al muro e le braccia avvolte alle ginocchia. Il colore dei suoi capelli era quello che abbiamo amato. La sua pelle di seta scura, la pelle che ti ha rubato, era la stessa, la medesima, proprio quella che sai. E lo sguardo che mi ha trafitto, quando ha sollevato il capo… pure quello era il suo, di nessun altro al mondo.

Lì, sul pavimento di quella casa, in quel borgo remoto e straniero, c’era Andrea, nostro figlio. Aveva l’età di quando lo perdemmo.

 

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme, nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, sulla rivista Voce del verbo. Altri racconti appariranno a breve su altre riviste: non si impara mai dagli errori passati. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

 

Illustrazione originale di Sara Camagnoni.

 

Sara Camagnoni (Reggio Emilia, 1980). Vive e lavora da sempre in natura e con gli animali. Ama disegnare, soprattutto cavalli, le piace sperimentare e sperimentarsi con altre tecniche, strumenti e temi.

 
 

Una falange di qualche dito [Corinzi I, 13]

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Vi parlerò dell’amore.

Penserete “strano”, siete convinti che io sia un tipo freddo e cinico.

Può darsi, un certo cinismo sono disposto ad ammetterlo, ma vi radunate in un angolo della stanza e quando siete sicuri che non vi sento dite “era così arido”, dite “è stato avaro di sentimenti”, dite “non si è mai concesso veramente”. State tranquilli, parlate pure forte, non vi sentirei comunque, ma porcomondo quello che bisbigliate di nascosto è falso, e il mio stato è qui a testimoniarlo: in un letto di ospedale, privo di sensi e dei relativi organi, impermeabile a qualunque stimolo esterno e tutto concentrato sulle mie sofferenze posso dichiararlo con certezza: io ho amato. Eccome se ho amato.

Penso che tutto sia iniziato quando mi lasciò F. F era la mia vista e i miei occhi. Giravamo in città e lei mi faceva notare le facciate delle chiese, la forma delle case, gli scorci dai portoni, i fiori sui balconi, oltre a guidarmi passo passo vista la mia totale assenza di senso dell’orientamento. Il mondo aveva un senso allora, era ordinato e potevo percorrerlo con la certezza di arrivare, arricchito da tutto quello che F sapeva mostrarmi durante il viaggio. Quando lei se ne andò, non persi solo una compagna, mi ritrovai privo di occhi, incapace di vedere la realtà, perso in un mondo che mi risultava ignoto e inconoscibile. Mi dotai di un bastone per ciechi e di un navigatore satellitare e cercai di rifarmi una vita.

Incontrai H in un call centre, mi sentivo molto solo dopo l’abbandono di F, ma non avevo altra maniera per trovare compagnia, era un periodo buio per tutti, si viveva chiusi in casa. Certo che non l’ho mai incontrata, che scoperta, ci siamo sempre sentiti per telefono, ma fa davvero differenza? E allora vi confesso anche che non era un call centre, era una chat erotica. Siete contenti? Lo ripeto, non cambia nulla. Mi innamorai della sua voce, calda e bassa, persino roca, dopo aver fumato, e delle porcate che riusciva a inventarsi, o almeno così credevo. Scoprii presto che aveva più di settant’anni e che era tutto vero quello che raccontava. Aveva vissuto mille vite e mi parlava della sua giovinezza scapestrata, dei suoi amanti pericolosi. Se qualcuno ha capito il senso di questo caotico mondo disperato, di sicuro è H, pensavo allora e spendevo in telefonate il mio intero stipendio per carpirle il segreto. Non feci in tempo, finirono prima i soldi. Quando gli usurai vostri fratelli mi comunicarono che il conto era in rosso e mi fecero disattivare il servizio, H deve essersela presa. Mandò un sicario che mi tagliò le orecchie. Divenni sordo, oltre che cieco.

Conobbi L in ospedale, faceva l’infermiera, si occupava delle mie ferite, le puliva ogni giorno. L era morbida e dolce. Ringraziai il cielo di avermi mutilato la notte in cui lei si infilò nuda nel mio letto. Toccarla era un piacere assoluto. Immergevo la mia carne nella sua e ogni punto era ugualmente accogliente. Facevamo l’amore così spesso che nel giro di una settimana divenne ripetitivo. Allora lei iniziò con piccoli morsi, poi toccò ai pizzicotti, alle sculacciate, alle cinghiate e infine alle botte vere e proprie. Accettavo tutto con curiosità. Ogni colpo sulle natiche o sulla schiena esplodeva in forma di dolore, ma arrivava al cervello come un piacere che mi obnubilava i sensi. Non capivo più niente, ero felice.

Non so perché L decise di andarsene, ma prima mi fece un’incisione in testa e mi strappò la pelle. Da allora non ho più il tatto: tocco le cose, ma non me ne accorgo, il corpo di una donna non mi dà più godimento di quello di una bambola, né la superficie di una statua di marmo o un morbido tessuto sanno restituirmi quella sensazione di liscia perfezione che tanto amavo un tempo.

Mi restava ben poco da perdere eppure non volevo smettere di innamorarmi. Andò a finire che J, così credo si chiamasse quella meravigliosa ragazza indiana, mi rubò l’olfatto. Immagino fosse appena uscita da una baracca di lamiera di qualche slum nelle periferie e puzzava: un misto di frutta marcita, sesso, catrame o plastica bruciata, ma potrei sbagliarmi, sudore e marijuana. Non riuscii a resistere al suo afrore, ma andandosene mi lasciò privo dell’odorato come quando, dopo un cibo molto piccante, tutto sembra sciapo. Non volendo rischiare, mi aveva pure mangiato il naso oltre che, naturalmente, spezzato il cuore. Ogni cuore ha le sue ferite e una maniera per metterle nei ricordi facendone esperienza, mi pare di aver letto, una volta. Sarà così che le lesioni si rimarginano, immagino, ma la cartilagine del naso, vi assicuro, non ricresce.

Come accadde che D mi rubò il senso del gusto è tanto scabroso che non me la sento di raccontarlo. Non insistete, è inutile, la mia bocca è cucita, e non solo in senso metaforico.

Una libbra di carne fu il prezzo che pagai per ogni mio innamoramento e vi devo dire che lo considero un prezzo equo. L’amore mi ha restituito molto più di quanto mi ha tolto. Anzi, non mi ha tolto nulla: quei sensi non li avevo prima di conoscere F, H, L, J e D, o comunque non erano sbocciati. Loro me ne hanno fatto dono e loro se li sono ripresi: si potrebbe parlare di un prestito e ogni prestito, lo sapete pure voi, canaglie che non siete altro, ha i suoi interessi. Quando ancora facevamo affari insieme, mi avete imposto tassi da usura e ora mi biasimate per le mie disgrazie e allo stesso tempo spiegate le amputazioni come la giusta punizione per l’avarizia. Siete solo capaci di contraddirvi, siete solo campane che risuonano, come diceva San Paolo ai Corinzi. Aveva ragione. Campane che risuonano! Cosa vi sembra di aver capito della vita voi che non avete mai amato, o che l’avete fatto una volta, in gioventù, salvo poi chiudere il cuore come le città assediate dai barbari chiudevano le porte di accesso per poi morire di fame? Non avete capito niente. Niente, porcomondo. Non si può conoscere una persona senza amarla, e non la si può amare senza il rischio di esserne amputati. Sappiatelo: non potrò che disprezzarvi se non vi manca almeno una falange di qualche dito.

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, qui e qui.

 

Illustrazione originale di Edoardo Rubatto.

 

Edoardo Rubatto. Cresco in un piccolo paese nella provincia nord di Torino. Poi mi laureo in antropologia culturale e compio un atterraggio di emergenza nel mondo della comunicazione. Smetto di fare sport, divento copywriter freelance, fondo fanzine più e meno umoristiche, ma sicuramente disturbanti, insieme a Walter Comoglio. Per sfogare le mie frustrazioni inizio a fare disegnini brutti su carta di recupero. Prima per il magazine Ivano (di cui sono co-autore), poi per il mio profilo Instagram. Alcune mie illustrazioni sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Mio fratello Eric

 
 
 
di Niccolò Scarpelli
 
 
 
 

Ebbene, il discorso è molto semplice. Mio fratello è un dandy. Si chiama Eric e ha 21 anni e anche se non è particolarmente bello la sua persona si manifesta nella bellezza, scompare e riappare come se ogni frammento di sé (cioè di lui) si trovasse davanti a uno specchio. Quando pensa che nessuno lo stia guardando Eric balla e si muove con fare sinuoso come se fosse su un palcoscenico. Mio fratello è un’unità fisica composta in parti uguali da estetica ricostruita e ossa robuste. Come ho detto non è particolarmente bello, ma non per questo è brutto: Eric è uno di quei ragazzi che sanno fare gli occhi dolci – e per inciso i suoi occhi sono verdi ma di un verde innaturale, come salvia appassita al sole, un colore che non vorreste trovare nella vostra cena.

Eric sa risplendere e mettere in risalto la sua Non Particolare Bellezza come se da essa dipendesse un volere più grande. Riesce a racchiudere tutto se stesso all’interno della sua presenza fisica, il che a mio avviso è una cosa piuttosto figa; e anche se le sue mani sono un po’ troppo piccole per un uomo – le sue gambe leggermente a X, le spalle strette e sempre ricoperte di piccole escoriazioni che cadono dai suoi capelli (quello che sto dicendo è che ha la forfora), la pelle arrossata, chiazzata, ruvida per via della dermatite… anche se cammina con i piedi all’indentro, anche se sputacchia leggermente quando parla, anche se le sue mani sono sempre sudate (e anche i suoi piedi a giudicare dall’alone che lascia nelle ciabatte ogni volta che se le sfila) e sorride arricciando il naso verso l’alto, scoprendo una porzione troppo vasta delle gengive – insomma anche se i suoi difetti fisici non sono di certo un segreto, possiede un senso di singolarità assoluta. È come se fosse capace di opporsi agli altri brillando sotto una luce particolare, unica, una luce che sembra toccare soltanto lui e che è lui stesso a controllare, sfumare, amplificare, annichilire. Mio fratello sbatte le palpebre e la sua figura ritorna quella di un ragazzo ingenuo e goffo e Davvero Tutt’Altro Che Bello. Ed è proprio questo, secondo me, che lo rende un dandy perfetto, questa sua qualità di far arrivare la sua presenza attraverso il volto degli altri, tramite la luminescenza che lui stesso reprime e alimenta su chi lo circonda.

Ovviamente questo non è l’unico motivo per cui Eric è un dandy. Mio fratello costeggia la propria esistenza; recita il proprio ruolo, o quantomeno quello che [lui] crede sia il suo ruolo nel mondo. Come ogni dandy non è contento se non desta stupore, se non veste nel modo più sgargiante e accattivante e vistoso possibile. È sempre l’ultimo ad abbandonare una festa e il primo a mettersi in competizione con la persona attorno alla quale si orienta l’animo e l’umore degli invitati. Eric vuole vivere senza regole. Vuole dissipare il proprio tempo. Detesta stare da solo. I suoi occhi sono sempre opachi e smorti ma non riescono mai a nascondere del tutto lo scintillio folle di chi vive in una plastica e sovraccaricata posa perenne. È un pazzo scatenato, una persona talvolta piacevole da avere attorno e talaltra noiosa ed estenuante. È un ragazzo molto triste, mio fratello Eric, ma di una tristezza che ricerca se stessa senza farsi la cortesia di acchiapparsi mai; forse è anche per questo che non vuole mai restare da solo: forse crede che perfino l’idea di dover pensare alla propria solitudine gli permetterebbe (e badate questa è soltanto una mia idea, un’impressione personale suffragata da nient’altro che l’amore che provo per lui) di dare una tregua a quella ricerca che io stesso definisco auto-Negata, quel meccanismo di autocompiacimento tipicamente solipsistico di chi crede di essere nato sotto una cattiva stella e neanche ci prova a trovare un pretesto per non pensare a quanto più facile sarebbe farla finita e non pensarci più. Questo fa di mio fratello anche un egoista.

Eric è convinto – anzi, si è convinto – che 21 anni siano sufficienti per dichiararsi ufficialmente Niente. La sua vita è Niente. Il suo sentimento più profondo è il Niente. Io, secondo il suo modo di intendere le cose, sono Niente. E questo mi fa incazzare e non tanto perché io a mio fratello voglio bene ma perché sono del parere che questo suo atteggiamento spudoratamente nichilista trasmetta una superficialità d’animo che abbia finito col sminuirne la sua reale disperazione. Credo che il suo identificarsi nel Niente sia soltanto una scusa, una scorciatoia, una maschera dietro la quale nascondere l’infinito disordine mentale che pilota la sua vita. Per Eric è sempre una questione di Tutto o Niente. O si resta svegli fino alle prime luci dell’alba oppure ci si chiude a riccio nella propria tristezza –trasfigurazione letteraria di quell’oppressione toracica che si prova nel restare fermi e vivere nella rinuncia. Lanciamoci senza paracadute, dice Eric, oppure restiamo seduti su questa spiaggia a guardare la costa allontanarsi dal centro della terra. Questa è la rivoluzione di Eric. E anche se devo riconoscere che, drammaturgicamente, la sua idea è notevole, questo desiderio di disperazione e di inconcludente negatività emotiva io me lo spiego soltanto attraverso una congenita mancanza di coraggio. Voglio dire, diciamoci le cose come stanno: mio fratello è un codardo. E come ogni codardo, come chiunque non voglia neanche provare a dare una possibilità alla controparte che governa il proprio Io, non merita di essere biasimato o accusato o scusato di alcunché. Questo è quello che penso io. Già nostra madre, per esempio, la penserebbe diversamente se fosse qui. Ma lei non è qua, oggi, in questo momento, a parlare con voi. Ci sono io e pertanto l’unica cosa che posso fare è riportare il mio dispiacere e non il suo.

(altro…)

Incanto

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Pare che ci sia una particella subatomica chiamata incanto, pare che derivi dalla parola inglese charm, non ci capisco niente di fisica, l’ho scoperto così, cercando incanto sul vocabolario, mi interessava perché mi è capitato tra le mani l’avviso di un’asta giudiziaria e ho imparato che ci sono aste senza incanto, allora mi sono documentato, l’incanto è il rilancio, mentre senza incanto vuol dire che l’offerta va fatta in busta chiusa, potevano anche scrivere in busta chiusa, ma si sa che i giudici preferiscono non farsi capire, io infatti non ci capisco niente di aste, mi sono imbattuto per caso nel bando, beh, non esattamente per caso, è casa mia che mettono all’asta, ho saltato un paio di rate del mutuo, non avevo scelta, gli alimenti alla ex-moglie o il mutuo, mica li cago i soldi, un paio si fa per dire, ma la banca al secondo bollettino non saldato ha avviato la pratica, quindi bastano due sviste e sei fottuto, anche se in verità la svista è stata sposarsi, non fare il mutuo, col mio stipendio me la sarei cavata benissimo, e lei non ci pensava nemmeno, sono stato io a insistere, andiamo a convivere, sposiamoci, facciamo un figlio, mi sembrava necessario a dare un senso, sennò tutto si riduce a una baraccata caotica in cui ci si agita, si strilla, si piange, si ride, alla fine siamo solo polvere che si posa sui mobili, la qual cosa mi ha sempre dato parecchio fastidio, la polvere, il disordine, è stata proprio la sporcizia la causa di una litigata furibonda con Maggie durante il nostro primo viaggio insieme, aveva ridotto l’auto a un cesso rovesciando ovunque gusci di arachidi e briciole di cracker, e io che già me la immaginavo di lì a pochi anni grassa e sciatta le avevo fatto una scenata, scenata che non l’aveva scossa poi molto, aveva fatto spallucce e promesso che avrebbe passato lei l’aspirapolvere, al ritorno, poi se n’era guardata bene, non ricordo più con quale scusa, comunque il nostro primo scontro non aveva lasciato strascichi, ma già dal secondo avremmo dovuto capire che nei nostri caratteri c’era un punto inconciliabile, la mia strenua resistenza all’avanzata del caos contro il suo sistematico lavorio entropizzante, uso un parolone, non ne so niente di termodinamica, mi capita di scegliere termini a caso, se ne conosco vagamente il significato e questo viceversa faceva impazzire Maggie, lei è insegnante di lingua e letteratura inglese, le parole sono importanti, ripeteva, scagliandosi contro i miei strafalcioni, sì, sì, ma contano di più i fatti, ribattevo io, cinico, passando un dito sulla mensola in bagno e mostrandole la coroncina di polvere che immancabilmente nobilitava il polpastrello con una grigia parrucca, se non passo io lo straccio qui ci mangiano i batteri, insistevo, seriamente preoccupato dalle colonie di acari malsani che crescono cibandosi di pelle secca, te gli acari ce li hai nel cervello, è stata l’ultima cosa che mi ha detto, prima di andarsene sbattendo la porta, e io non ho potuto che darle ragione, sì, negli anni i microorganismi erano cresciuti a dismisura, fino a penetrarmi in bocca, nel naso e nelle orecchie, fino a mangiarmi pure i pensieri in testa, sarà per questo che ultimamente sento strane voci, voci che mi dicono: il mondo sta per spaccarsi, si è già inceppato a causa di un gioco di Mattia infilato nel meccanismo, erano sparpagliati dappertutto, prima della loro rocambolesca partenza, il mondo si è spaccato e nessuno lo sa aggiustare, la Terra non è più in garanzia da un pezzo, di questo ne sono convinto, considera l’inquinamento, l’immigrazione, le guerre, il riscaldamento globale, la criminalità organizzata, il divorzio, la droga, io so che sono eventi più grandi di me, ma almeno ci provo, invece Maggie lasciava correre tutto, ma chissenefrega, diceva, conta di più un sonetto di Shakespeare, è più concreto di tutte le chiacchiere che leggi sui giornali, quelle la settimana prossima svaniscono, questo è ancora attuale dopo cinquecento anni, sì, ma non mi dice che auto comprare per ridurre la CO2, ribattevo seccato, per tua informazione leggere produce pochissima CO2, meno di qualsiasi auto, ironizzava lei, recitando a memoria My mistress’ eyes are nothing like the sun, giocando con Mattia seduta per terra, mentre io facevo di tutto per mantenere un minimo di ordine in casa e nella mia vita, casa che la banca sta per mettere all’asta, vita che Maggie ha già sbattuto su ebay, su ebay non da Sotheby, peccato che quando il battitore mi ha presentato, esemplare di maschio adulto in discrete condizioni, considerando il recente terremoto, un tot di stipendio, un tot di salute, un tot di interessi, non c’era nemmeno una mano alzata per rilanciare di un centesimo l’offerta base già di per sé ridicola, per cui adesso me ne sto a casa di un amico, non me lo posso permettere l’affitto signor giudice, cazzo, sennò pagavo il mutuo, no? me ne sto a casa di un amico, ma non potrò rimanere lì per sempre, l’amico me l’ha fatto capire, si tratta di una soluzione transitoria, proprio a me doveva capitare ‘sta disgrazia, a me che ho sempre cercato la stabilità, e pensavo davvero che Maggie fosse la persona giusta, invece poi salta fuori che lei vuole mollare tutto per inseguire il suo grande sogno di scrivere un libro, un anno sabbatico solo lei e Mattia da qualche parte vicino al mare, e io a chiedere perché non potessi far parte di quel sogno, perché sei una continua distrazione, mi diceva, perché con te non si può stare tranquilli un secondo, c’è sempre qualcosa di urgente da fare: lavare, stendere, spolverare, aspirare, ma non è stato questo a dividerci, che io sappia il sabba non è ancora iniziato e del fantomatico libro non è stato scritto nemmeno il prologo, a ben vedere non l’ho mai vista scrivere, ci voleva dell’altro per minare il nostro rapporto, peccato che questo altro sia arrivato in fretta, troppo in fretta, mi sarebbe bastato solo un po’ più di tempo, oggi sono cambiato, vorrei che Maggie lo sapesse, non rifarei gli stessi errori, non mi metterei a sbraitare alla sua proposta di ospitare un immigrato in casa nostra, non userei certe parole oscene: razza, pelle, rapina, invasione, stupro, cercherei piuttosto di convincerla ad adottare un bambino a distanza, sono davvero cambiato, in un anno la massa delle cellule sostituite è pari all’intero peso del corpo, l’ho letto in un articolo scientifico, ecco il perché di così tanta polvere in giro per casa, comunque è ingiusto che io paghi per gli errori commessi da uno diverso da me, da un sempliciotto che commentava gli avvenimenti senza capirli, ma non è questo che mi interessa davvero adesso, il fatto è che il termine incanto, intendo nella locuzione asta con o senza incanto, etimologicamente deriva dal latino in quantum, a quanto, a che prezzo, l’ho cercato sul vocabolario, ve l’ho detto che sono cambiato, no? Maggie sarebbe orgogliosa di me, e allora si torna al quanto della fisica, parrebbe del tutto a caso, visto che incanto per quel che riguarda il quark è una traduzione di charm, così chiamano quella speciale particella in inglese, che vuol dire fascino, incanto, appunto, ma io non ci capisco niente di aste e neppure di fisica e l’incanto per me resta l’effetto che mi ha sempre fatto mia moglie, la mia ex-moglie, comparendo all’improvviso in mezzo alla folla, o uscendo dal bagno dopo una doccia.

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano).

 

Illustrazione originale di Cristiano Baricelli.

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.