oltraggi

Evadere

 
 
 

C’è chi si prepara a uscire dalla vita con un gesto clamoroso.

Tanto è il bisogno di segnalare la propria esistenza, tanto è il terrore di passare inosservati, che si arriva a commettere persino questa sciocchezza quasi postuma. Ci si rifiuta di accettare la verità più semplice, l’unica: col tempo non resterà più alcuna traccia della vita di nessuno.

Eppure l’idea della vanità della vita, della sua inutilità, dovrebbe suscitare un irrefrenabile desiderio di agire: dal momento che il motivo di ogni gesto risiede nel solo fatto di compiersi, senza legami col prima né col dopo, ogni gesto dovrebbe appunto essere compiuto con dedizione assoluta, con felicità assoluta.

Allora ecco che ogni gesto si equivale (così come ogni persona si equivale), e non ha più significato annunciare di fare qualcosa per evadere: tutto si fa per evadere!

Anzi, al contrario, non si può fare proprio nulla per evadere, non si può uscire dalla vita finché si è vivi, non si può abbandonare questo vuoto di senso.

Se leggere un libro è rifugiarsi, o perdersi, nel racconto di qualcosa, non lo è altrettanto fare, organizzare, costruire? Un gesto compiuto differisce davvero da uno narrato?

E non è vero che i bambini imitano i gesti degli adulti: rifanno in modo diverso (e forse, loro sì, con dedizione e felicità assolute) ciò che fanno anche gli adulti, e che è destinato a spegnersi senza possibilità di incidere in alcun modo nell’infinità dell’universo.

Capire il pochissimo che siamo è la più vasta libertà di cui possiamo, potremmo, disporre.
 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

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Bisogna scegliere, non si può scegliere

 
 
 

Cercare l’assoluto che definisca, che limiti.

Il grande scrittore: coincidere con uno spazio, un ruolo, una professione, un impiego, un’identità. Ridurre la vita a un’azione, a una funzione. Essere una sola cosa.

Dispiegarsi nella vita, non trattenersi, non risparmiarsi, consumarsi, essere un corpo che si lascia guidare dalla vita. Essere molteplice, contraddittorio.

Essere davvero un essere umano, solo un essere umano. Essere anonimo.

scegliereAspirare alla precisione, ricordarsi di sé e dei propri contorni, trovare le parole per sé e per il mondo, stare fermi. Avere un nome.

Scrivere soltanto o dedicarsi anche ad altro, essere altro.

Come coincidere con la scrittura se c’è la vita.

Come scrivere senza la vita.

Come vivere davvero se bisogna usare la vita – come presenza e come assenza – per scrivere.

Vivere: accettare che i significati siano uno accanto all’altro, vicinissimi come fili d’erba, legati, dai contorni sfumati.

Separare, chiarire, scegliere, escludere: scrivere.

Scrivere solo un’unica infinita parola o un ritmo vuoto e misurare ogni volta il limite del linguaggio: impossibile dire, impossibile scrivere.

Come vivere e scrivere contemporaneamente.

Il tempo della scrittura è inseparabile dal tempo della vita, è inconciliabile con il tempo della vita.

Non si può essere grandi scrittori e grandi uomini: mancano il tempo e le energie, c’è soltanto un corpo.

Eppure: come scrivere senza essere un corpo, senza essere stati, senza avere un’umanità piena da raccontare, da trasfigurare, una vita attraversata.

Non esiste un corpo vivente che non si esprima, non si dispieghi prima di sparire, anche con i soli gesti.

Non ci sono scritture disumane.

Il fatto è che bisogna scegliere e invece non si può scegliere.

 
 

Illustrazione originale di Caterina Di Paolo.

 
 
 

Essere visti

 
 
 

Più che far vedere l’invisibile, la scrittura dovrebbe lasciar essere l’invisibile.

repenting-magdalene-also-called-magdalene-and-two-flames-1643Tentazione continua dell’esibizione, della ricerca di essere visti, notati, di essere per gli altri, per tutti, immobili animali sacrificali.

Compiutezza, eternità, immediatezza e rapida fissità della visione.

Ma non si può essere per altri senza attraversare se stessi, senza abbandonarsi al proprio invisibile movimento.

Non si può vivere pensando continuamente io sono qui, io sono questo, non si può essere una cosa nemmeno per se stessi.

Presenza e rappresentazione sono le due estremità entro cui si muove il corpo: sto nel corpo, sono questo corpo eppure lo eccedo.

C’è qualcosa che continuamente e da sempre mi sfugge di me, c’è qualcosa in me che non sono io, c’è l’assenza del mio corpo.

Delusione, paura, angoscia, perché non posso vedermi.

Libertà, sogno, gioia, perché non posso vedermi.

Allora non smettere più di scrivere e non trattenere alcuna parola per sé.

Scrivere di nascosto anche da se stessi.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Invece no

 
 
 

Il grande scrittore è colui che esce dal mondo.

Chi nel mondo rimane non può interpretare chi è uscito dal mondo: la distanza è incommensurabile. Allora si affanna a decifrarne i segni alla luce delle proprie paure (quelle stesse, umanissime paure che lo trattengono nel mondo).

E così, oggi facciamo a gara a dire quanto insopportabile fosse il carattere di Louis-Ferdinand Céline; quanto egli tiranneggiasse i suoi editori; quanto egli fosse attaccato al denaro.

Senza farci venire il dubbio che l’unica fedeltà assoluta di Céline fosse alla parola: “Per carità non aggiunga una sola sillaba al testo senza avvertirmi! In un attimo farebbe crollare il ritmo – solo io posso ritrovarlo. Potrò sembrarle uno sprovveduto ma so perfettamente quello che voglio. Non una sillaba” (p. 30).cover__id1774_w800_t1478165255__1x-jpg

Nessuna intimità è possibile tra chi esce dal mondo e chi nel mondo rimane. L’unica relazione che possa ancora darsi è, forse, quella commerciale: “Ho in odio tutto ciò che somiglia a intimità, amicizia, cameratismo ecc. È un aspetto della vita che mi disgusta. Su certe cose non si cambia. Mi consideri un eccellente investimento, nulla di più, nulla di meno” (p. 38).

La differenza è che solo chi esce dal mondo fa una scommessa assoluta, si scioglie da ogni altro vincolo, si consuma nella ripetizione del gesto: “Tra me e i miei accusatori c’è un fossato invalicabile, una questione di specie, quasi di genere i miei accusatori sono tutti impiegati – io, no. Gli impiegati cambiano padrone. Hanno sempre un padrone – Io non ho mai avuto padroni – Ho perso tutto in questa spaventosa avventura in cui avevo perso tutto in anticipo” (p. 92; qui e in seguito, corsivo nel testo).

Il rapporto con l’assoluto non fa parte della vita: o coincide con essa o non è. Il rapporto con l’assoluto prevede una dedizione assoluta; non sono contemplabili ripensamenti, imprecisioni: “Sono un maniaco del lavoro scrupoloso. Gli errori io non li capisco. Non li tollero mai, per quel che riguarda me. Odio quello che faccio, ma lo faccio perfettamente, sempre a qualsiasi prezzo e in qualsiasi condizione”, p. 136.

Invece no. I grandi scrittori non escono dal mondo; se è vero che ne abbandonano la superficie, lo fanno per addentrarsi nel suo nucleo più intimo, là dove nasce il ritmo: “I miei libri esistono, sono stati plagiati abbastanza, hanno nutrito un numero sufficiente di presuntuosi copioni per essere mostrati e ammirati e per riconoscerne il non so che la petite musique intorno alla quale i miei imitatori girano a vuoto senza capire”, p. 167.

 
 

(Citazioni tratte da Louis-Ferdinand Céline, Lettere agli editori, a cura di Martina Cardelli, Quodlibet, Macerata 2016).

 
 
 

Qualcosa di minaccioso

 
 
 

C’è qualcosa di minaccioso nella vita: non sapere mai con certezza chi porta il fuoco, dov’è il fuoco, chi ci sarà maestro.

qualcosadiminaccioso_resli_taleNon sapere se la parola proviene dal silenzio, dall’immobilità oppure dal movimento, dal ritmo.

Se bisogna limitare oppure lasciar fluire, attenersi alla realtà o ascoltare il sogno.

C’è qualcosa di minaccioso nella vita, che è muta come un animale.

E non si può sapere mai con sicurezza se le parole tolgono o aggiungono.

C’è qualcosa di minaccioso nella vita: vedere l’invisibile nell’altro e non sapere se proteggersi, difendersi o lasciarsene ferire.

Sapere che scrivere o tacere, allora, è la stessa cosa.

C’è qualcosa di minaccioso nella vita: la sua continua fine.

 
 

Illustrazione originale di Resli tale.