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Noi, il mondo

 
 
 
 
Noi, il mondo

Adesso basta con la scrittura.

Ci sono già troppi punti di vista sul mondo. Alziamo la testa dal foglio e guardiamolo, una buona volta, il mondo. Il suo punto di vista è uno, immutabile; e ugualmente, irrimediabilmente lontano dai nostri.

Quanto tempo abbiamo perso, amici scrittori. Quante energie spese nella folle pretesa di spiegare agli altri qualcosa che nemmeno noi conoscevamo.

Sapevamo di mentire? O ci illudevamo davvero di custodire noi (proprio noi, solo noi) la parola della chiarezza assoluta?

 

Ma le intuizioni, allora? Le pagine che funzionano, vibrano, brillano di una luce bianca così simile alla verità?

Diciamolo meglio: simile alla nostra idea di verità. Quelle pagine non ci avvicinano di più al mondo, ma a noi stessi.

 

Allora il peccato originale è stato quello di confondere noi stessi col mondo.

 

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Fare le cose bene

 
 
 
 

Il miracolo di quando una pagina riesce. Le rare volte che – propria o altrui – la si legge e si avverte che lì sta il mondo, lì c’è la luce, lì abita la verità.

Se si fa la prova – sostituendo una parola con un suo sinonimo, aggiungendo o eliminando anche soltanto un segno d’interpunzione – il miracolo evapora, si sente il peso della scrittura, la distanza dalla vita.

Allora il mondo esiste, ed esiste la luce, ed esiste persino la verità.

E la verità è il ritmo dell’universo, che naturalmente è uno solo, e il miracolo avviene quando vi si accorda.

Si deve avere il coraggio di dire che esistono le cose fatte male e le cose fatte bene.

Di più: quasi tutte le cose sono fatte male, non si accordano al ritmo dell’universo.

Ma fare le cose bene – che vertigine! – è possibile.

 
 

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Offrirsi all’ignoto

 
 
 

a Fabio Stassi

 

 

“Lo scrittore è il primo dei propri lettori. Possiamo immaginarcelo come uno che, avendo cercato in casa, in biblioteca, in libreria, il libro che vorrebbe leggere e che gli manca, e accorgendosi che non lo troverà mai, se lo scrive (scrivere presuppone uno stato d’ignoranza: è difficile che il libro che si desidera leggere sia introvabile, e non sia mai stato scritto)”, p. 47.

Allora si danno solo tre possibili rapporti consapevoli con la lettura: non aver letto alcun libro, averne letto uno solo, averli letti tutti.

La prima e l’ultima eventualità generano rapporti puri, perfetti, perché coincidenti con l’assoluta estraneità o l’assoluta identità.cesare garboli

Nel primo caso non c’è ignoranza per assenza di desiderio, nel secondo per soddisfazione del desiderio.

Leggere un solo libro – leggerlo un’unica volta o rileggerlo all’infinito – significa invece rivolgere il desiderio non al mondo ma a un punto, e lì lasciarlo consumarsi. Il desiderio si slega dalla brama di conoscenza, di affermazione, di guadagno. Si offre il proprio desiderio all’ignoto.

Ci si offre all’ignoto.
 
 
 
E non è forse questo l’unico modo di manifestare la gratuità? E non è forse questo l’unico modo in cui si possa davvero entrare in relazione?

Ecco cosa avrebbe voluto dire Cesare Garboli ad Antonio Delfini: scusa se non sono stato capace di avere solo te come amico. Scusa se non sono stato capace di leggere un solo libro in tutta la vita.
 
 
 
(Suggestioni e citazione tratte da Cesare Garboli, Un uomo pieno di gioia, prefazione di Emanuele Trevi, minimum fax, Roma 2021)

 
 
 

Umani, santi, animali

 
 
 
 

“L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono” (p. 13).

“È questo, ai miei occhi, l’unico fondamento legittimo di ogni morale; le cattive azioni sono quelle che velano la realtà delle cose e degli esseri oppure quelle che assolutamente non commetteremmo mai se sapessimo veramente che le cose e gli esseri esistono.
Reciprocamente, la piena cognizione che le cose e gli esseri sono reali implica la perfezione.
Ma anche infinitamente lontani dalla perfezione possiamo, purché si sia orientati verso di essa, avere il presentimento di questa cognizione; ed è cosa rarissima. Non v’è altra autentica grandezza” (p. 14).

“ […] e anche mentre se ne trae sostegno, non dimenticare un solo istante che sotto tutte le sue forme, anche le più apparentemente inoffensive per puerilità, le più apparentemente degne di rispetto per profondità e in virtù dei rapporti con l’arte, con l’amore o con l’amicizia (e per molti con la religione) sotto tutte le sue forme, senza eccezione, il sogno è la menzogna. Esclude l’amore. L’amore è reale” (p. 36).

“Sono convinta che la sventura da un lato, dall’altro la gioia come adesione totale e pura alla bellezza perfetta, implicando entrambe la perdita dell’esistenza personale, siano le uniche chiavi mediante le quali si entra nel paese puro, il paese respirabile; il paese del reale.
Ma è necessario che l’una e l’altra siano pure: la gioia senza alcuna ombra d’insoddisfazione, la sventura senza alcuna consolazione”, p. 40.

 

Vivere da umani significherebbe non distrarsi.

Vivere da umani significherebbe credere che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe esseri certi che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe accettare che tutto esista.

Vivere da umani significherebbe essere santi. Significherebbe essere animali.

 

 

Tutte le citazioni sono tolte da Simone Weil-Joë Bousquet. Corrispondenza, a cura di Adriano Marchetti, SE, Milano 1994, e provengono dalle lettere di Simone Weil.