letture

Il tuffatore

 
 

Il tuffatore di Elena Stancanelli (La nave di Teseo, 2022) è la storia di un’ossessione, quella per Raul Gardini, figura già abbondantemente consumata dalla cronaca degli ultimi quarant’anni per la sua appartenenza a quella borghesia di Stato che, nel bene e nel male, ha diretto l’economia italiana fino a Tangentopoli. Non a caso, sono proprio le gesta pubbliche dell’imprenditore, descritte con una scansione incalzante, a trascinare la narrazione fra scalate e scissioni ai gruppi industriali più celebri del nostro Paese (Eridania, Montedison, Enimont).Il tuffatore

Ma non è questo il centro: a Stancanelli interessa l’atto estetico, il tuffo. La declinazione erotica dell’uomo – del maschio – Raul Gardini, che se nella vita privata è stato un marito fedele (al contrario dell’altro monarca industriale, Gianni Agnelli), in quella pubblica ha riversato tutta la vitalità delle sue passioni: il mare, dalle regate dell’America’s Cup ai tuffi, la caccia, il poker, il fumo (“Gardini, ma quanto fumi?, dicono che qualcuno gli abbia chiesto. E lui, sorridendo: più che posso”, p. 35), le mangiate al Gallo d’Oro di Ravenna, lo slancio verso l’innovazione (spesso al limite della preveggenza: le ricerche sull’Etanolo al posto della benzina, la nascita del Mater-bi, la plastica biodegradabile), i grandi legami umani con Mauro De André, padre di Fabrizio, Cino Ricci e Angelo Vianello, il suo mozzo analfabeta.

La vita straordinaria di un maschio romagnolo, carica di eventi al limite dell’incredibile, quasi chiacchiere da osteria: lo champagne bevuto a mollo nell’acqua alta di Venezia sulle poltrone galleggianti di Ca’ Dario, gli errori nella scalata a Montedison analizzati sul piano filosofico più che su quello economico, il polietilene biodegradabile lanciato con un gadget sulla rivista Topolino, che all’epoca stampava un milione di copie a settimana.

È sul piano erotico (per la precisione quello del Pothos: “Dio dell’inquietudine e della brama. Governa l’anima dei grandi condottieri, degli esploratori, dei marinai”, p. 120) che va letto il libro di Stancanelli. Come si guarda un tuffo: le analisi tecniche, così come i giudizi storici e morali, devono arrivare in un secondo momento; prima c’è solo l’emozione per le volute aeree, il rischio dell’impresa, il brivido dell’impatto con l’acqua – disastroso, per Gardini, con l’avvento di Tangentopoli.

Tutto ciò fa del libro un’analisi sull’evoluzione del maschio italiano e del suo rapporto col potere, con la vita. Se gli anni Novanta del secolo scorso ci hanno consegnato uomini rozzi e sgrammaticati come Di Pietro o dissoluti come Berlusconi, paragonato a “quell’Eliogabalo che racconta Arbasino” (p. 121), quella di Raul Gardini è la parabola di una generazione di maschi scontratasi con una svolta epocale, la fine della prima repubblica, forse non solo sul piano storico ma su quello antropologico: “Era un maschio, ma quella mascolinità decisionista e potente che aveva ereditato non funzionava più, stava perdendo fascino, era stata ridicolizzata. Oltre lo scandalo, le inchieste, il fallimento, oltre l’impossibilità di affrontare il carcere, forse la sua solitudine, la notte prima del suicidio, era anche quella di un uomo che intorno a sé non vedeva più niente che gli somigliasse” (p. 211).

Agostino Bimbo
 
 

Il libro della volpe

 
 
 
 

Un romanzo senza inizio né fine, senza copertina, senza numero alle pagine e senza paragrafi, rilegato con una spirale che permette a ciascun foglio di essere il primo o l’ultimo indifferentemente, racchiuso in una scatola, indispensabile supporto su cui stampare titolo, autore e logo della casa editrice: così si presenta “Il libro della volpe” di Enrico Ferratini (Pièdimosca Edizioni, 2021).
 
Un libro di storie che si susseguono intrecciandosi, sfumando l’una nell’altra, in cui ogni pagina può essere scelta per iniziare l’avventura o, completato un numero di giri a piacere, per terminarla. C’è un narratore chiuso in cella, poi (prima?) catturato dalle streghe, c’è un messaggio segreto che emerge dagli abissi, una volta sotto forma di pesce nero, l’altra di bottiglia, c’è un papiro da decifrare, c’è una volpe in difficoltà e un coyote che è disposto ad aiutarla, c’è un fabbricante di chiavi, l’unico a lavorare in un giorno di festa, c’è un ciabattino che “sa benissimo cos’è la felicità, conosce la via per arrivarvi e sa pure che è a un palmo dal suo naso, ma per qualche motivo non potrà imboccarla mai” (senza numero di pagina, così come le altre citazioni).Il libro della volpe

Una scelta originale che, unita a un’atmosfera misteriosa e magica in cui umani, streghe e animali parlanti interagiscono, produce un effetto molto simile all’andamento delle fiabe raccontate dai genitori ai bambini, in cui il punto di inizio può cambiare ogni sera e la fine sfuma nei sogni. “Con la notte, vedrai, arriverà anche il sonno, e nel sonno sarai perdonato, perché il sonno ha pietà di tutti, anche di chi giace nei crepacci dell’inferno”.
 
Quello che stiamo leggendo è quindi solo un lungo resoconto onirico?
 
Oppure è un libro circolare i cui protagonisti sono condannati a ripetere all’infinito gli stessi gesti: l’ipnotista continuerà ad annotare le parole contenute nella bottiglia nascosta nel vascello sprofondato nell’inconscio del paziente senza comprenderle; i due bambini a perdersi e ritrovarsi nel bosco, senza essere catturati dalle streghe come succede invece al narratore; il principe a ordinare al mago di procurargli l’elisir di lunga vita e a ottenerlo da una donna che nasconde la propria identità reggendo un ritratto davanti al volto.
 
Pare ci sia un antefatto, una colpa terribile che esclude la volpe dal consesso animale costringendola a raggiungere il mare per convincere il Leviatano a raccontarle le 300 storie che, imparate a memoria e raccontate dapprima al coyote e poi, ci si immagina, a tutti, le permetteranno di redimere la colpa. Proprio questo precedente suggerisce di sostituire l’ipotesi di circolarità con una nuova interpretazione: forse il libro descrive un istante immobile, tutto accade contemporaneamente e i concetti di inizio e fine devono essere abbandonati. L’eterno presente reca del passato solo un’ombra, ma un’ombra che lo sovrasta: “…si cela il fantasma di un passato che è più forte del presente, perché ogni oggetto, ogni luogo contiene sempre in sé il fantasma di ciò che è stato nel momento in cui [quel luogo, ndr] era più forte e vivo”.
 
Allora forse l’antefatto nemmeno esiste, e la colpa della volpe consiste proprio nel non avere forza sufficiente per raccontare le 300 storie trasmesse dal Leviatano. “«No, devi andare avanti», risponde il coyote, «è la tua salvezza, lo sai, se non finisci di raccontare le 300 storie sarò costretto a cacciarti via da qui perché, non dimenticarlo, tu sei maledetta, sei un’esiliata.» «Concedimi una pausa, una pausa sola, ho tanto bisogno di dormire.»”. Di nuovo un accenno al sonno. E poi più avanti (o più indietro): “No, non è la logica che ci può aiutare in questo caso, è nei sogni, nei vaticini che dobbiamo cercare la risposta”. Il che ci riporta alla prima interpretazione. Suggeriamo di rileggere la recensione.
 
Un libro sul potere salvifico delle storie, ma senza lieto fine. Anzi senza fine.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

L’uomo duplicato

 
 
 
 

«L’unica scoperta importante, che credo non riusciremo mai a fare, è quella di noi stessi». Parlava così José Saramago, nel marzo del 2001, in un’intervista televisiva rilasciata al giornalista Luciano Minerva. E poi aggiungeva: «Scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso».

È difficile non interpretare le parole dello scrittore portoghese, all’epoca settantottenne, come una dichiarazione di intenti relativa al romanzo che sarebbe uscito l’anno seguente, L’uomo duplicato, edito in Italia nel 2003 da Einaudi, nella traduzione di Rita Desti. La prima edizione nell’Universale Economica di Feltrinelli è, invece, del 2010.

Inevitabile pensare che lo stravolgimento emotivo e psichico che si trovano a fronteggiare Tertuliano Máximo Afonso (insegnante di scuola media) e Daniel Santa-Clara (nome d’arte dell’attore Antonio Claro), dopo aver scoperto l’uno nell’altro non il proprio sosia ma una copia perfetta di sé, sia per Saramago un espediente letterario attraverso il quale indagare le dinamiche di quel percorso di auto-scoperta destinato a restare in parte disatteso ma al quale nessuno si può sottrarre.

L'uomo duplicato

È significativo come tutto abbia inizio davanti allo schermo di un televisore, il non luogo in cui per decenni, prima del tempo di Internet ovunque e dei social network, una consistente porzione di umanità si è specchiata percependo un’immagine distorta di sé che poi si è riverberata nella società. Lì, Tertuliano si riconosce nei panni di un impiegato d’albergo in un film di terz’ordine: “Sono io, disse, e di nuovo sentì che i peli del corpo gli si rizzavano, non era vero, non poteva essere vero, qualsiasi persona equilibrata […] lo avrebbe tranquillizzato. […] Le persone equilibrate sono così, hanno l’abitudine di semplificare tutto” (p. 23).

Ma gli equilibri che governano la vita di Tertuliano sono destinati a essere scompaginati dalla scoperta appena fatta e da quel momento niente nella sua esistenza, come in quella del suo alter ego, potrà essere più definito semplice. L’insegnante di storia, annoiato e rassegnato a una vita alienante scandita dalla monotonia di riti quotidiani codificati fino alla meccanicità, e l’attore frustrato da una carriera mai decollata si incontreranno, e nel riconoscersi identici nell’aspetto, persino nella voce, e allo stesso tempo tanto diversi, soccomberanno al desiderio di indagare quel doppio impossibile eppure reale, alla ricerca delle radici dei propri fallimenti e della frazione sommersa della loro anima, quella su cui non avevano prima di allora osato posare lo sguardo. E se il viaggio per Saramago è metafora di scoperta e conoscenza mai del tutto compiuta, per i protagonisti si tratterà di un percorso senza possibilità di ritorno. Le rispettive esistenze, fin lì spese lungo traiettorie parallele e distanti, collideranno per poi intrecciarsi al punto da non poter essere più in alcun modo districabili. Perché, una volta persa l’illusione dell’unicità, questa non può più essere riconquistata. E dopo avere sperimentato quanto siano profonde le voragini e le contraddizioni che si annidano in noi, non c’è più concesso ignorarle.

Il romanzo del premio Nobel è opera letteraria che si offre al lettore concedendogli ampi spazi interpretativi. Probabilmente anche per questo nel 2013 il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve è riuscito ad avvicinarsi alla medesima tensione e intensità, interamente giocate sulla ricerca introspettiva dei due personaggi principali, con un film che, a parte il titolo (Enemy), segue abbastanza fedelmente la storia originale per poi discostarsene con una libertà eccessiva proprio nell’ultima scena. Ci sono però dei punti fermi imprescindibili nel lavoro di Saramago: una radicalità consapevole e mai rassegnata nel guardare al destino dell’individuo, e di conseguenza all’intera società; e il dubbio come dogma e propellente indispensabile per continuare a sentirsi vivi.

In letteratura i temi inediti sono una chimera più che una rarità, e quello del doppio ricorre sin dall’epoca classica, al punto da poter essere considerato un archetipo. E dunque, dove risiede la peculiarità dell’approccio che ci viene proposto da Saramago in questo suo romanzo? Per rispondere dobbiamo tornare alle parole dalle quali siamo partiti. La comprensione di noi stessi è l’unica di cui abbiamo davvero bisogno, e sebbene ne siamo consapevoli e ad essa irrimediabilmente tendiamo, non siamo fatti per raggiungerla né tantomeno tollerarla.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Come in cielo, così in mare

 
 
 
 

Come in cielo, così in mare, esordio di Giovanni Gusai (Sem, 2021) è l’approdo a una Sardegna abituata al commiato, sperduta tra i suoi panorami ancestrali, ai margini della produttività industrializzata e dei nuovi impieghi in telelavoro. È una bellezza spettacolosa che in sé e per sé “non serve a nulla” (p. 78), tanto meno agli occhi di Antine Farina, ventottenne figlio d’immigrato, nato e cresciuto a Milano. Il ragazzo si è appena laureato in architettura e non ha mai visitato Locòe, paese d’origine di suo padre. Si ritrova a doverci andare, con la famiglia, per il funerale della nonna, Jubanna.

Il lutto ripropone vecchi interrogativi: già alla vigilia della partenza, Antine si confida con la sorella: “Ho conosciuto un bel po’ di sardi o figli di sardi, ce ne sono un sacco all’università. Tutti tornano a casa almeno tre volte l’anno. […] Nostro padre dev’essere l’eccezione che conferma la regola. Mai una volta in trent’anni che ci abbia detto «ho voglia di starmene in Sardegna per qualche giorno». Mai” (p. 24-5)
 
Come in cielo, così in mare

Cos’ha potuto determinare un così grave allontanamento? Bertu, il nonno di Antine, nemmeno presenzia al funerale. Lascia ai nuovi venuti milanesi la propria casa e si ritira in collina, nello storico ovile, dove bada alle capre e si consacra a una solitudine sdegnosa – a condanna della modernità e di suo figlio Salvatore.

Tutti, al paese, ricordano la vicenda dei Farina, nessuno però vuol parlarne. Antine è confuso: neppure l’affascinante Niada, che negli ultimi anni aveva accudito Tzia Jubanna, intende spiegargli cosa sia successo. È una reticenza che si riconnette ai silenzi del luogo e a un senso di appartenenza quasi religioso, che vige di casa in casa, tra i cortili, nella serietà dei locoesi. Il ragazzo, estromesso, ne subisce il magnetismo arcaico; e per capire la rottura fra suo padre e Bertu dovrà prima sintonizzarsi con questo mondo arroccato fra nudi speroni calcarei e ritorta vegetazione, con il mare che, vicinissimo, è il più simbolico custode del segreto.

Quando i genitori e la sorella ripartono per Milano, Antine decide di trattenersi a Locòe. A pretesto adduce argomenti esistenziali: “avevo pensato di prendermi una pausa subito dopo la laurea. Ammetto che questo posto è un po’ troppo in pausa. Anzi, quasi fermo. Ma potrebbe fare al caso mio.” (p. 48)

È un’indagine sulla propria identità che esorbita dallo svago turistico e dall’incanto della natura incontrastata: fin lì “[…] aveva potuto visitare siti archeologici, grotte, laghi ben segnalati e facilmente raggiungibili. Ora era come inseguire un rocchetto di filo impazzito, adagiato sulle rocce senza un ordine apparente. La traccia da seguire svaniva fra le pietre ed era fatta di assenze.” (p. 107-8)

Quello della sua famiglia non è mistero che possa svelarsi al solo raccontarlo, ma Antine scalpita. Il nonno, burbero, gli ripete che “è troppo presto”, e si riferisce proprio alla necessità di una lenta assimilazione, all’inquadramento per gradi di un conflitto che è, sì, generazionale, ma su un piano – come si vedrà – di antropologia sociale.

Il tempio della loro conoscenza reciproca è l’ovile, e Antine tiene un diario in cui la resoconta: “Ho trovato nel padre di mio padre, che ancora mi stupisce chiamare nonno, l’eredità di un’appartenenza che non conoscerò mai. È un possesso al contrario. Lui non ha nulla, nessun oggetto gli appartiene. È la sua persona ad appartenere a questi luoghi” (p. 151, corsivo nel testo)

Come sospettare, da Milano, l’esattezza di piccole scienze quali l’accensione del fuoco, la pulitura dello spiedo, l’arrosto della carne o l’ammollare del pane? C’è una bellezza primitiva nel cimento fisico di salire all’ovile senza perdersi; e c’è un ammirevole coraggio nella vecchiaia scelta da Bertu, perché in fondo anche ciò che appare epico è sempre essenzialmente umano.

Così, nel pasto condiviso tra nonno e nipote aleggia un monito (e, di riflesso, una speranza): “chi mangia da solo muore da solo” (p. 146). Bertu, che mai rinuncerebbe alla solitudine della montagna o al fruscio degli scorci di mare tra gli arbusti, cerca un’umile sopravvivenza. È questo il messaggio che Antine impara a decifrare. Insieme alla pazienza di uno sguardo su quella che, forse, diventerà Casa:

“Poi lo vide. Mare infinito e piatto, a perdita d’occhio, fino a diventare cielo, fino a tenere ferme le montagne. La bellezza è piena solo la prima volta, e in quel momento Antine era un cieco che schiude gli occhi sull’aurora dopo una vita di ombre sfocate.” (p. 51)

 
 
Giulio Neri
 
 

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)