letture

Giardini cannibali

 
 
 
 

Ammodino Edizioni, marchio di Tempesta Editore, inaugura le sue pubblicazioni con Giardini cannibali, raccolta di racconti di Pietro Verzina uscita nel dicembre del 2022.

Sono cinque narrazioni in cui possibile e impossibile coabitano, generando un mondo nel quale decade il concetto di assurdo, né dunque può avere spazio lo stupore.

Nel primo racconto, Gli occhi degli altri, un uomo cerca di risolvere un accadimento: i fiori del suo giardino sono appunto dotati di occhi.

Ne L’inquilino, una famiglia cambia casa e si ritrova a dover convivere con una creatura mostruosa ed enorme. Che crea una serie di tragicomici problemi, compresa una bizzarra gelosia del padre nei confronti della propria moglie.

Carloncio delle serre è un uomo forzuto che lavora in condizioni di schiavitù, e che attirerà le attenzioni di un gruppo di ragazzi. Il loro interesse (affettuoso ma anche sadico) per Carloncio, individuo capace di sopportare qualunque deprivazione fisica e tortura, porterà a un finale tragico.

L’oceano è, oltre al titolo del quarto racconto, ciò che né più né meno il protagonista si ritrova nel proprio giardino. “Era un oceano magnifico, con tutto ciò che un oceano deve avere. Eppure molte persone si mostravano perplesse quando dicevo di avere un oceano in giardino. Ancora oggi non riesco a credere che esista gente dalla mentalità tanto rigida e limitata da non poter considerare un’affermazione del genere diversamente da un’iperbole o un modo di dire, quando non, addirittura, una facezia di dubbio gusto” (pp. 63-4).

E, come ogni oceano letterario che si rispetti, anche questo ha le sue imbarcazioni, i suoi capitani e le sue avventure, una delle quali coinvolgerà il protagonista medesimo.

Infine, in Racconto senza nome, Pierpaolo fa un mestiere davvero insolito: con un solo colpo di scalpello dato nel punto preciso di un edificio, è in grado di portare benefici ben più vasti di quelli circoscrivibili all’ambito edilizio. Ma anche, si scoprirà nella seconda parte della vicenda, sconvolgimenti di portata cosmica.

Giardini cannibali è un benefico esercizio di libertà di scrittura e di immaginazione. L’inverosimile, infatti, non è mai trattato con particolari riguardi. Non intervengono ironie o sarcasmi, eufemizzazioni o relativizzazioni, né si individuano piani metaforici o simbolici di cui lo stesso inverosimile si farebbe portavoce. Esso e lì, fa parte del mondo narrato da Verzina esattamente come tutto ciò che si è soliti riconoscere per vero.

La pacifica coabitazione di reale e irreale in Giardini cannibali, tuttavia, provoca una curiosa reazione di disagio nel lettore. I confini tra lecito e illecito, tra – nuovamente – possibile e impossibile, ci permettono ogni giorno di godere di un senso minimo di tranquillità esistenziale. Se essi vengono annullati, e ci viene presentata una realtà alternativa (e perfettamente funzionante), si ha come l’impressione che le nostre difese dall’altrove, dall’inconoscibile, non siano poi così invalicabili. Anche perché Verzina osa l’inosabile, collocando quell’altrove nell’ambiente considerato più intimo per chiunque: quello domestico.

Trattenendoci dalla tentazione di una lettura dell’opera come provocazione nei confronti dei meno avvezzi all’umana solidarietà e accoglienza, di certo possiamo affermare che Giardini cannibali – per vie personalissime e apprezzabili – svolge uno dei compiti peculiari della letteratura: quello di erodere le certezze e mostrare la cedevolezza di ogni presunta verità.

È quanto ricorda, nelle parole che chiudono il racconto, il possessore de L’oceano: “E non è forse un’illusione, o è forse una dannazione, la piena padronanza di se stessi, la piena conoscenza di se stessi?” (p. 100).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

La saggezza nel sangue

 
 
 
 

La saggezza nel sangue (Minimum Fax, 2021, traduzione di Gaja Cenciarelli), romanzo di esordio di Flannery O’Connor uscito nel 1952, presenta il protagonista Hazel Motes, giovane uomo di ritorno dal servizio militare, su un treno mentre guarda fuori dal finestrino, disturbato dai tentativi di conversazione della sua vicina di posto. “[La donna, ndr] Disse che le pareva di non aver mai avuto il tempo per fare un viaggio che l’avrebbe portata così lontano. Da come succedevano le cose, una che tirava l’altra, sembrava che il tempo passasse sempre così in fretta da non riuscire più a capire se si era giovani o vecchi. L’uomo [Hazel, ndr] pensò che, se lei glielo avesse chiesto, sarebbe stato tranquillamente in grado di dirle che era vecchia” (p. 31).
 
Schietto, quindi, puro di cuore, rigido nell’atteggiamento, retto nel comportamento, Hazel sa di non credere in Gesù Cristo e sa di essere destinato dal sangue a diventare predicatore: annuncerà la Chiesa Senza Cristo e, privo di qualsiasi esperienza, lo farà per tentativi, alla contemporanea ricerca di un maestro e di seguaci. Purtroppo, attirerà a sé solo falsi profeti, truffatori, ritardati, gente che vive di espedienti, poliziotti sadici. E, come una valanga che si ingigantisce lungo la discesa a valle, così la sua schiettezza acquisterà tali proporzioni di intransigenza da diventare alla fine rovinosa.
 
Tre sono le direttrici lungo cui si sviluppa il romanzo: il senso di colpa, la saggezza nel sangue e la capacità di vedere.
Partiamo dall’ultima. Haze in inglese è la foschia, mote è il bruscolino, l’evangelica pagliuzza nell’occhio del vicino. Hazel Motes ha quindi sin nel nome un conto aperto con il senso della vista. Non bastasse, appena arrivato in città, insegue un predicatore cieco per diventare suo discepolo (almeno fino alla scoperta che il predicatore in verità ci vede benissimo). Incontrata una prostituta, Hazel penserà: “I suoi occhi risucchiavano tutto in blocco, come le sabbie mobili” (p. 70). Nell’episodio che è forse il punto di svolta di tutto il romanzo, verrà ingannato da un poliziotto che scaraventerà la sua auto da una rupe attirandolo con la scusa di fargli vedere il paesaggio dall’alto.
 
“«Ho capito che non ti diverti mai e poi mai né permetti a nessun altro di divertirsi perché tu non desideri altro che Gesù!» (p. 168) lo accuserà la sua giovane fidanzata, figlia del falso predicatore. «Io non desidero altro che la verità!», gridò lui. «E quello che si vede è la verità e io l’ho vista!»” (p. 169), risponderà alle accuse Hazel. Non a caso quindi Hazel cercherà di annullare la propria vocazione di predicatore accecandosi. “Doveva avere un piano, doveva aver visto qualcosa che non avrebbe potuto ottenere senza essere cieco a tutto il resto” (p. 190) penserà a quel punto la sua affittacamere.
 
La saggezza nel sangue è una sorta di destino ineluttabile che si eredita dai progenitori: Hazel sa di dover fare il predicatore come suo nonno, un uomo che viaggiava con una Ford e “ogni quarto del mese andava a Eastrod come se fosse arrivato in tempo per salvarli tutti dall’inferno, e si metteva a urlare ancora prima di aprire la portiera” (p. 38). Un altro personaggio, Enoch Emery, è costretto ad agire mosso da ordini che egli sente provenire da suo padre. “Non voleva avallare il sangue di suo padre, non voleva dover fare sempre qualcosa che qualcos’altro voleva fargli fare, del quale ignorava la natura e che era sempre pericoloso” (p. 128). In generale, e come già in questo passo, i personaggi sembrano mossi dall’esterno: “Era come se qualcosa dentro Hazel Motes si stesse caricando a molla, anche se fuori lui restava immobile” (p. 93); “La bambina girò lentamente la testa, come fosse azionata da una vite” (p. 102). Ma questa saggezza non ha nulla di saggio, né aiuta i personaggi a fare le scelte giuste. Al contrario, sembra solo spingerli verso il baratro.
 
Ultima componente della valanga che travolgerà Hazel è il senso di colpa. All’inizio del romanzo, Hazel semplicemente ritiene di potersi tenere lontano dal peccato: “Il ragazzo non aveva bisogno di ascoltare. C’era già in lui una profonda, nera, tacita convinzione che il modo di evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato.” (p. 39); “…vedeva l’opportunità di liberarsi di tutto senza corruzione, di convertirsi al nulla invece che al male” (p. 40); “Quando l’esercito finalmente lo congedò, fu felice di sapere che era ancora incorrotto” (p. 41).
 
Da predicatore, Hazel rivede la sua posizione, radicalizzandola, e si dichiara convinto che peccato e castigo non esistano: “Predicherò che non c’è stata nessuna Caduta perché non c’era nulla da cui cadere e nessuna Redenzione perché non c’è stata Caduta e nessun Giudizio perché le prime due cose non sono mai esistite” (p. 104).
 
Inesorabile, il senso di colpa si manifesta nel finale, potente e diretto, seppure misterioso nelle cause. Così, quando l’affittacamere scopre che Hazel tiene della ghiaia nelle scarpe mentre cammina e chiede il motivo di una tale penitenza, Hazel risponde: “«Per pagare», disse lui con voce roca. «Pagare cosa?» «Non fa differenza cosa», disse lui. «Devo pagare»” (p. 195).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera

 
 
 

Ugo Fantozzi oggi ha trent’anni, non fa più il ragioniere e vive a casa dei suoi nella provincia lombarda. Nullafacente laureato, senza una donna, si consola chattando col suo Mandingo dopo che la frequentazione compulsiva del porno lo ha quasi transessualizzato.

Senza quasi: il ragionier Ugo si chiama Guglielmo Sputacchiera e un mattino d’agosto si sveglia “col muso sprofondato in un bel paio di seni: i suoi” (p. 1). Inizia così La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, romanzo d’esordio di Alberto Ravasio (Quodlibet, 2022).

L’artificio comico della transessualizzazione trasforma il personaggio nell’alter ego “donno”, Carmela Pene, che ripercorre con sguardo straniato la storia del suo desiderio, inteso come pulsione erotica (cui sono dedicati, più strettamente, i capitoli Falluce, p. 15, Vulve umanistiche, p.23, e Il primo amore e altre sciagure, p. 97) ma anche, in senso lato, come volontà di potenza nel mondo, realizzazione della propria identità.

La ricostruzione autobiografica non porta a nessun risultato se non quello di elencare le ragioni della sua castrazione esistenziale. Sua e della sua generazione, di cui diventa il portavoce paradossale.Eccolo lottare vanamente contro il sistema universitario, preambolo del precariato a vita (“Ora che tutti l’avevano, la laurea non bastava più, occorreva rafforzarla con specialistiche all’estero, viaggi di studio, conoscenza di lingue esotiche, tutte integrazioni che facevano rientrare dalla finestra quel che la massificazione aveva cercato di cacciare dalla porta, vale a dire il classismo insito nell’esperienza universitaria”, p. 26-27).

Allora eccolo inveire contro la provincia (Il paesello stercoso, p. 47) che lo ha rinchiuso in un limbo retrogrado (“Immune dal bacillo della cultura, ripulito e ingrassato dal boom economico ma eternamente mezzadro nella calotta cranica, il paese […] non ha altro obiettivo a parte quello di reiterare se stesso, in un circolo gastrico chiuso, lavoro-casa-chiesa, dove il battesimo coincide con il funerale, la bocca con lo sfintere”, p. 47), adolescente eterno prigioniero in casa dei suoi (“Mi sono ridotto a essere l’animale domestico dei miei genitori, un lussuoso e nullafacente gatto d’appartamento”, p. 157).

Eccolo denigrare il cattolicesimo stagnante della sua famiglia (Famiglia cristiana, p. 37), in cui sfiorisce la femminilità della madre (“Dopo il matrimonio e la nascita di Sputacchiera, aveva lasciato il suo impiego e dunque la dignità per occuparsi della casa, insomma per disoccuparsi con la scusa dell’allucinazione collettiva femminile chiamata polvere. […] Dato che il suo unico contenuto culturale era la fiaba del cristianesimo, le venne la follia con sbocco mistico”, pp. 41-42) e in cui domina il machismo piccolo-borghese del padre (“Calciomane, ipervirile e dunque naturalmente omofobo, tifoso della fica e di chi la castiga, munito di camper allungapene, era quel tipo di sessantenne, giovanile e giovanilista, che si mette a torso nudo appena possibile e in piscina si tuffa di testa davanti alle signore”, p. 39).

Non gli resta che la consolazione onanistica del porno (Pornogonia, p. 31 e altrove) che lo svuota definitivamente di ogni desiderio, metafora dell’impotenza vitale sua e dei suoi coetanei (“Il destino dell’uomo virtuale poliamoroso è morire sessualmente di overdose pornografica”, p. 127).

Non c’è soluzione: dopo aver tentato invano di rivolgersi a medici, psicologi e santoni (La manipolatrice testicolare dottoressa Casoncelli, p. 73, L’incoscienza di classe, p. 83 e Anche Dio puzza, p. 109) arriva all’ammissione del proprio stato di minorità che diventa dichiarazione politica di un’intera generazione: “(Io provo, ndr) Vergogna, anche se sento di non essere il solo. Di non più tanto giovani, mantenuti dai genitori come adolescenti, che non studiano e non lavorano da anni, ce ne sono molti, troppi: plurilaureati precari, dottorandi nullatenenti, eremiti del Porno. Ma purtroppo, finché continueremo a muoverci in un individualismo straccione, convinti che il successo di poche eccellenze sia una prova sufficiente della democraticità del sistema, non ci assoceremo mai per cambiare davvero le cose» (p. 93).

Ogni pagina è delineata con un espressionismo linguistico travolgente. Ci si sorprende a ridere davanti ai neologismi e ai giochi di parole che intessono l’epopea fantozziana del protagonista (fra i tanti: “labirintite cognitiva” p. 23, “paese musuerolato dall’analfabetismo” p. 57, “arpionaggio pubico” p. 71, “orari andreottiani” p. 74, ” mattatorizzava la conversazione” p. 92, “magnetismo mondano del tostapane” p. 98, “vulvolatra acritico” p. 100, “pelle glandica” p. 148).

Come Marcello Snàporaz nella città delle donne, Carmela Pene si muove fra i modelli dell’eros contemporaneo sino ad arrivare a un parricidio dalle modalità stranianti, una sorta di rito di iniziazione verso una rinascita identitaria, il premio per aver affrontato di petto, seni annessi, le storture della sua vita.

(Agostino Bimbo)

Male a est

 
 
 
 

Madre e figlia camminano svelte lungo Strada della Pace, una via nella quale le auto sfrecciano come in tangenziale. “«Mi fa paura questa strada», dice mia madre. La sua mano è il mio guinzaglio. Si allunga se mi allontano, torna sul fianco quando mi avvicino. «Dopo questa?», chiedo. «No». «Dopo la bianca?». «No». «Dopo la blu?». «Adesso»” (p. 13). Con questa immagine bella e dura inizia Male a est di Andreea Simionel (Italo Svevo, 2022).
 
Il romanzo racconta di una famiglia rumena come tante, con la madre e le due figlie rimaste in patria mentre il padre è emigrato in Italia, racconta la lontananza, il sospetto di ciascun genitore che il coniuge voglia rifarsi una vita con un altro, con un’altra, il desiderio di ricongiungersi, la paura di cambiare di nuovo abitudini, di non riuscire a vivere tutti insieme a Torino. Racconta piccoli episodi quotidiani, ma anche tragedie inattese come la morte di un ragazzino investito da un’auto proprio in Strada della Pace.
 
La Romania, il Paese a forma di pesce, e l’Italia, il Paese a forma di stivale, si specchiano e si confrontano attraverso i diversi stili di vita messi in scena nelle due parti dell’opera, ma potrebbero essere lo stesso Paese a distanza di anni, il tempo necessario alla diffusione del benessere e del consumismo. Sono infatti gli oggetti, il loro fascino, la loro menzogna, a occupare molte pagine del romanzo. “Cristina ha le bambole. Tutte le bambole. Bionde e castane, con gli occhi azzurri e verdi e viola. Barbie sposa e Barbie costume da bagno. Barbie geisha e Barbie accappatoio. Le colleziona, le tiene ognuna nella sua scatola originale. Gliele manda suo padre dall’Italia. Le bambole italiane sono diverse” (pp. 47-8).
 
Quando finalmente la famiglia si riunisce in Italia, la tensione fra marito e moglie, fra genitori e figlie, fra le due sorelle, invece di sciogliersi, aumenta. La scuola, la lingua, il lavoro, i soldi, tutto va ridiscusso, ridefinito. “«Dimmi qual è il problema». «Non c’è nessun problema». «E allora fai tu. Fai cosa vuoi, come vuoi. Basta che fai. Non ho portato le mie figlie in Italia per farmi vergognare»” (p. 213). “«Quanto ti ha dato oggi?», grida [la madre, ndr] dalla cucina. «Chi?». «Chi. Chi. Morello. Chi altro? Quanto ti ha dato?». «Cinquanta». «Cinquanta? Tu per meno di ottanta euro al giorno non devi uscire di casa. Mi hai sentito?»” (p. 239).
 
Non cambia invece il rapporto con gli oggetti: “Qui hanno la cultura del nuovo: non riparano niente, buttano soltanto. Mia madre prende tutto e lo porta a casa. Riempie il suo armadio di cappotti che non indossa, scarpe che non userà” (p. 179). Si giunge anzi a un apice quasi carnale quando, a causa di un guasto che obbliga il padre a deviare lo scarico della lavatrice nella vasca da bagno, sarà proprio l’acqua sporca del bucato a lavare via le prime mestruazioni della protagonista Andreea. “Apro le gambe. Un rivolo di rosso scivola in mezzo alle mie cosce. La lavatrice aumenta i giri e fa un rutto. Da dietro, un getto di acqua nera arriva, mi passa sotto il sedere e lava via il rosso” (p. 169).
 
Soltanto l’italiano, la nuova lingua, da imparare con sforzo, grazie a un atto di volontà, persino di rinuncia nei confronti del rumeno, diventa nella mente dei protagonisti una preoccupazione maggiore rispetto a quella per il cibo, i vestiti, le scarpe, i mobili. “Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili” (p. 198). “Leggo con il naso incollato alle pagine. E l’italiano mi divarica le fauci, mi mette le mani dentro la bocca, mi impiastra la lingua” (pp. 209-10). “Io e mia sorella non parliamo più rumeno. Italiano, al massimo inglese. Rumeno mai. Vorrebbe dire che c’è una cosa che ci unisce. Io e lei, non ci unisce niente” (p. 255). “Apro la bocca e cerco le parole. […] Alla fine, mi dite: parli benissimo. Oppure: non sembri straniera. Sì, grazie tante. Poi mi chiedete da quanto tempo sono qui e io ve lo dico e voi: caspita, non è poi così tanto. Vero, il passato è sempre dietro l’angolo” (pp. 257-9).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Un giorno come un altro

 
 
 
 

Nel novembre del 2022 Adelphi ha pubblicato, tradotto da Simona Vinci, Un giorno come un altro di Shirley Jackson.

Si tratta dei ventidue racconti, originariamente apparsi in rivista tra il 1934 e il 1968, che compongono Uncollected stories. Ovvero la seconda parte di Just an Ordinary Day, uscito negli Stati Uniti nel 1995.

La distanza cronologica tra la pubblicazione in rivista e quella in volume, e tra l’edizione americana e quella italiana, potrebbero addebitarsi al fatto che la celebrata autrice de L’incubo di Hill House abbia qui fornito prove narrative di atmosfera assai diversa dal suo solito, e difficilmente riconducibili a un genere.

O al fatto che, aggiungiamo, le ventidue narrazioni sono disturbanti in un modo originale e scomodo. Poiché presentano tutte una situazione inizialmente ordinaria, a movimentare la quale interviene un umano comportamento forse non dei più terribili ma di certo nocivo, e di cui solitamente ci si vergogna: la perfidia.

È la perfidia stessa a presentarsi come comportamento scomodo. Perché allo stesso tempo è usuale, semplice da adottare e garantisce un successo pressoché sicuro, ora in termini di guadagno concreto ora di semplice appagamento individuale. Ma, assieme, rischia di far apparire come poco fruttuose le relazioni basate sull’empatia e la misericordia.

Lo sanno bene i personaggi di Un giorno come un altro, che con sottile intelligenza e misurata crudeltà riescono a far pendere il mondo verso la propria volontà.

Lo sanno bene, ad esempio, i due protagonisti di Offre la casa, il racconto che apre la raccolta. Ossia un cieco e la sua accompagnatrice, abilissimi a raggirare Artie Watson, venditore di liquori.

E lo sa bene Ellen, che tiene sotto ricatto la cara amica Marjorie dopo averla vista scambiarsi effusioni con John, il suo amante.
“«Ellen», disse Marjorie con tutta l’aria di essere sincera «sei splendida, stasera».
No, no, oh, no, pensò Ellen, non crederà di cavarsela così e, senza pensarci troppo, si rivolse ad Arthur: «Marjorie si è offerta di tenere i ragazzi questo fine settimana, così noi possiamo andare a sciare. Potremmo tornare al lago, in quel posto incantevole».
«Ma io…» cominciò Marjorie, ed Ellen la interruppe senza difficoltà: «Oggi in banca ho incrociato John Forrest» disse ad Arthur. «Ecco perché ho pensato allo sci – me ne ha parlato lui. E così, quando Marjorie si è offerta di tenere i ragazzi…». Rivolse all’amica un saluto affettuoso” (p. 121).

E se due differenti crudeltà si affrontano, la spunterà chi saprà dimostrarsi capace di restare più a lungo ben saldo nella propria posizione. Come Mrs. Melville, che infine otterrà l’agognata camicetta taglia 46 dopo aver subìto parole di scherno da parte di alcune commesse di un grande magazzino: “L’indecisione non era uno dei difetti di Mrs. Melville. Per un istante rimase ferma in mezzo al reparto calzature, poi, stringendo forte il sacchetto, sporse il petto in fuori e, piena di benevolenza verso il mondo, si incamminò con convinzione verso il cartello che la guidava, su per la scala mobile, dopo i tailleur minuscoli, il reparto casa, il ristorante – Mrs. Melville sapeva che stavolta ce l’avrebbe fatta – all’ufficio reclami” (p. 90).

Ecco il punto: la perfidia, per funzionare, deve agire in modo sotterraneo, né mai deve palesarsi come sintomo di una meno che piena “benevolenza verso il mondo”. I personaggi dei racconti di Shirley Jackson, anzi, mantengono sempre un comportamento socialmente inappuntabile, ai limiti del lezioso.

Il mondo ha una sua logica che non può essere scardinata. Ma c’è un altro àmbito d’azione, quello invisibile, nel quale – qui sì – almeno una porzione di realtà la si può manomettere.

Suscitando l’imprevedibile, se non addirittura l’impossibile. Magari nelle vesti di un’indimenticabile avventura, come accade in Viaggio con signora, in cui il piccolo Joe – che prende un treno da solo per raggiungere il nonno – accetta di fingersi figlio di una ladra ricercata dalla polizia, con grande divertimento di entrambi. O sotto forma di sequenza di accadimenti straordinari che, proprio in virtù della loro eccezionalità, saranno ricondotti al presunto potere de La moneta dei desideri.

I gustosissimi racconti di Un giorno come un altro, in fondo, adottano una prospettiva dolente. Perché sono messi in scacco dalla loro stessa forza propulsiva: l’umana perfidia è in grado di incidere solo ai margini del mondo, ma la perfidia del mondo (con la sua causalità e la sua univocità) vanifica ogni umana perfidia, relegandola appunto ai propri margini.

 

(Claudio Bagnasco)