Autore: Gianni Usai

L’uomo duplicato

 
 
 
 

«L’unica scoperta importante, che credo non riusciremo mai a fare, è quella di noi stessi». Parlava così José Saramago, nel marzo del 2001, in un’intervista televisiva rilasciata al giornalista Luciano Minerva. E poi aggiungeva: «Scrivo per comprendere, senza avere la certezza di aver compreso».

È difficile non interpretare le parole dello scrittore portoghese, all’epoca settantottenne, come una dichiarazione di intenti relativa al romanzo che sarebbe uscito l’anno seguente, L’uomo duplicato, edito in Italia nel 2003 da Einaudi, nella traduzione di Rita Desti. La prima edizione nell’Universale Economica di Feltrinelli è, invece, del 2010.

Inevitabile pensare che lo stravolgimento emotivo e psichico che si trovano a fronteggiare Tertuliano Máximo Afonso (insegnante di scuola media) e Daniel Santa-Clara (nome d’arte dell’attore Antonio Claro), dopo aver scoperto l’uno nell’altro non il proprio sosia ma una copia perfetta di sé, sia per Saramago un espediente letterario attraverso il quale indagare le dinamiche di quel percorso di auto-scoperta destinato a restare in parte disatteso ma al quale nessuno si può sottrarre.

L'uomo duplicato

È significativo come tutto abbia inizio davanti allo schermo di un televisore, il non luogo in cui per decenni, prima del tempo di Internet ovunque e dei social network, una consistente porzione di umanità si è specchiata percependo un’immagine distorta di sé che poi si è riverberata nella società. Lì, Tertuliano si riconosce nei panni di un impiegato d’albergo in un film di terz’ordine: “Sono io, disse, e di nuovo sentì che i peli del corpo gli si rizzavano, non era vero, non poteva essere vero, qualsiasi persona equilibrata […] lo avrebbe tranquillizzato. […] Le persone equilibrate sono così, hanno l’abitudine di semplificare tutto” (p. 23).

Ma gli equilibri che governano la vita di Tertuliano sono destinati a essere scompaginati dalla scoperta appena fatta e da quel momento niente nella sua esistenza, come in quella del suo alter ego, potrà essere più definito semplice. L’insegnante di storia, annoiato e rassegnato a una vita alienante scandita dalla monotonia di riti quotidiani codificati fino alla meccanicità, e l’attore frustrato da una carriera mai decollata si incontreranno, e nel riconoscersi identici nell’aspetto, persino nella voce, e allo stesso tempo tanto diversi, soccomberanno al desiderio di indagare quel doppio impossibile eppure reale, alla ricerca delle radici dei propri fallimenti e della frazione sommersa della loro anima, quella su cui non avevano prima di allora osato posare lo sguardo. E se il viaggio per Saramago è metafora di scoperta e conoscenza mai del tutto compiuta, per i protagonisti si tratterà di un percorso senza possibilità di ritorno. Le rispettive esistenze, fin lì spese lungo traiettorie parallele e distanti, collideranno per poi intrecciarsi al punto da non poter essere più in alcun modo districabili. Perché, una volta persa l’illusione dell’unicità, questa non può più essere riconquistata. E dopo avere sperimentato quanto siano profonde le voragini e le contraddizioni che si annidano in noi, non c’è più concesso ignorarle.

Il romanzo del premio Nobel è opera letteraria che si offre al lettore concedendogli ampi spazi interpretativi. Probabilmente anche per questo nel 2013 il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve è riuscito ad avvicinarsi alla medesima tensione e intensità, interamente giocate sulla ricerca introspettiva dei due personaggi principali, con un film che, a parte il titolo (Enemy), segue abbastanza fedelmente la storia originale per poi discostarsene con una libertà eccessiva proprio nell’ultima scena. Ci sono però dei punti fermi imprescindibili nel lavoro di Saramago: una radicalità consapevole e mai rassegnata nel guardare al destino dell’individuo, e di conseguenza all’intera società; e il dubbio come dogma e propellente indispensabile per continuare a sentirsi vivi.

In letteratura i temi inediti sono una chimera più che una rarità, e quello del doppio ricorre sin dall’epoca classica, al punto da poter essere considerato un archetipo. E dunque, dove risiede la peculiarità dell’approccio che ci viene proposto da Saramago in questo suo romanzo? Per rispondere dobbiamo tornare alle parole dalle quali siamo partiti. La comprensione di noi stessi è l’unica di cui abbiamo davvero bisogno, e sebbene ne siamo consapevoli e ad essa irrimediabilmente tendiamo, non siamo fatti per raggiungerla né tantomeno tollerarla.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Nostalgie della Terra

 
 
 
 

«Proveniamo dalla grande isola che non ha nome, […] sputati sulle rive di rena conchilifera nel Villaggio Pescatori, là dove il mare si quieta e diventa laguna» (p. 13). Si prova un sorprendente senso di familiarità nel confrontarsi con la prosa di Mauro Tetti, nel leggere le storie, i personaggi e i luoghi raccontati nelle pagine di Nostalgie della Terra, il nuovo romanzo dello scrittore oristanese uscito nel 2021 per Italo Svevo, raro tentativo italiano di letteratura ergodica, esito del fortunato incontro tra la veste grafica ed estetica della casa editrice triestina (solita proporre al lettore i suoi volumi con le pagine intonse) e le intuizioni coraggiose dell’autore che sceglie di mantenere nel testo, barrate, alcune parti cassate in fase di editing. Il genere di familiarità inconscia e acquisita che si avverte in certi sogni, e allo stesso tempo rassicurante come accade nei luoghi che ci appartengono in misura più intima.

Nostalgie della Terra

Il viaggio attraverso il quale ci conduce Tetti si dipana in una dimensione sospesa, e contesa, tra l’onirico e la realtà, in un “delirio della tempesta. Della vita o della morte. Della vita tanto vicina alla morte” (p. 89) nel quale spazio e tempo sono “deformati”, perché “Quando non sei niente il tempo non è più […] in un millesimo di secondo il mondo potrebbe cadere, in una manciata di giorni sarà passato lo stesso tempo utile ai vivi per vedere l’ingresso di Andromeda nella Via Lattea” (p. 88).

Un non tempo e un non luogo, che sono tutto il tempo e ogni luogo, popolati da spettri, ombre, proiezioni della mente obnubilata del protagonista, anch’egli senza nome. L’uomo lascerà il natale Villaggio Pescatori prima diretto a Cagliari, la città verso la quale i bambini sulla spiaggia di Giorgino edificano ponti immaginari per colmare una distanza che è già metafora delle aberrazioni che lo attendono lungo il suo itinerario, per ritrovare la sua Naira, inseguendo il ricordo di un incontro che potrebbe non essere mai accaduto. Trovata la donna che aveva sognato e idealizzato per anni, presto la abbandonerà, imbarcandosi su “un vecchio peschereccio portoghese a cui era stato dato il nome di un’isola” (p. 71), con una ciurma di marinai e cercatori di fortune, reali quanto un moto di ribellione dell’inconscio che si palesa. Partiranno alla ricerca di un magico oggetto dai poteri strabilianti, seguendo le tracce sui diari e le mappe lasciate da Maddalena, la vecchia dai “segni d’inchiostro che cambiano forma […], seguono la via delle clavicole e scendono sui seni, si dividono per le braccia in ogni direzione per tornare indietro e incontrarsi tra le scapole” (p. 16).

I personaggi raccontati da Tetti provengono da un immaginario che attinge alla mitologia mediterranea, a leggende, superstizioni e credenze popolari sarde — ma verrebbe da dire universali — mescolando fantasia e lucido vaneggiamento. E come spesso accade nei grandi miti del passato o tra le pagine degli scrittori che lo hanno preceduto in un analogo visionario approccio alla scrittura (ci vengono in mente Borges, a cui il titolo stesso rende omaggio citando un suo saggio sul tempo, il Marquez di Cent’anni di solitudine, o il Sergio Atzeni di Passavamo sulla terra leggeri e Il quinto passo è l’addio, che a tratti pare quasi di scorgere oltre i bastioni in pietra sbiancata della città murata), personaggi e luoghi finiscono per fondersi in un solo nome, in una sola immagine: “L’arcipelago ha terramare di conchiglia e sabbia, per molte e molte miglia. Costiere di sabbie dolci e colorate […]. Non abbiamo fretta e il pescato è sempre abbondante, non viene mai sprecato. Qualcheduno prende a chiamarlo col mio nome, l’arcipelago di Maddalena, è una sciagura, dico io” (p. 163).

Ma quegli stessi luoghi, tappe di un viaggio che potrebbe dipanarsi nell’immobilità dinamica di un’allucinazione, vedono la loro aura mitica violata, inquinata dall’impronta oscena della degradazione umana. E se “Un tempo le anse dell’isola [di Malu Entu] dovevano essere cave di quarzite” (p. 92), nel presente indeterminato di Nostalgie della terra “Nell’acqua melmosa galleggiavano le trappole: plastica, buste nere per i rifiuti, reti ingannatrici, frammenti affilati nella pelle umida dei rettili” (ibid.). E ancora: “L’arcipelago [di Maddalena] subiva una volta all’anno un potente cataclisma, […] tali cataclismi erano causati dalle bombe all’uranio sganciate durante le esercitazioni militari al largo del Tirreno. […] E di veleni erano piene le acque e i terreni pure, perché proprio quando gli spargitori credevano di rendere fertili terre e mari col proprio seme, li stavano in quella maniera avvelenando” (pp. 144 – 145).

Dove ci conduce, dunque, il viaggio al quale ci invita Mauro Tetti? Ancora una volta in nessun luogo e in ogni luogo, ci porta davanti all’universo noto e ignoto, oltre l’orizzonte degli eventi, faccia a faccia con la singolarità in cui si addensano le contraddizioni della nostra coscienza, individuale e collettiva.

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Coibentazione

 
 
 
 

di Annarosa Maria Tonin
 
 
 
 
Da quaranta giorni mangio lì, stando attento a non arrugginirmi come i chiodi che fuoriescono dalle assi marcite. Da quassù è davvero minuscola. Ogni tanto la guardo, mentre aspetto che la carrucola faccia scendere i calcinacci per risalire leggera. Quando volto le spalle alla panchina, non soltanto il suo verde sbiadito scompare, ma anche quello cangiante del viale alberato che la ospita, spezzato in due dalla strada ferrata.

La linea è stata elettrificata da poco. Dicono che i treni si sentano più di prima e siano più puntuali della campana del convento, che si trova a poche decine di metri. Ogni ora c’è un treno che arriva da sud e uno che arriva da nord. Non si incrociano, perché il binario è unico. Si alternano, l’uno cinque minuti prima, l’altro cinque minuti dopo lo scoccare dell’ora. Dalle sei alle venti, tranne il sabato e i giorni festivi.

Coibentazione

Per la strada ferrata oggi non è un giorno feriale. Per noi sì. Lavoriamo anche il sabato pomeriggio.

Stare in alto, lontano dagli altri, mi aiuta a respirare per decidere.

Quanto ai condòmini, oppressi dall’impalcatura, da quassù vedo minuscoli anche loro. La vedova novantenne, per esempio, che abita nell’attico accanto a quello del figlio. Dicono non lo faccia mai entrare in casa. «Solo le amiche» ribadisce spesso, «altrimenti l’oro sparisce». Dicono ne indossi più che può, per sicurezza, tintinnando felice anche in casa. «È la mia migliore cliente» dice il parrucchiere, che per mesi non parcheggerà davanti all’ingresso del suo negozio, ma accanto al bar.

Non è da molto che ha rilevato l’attività e sembra uno di poche parole. Mi ha invitato più volte a pranzare con lui al bar, per non subire da solo i modi troppo espliciti della barista. Pare che non se la sia presa se non ho accettato, ma, si sa, la gente è brava a fingere. Lui è del genere astuto, se è vero che ha impedito a una delle sue collaboratrici di aprire un salone estetico al di là della strada ferrata. «Da salone estetico a farmi concorrenza è un attimo».

Dicono che il parrucchiere non sempre finga, ma con me lo fa di sicuro, perché di quelli che vengono da un altro territorio non si fida. Finge di essermi amico perché – l’ho detto – gli servo a tenere lontana la barista, che cammina come fosse la figlia che la vedova novantenne non ha: stessi tintinnii, stessi capelli neri, stesso volto spigoloso e coperto di cipria, stessa borsetta sempre in mano.

Nemmeno lei vorrà lasciare l’oro ai figli, ma alle amiche tanto care? E il parrucchiere, che di figli non ne ha, a chi lascerà il salone, l’unico nel raggio di un chilometro?

Da quassù vedo la sua utilitaria. «Non ci salirò mai. Perché non ti compri una decappottabile? Mi piacciono tanto le decappottabili» ripete gridando la barista, quando tutti chiudono, senza passare da lei.

Chi ci passa più volte al giorno, invece, è la Tina, l’anziana con la passione per il gioco. È la proprietaria del terzo attico, chissà ancora per quanto? Come possa stare una persona sola in centosessanta metri quadri mi riesce difficile immaginare.

Ieri la vedova con l’oro è stata costretta ad alzare le tapparelle, perché ho controllato due guarnizioni.

«Veda di non sporcare e, se proprio deve, faccia in modo che io non me ne accorga. Vado al mercato con la Tina. Al mio ritorno le chiederò un favore».

«È più facile di quello che pensi, imbrogliarla. Se mi fai guardare giù dall’impalcatura, ti insegno come si fa. A imbrogliarla. Prima di tutto, però, ti converrà farle il favore che ha da chiederti».

Dicono che il figlio della vedova somigli a Gary Oldman. Dicono che un giorno abbia fatto comparire una porta fra i due attici, in deroga alla planimetria condominiale. Dicono che, tutto sommato, sia un condominio di gente onesta e rispettosa delle regole.

Chissà se ci vanno mai tutti insieme in bicicletta la domenica a guardare i panorami dal basso. Domenica scorsa, dalla bicicletta, io e mio figlio più grande le abbiamo viste alzate, le tapparelle della vedova, ed erano aperte le finestre che ora da quassù posso di nuovo solo intuire.

Domani è domenica e vorrei regalarle ancora a mio figlio più grande, che le saluterà di sicuro e mi chiederà di portarlo su con la carrucola per entrare in casa della vedova a guardare giù. Vorrei regalarle a mio figlio più grande, perché, un giorno, non si sieda su una panchina per pranzare e oltrepassi la porta che unisce i due attici in deroga ai regolamenti, come Gary Oldman che non è Gary Oldman.

Sarebbe sorprendente scoprire che anche in uno solo di questi undici appartamenti si mangiano panini tutti i giorni. In quello della ragazza che corre, per esempio. Dicono frequenti l’Università.

Ho incrociato la sua treccia un buon numero di volte. Lo sguardo lo tiene fisso sul contachilometri; penso che non le piaccia molto la vita intorno alla strada ferrata. Mi piacerebbe sapere di cosa si accorge veramente. Il suo essere sempre corrucciata si accompagna agli auricolari bianchi. Chissà se è il suono che passa da lì l’unica cosa di cui si accorge.

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La città delle bici

 
 
 
 
di Andrea Viola
 
 
 
 

Telaio, frazione di Due Ruote, 4 agosto 2020
 
 
La sala del Comune era stata preparata per l’occasione. Ultima riunione prima della pausa estiva. Dipinta di bianco con i colori dell’iride al centro. La striscia iridata viaggiava su tutte e quattro le pareti, interrotta soltanto dalla porta, il cui interno era stato dipinto di bianco con al centro strisce azzurre e blu, e due stelle che risaltavano agli occhi di chi avrebbe chiuso. L’ospite era importante, ci voleva un’accoglienza degna della personalità. E poi bisognava farlo sentire a casa. Lui, che aveva la fabbrica al quarto e ultimo chilometro della salita dove terminava la gara del paese. Lui che in fabbrica andava con la sua bici da venticinque anni. Lui che aveva la casa alla fine del rettilineo dove solitamente veniva posizionato il traguardo del Giro d’Italia — quello femminile, quello Under 23, quello degli uomini professionisti — e che sponsorizzava con la sua fabbrica, appunto, di molle per i cambi delle più famose marche di biciclette. Molle per i cambi delle biciclette. Sì, perché senza la molla il cambio non funziona. Componente fondamentale. Anche lui, FaustoMarcoGino detto Il Farinel, era fondamentale per la ridente cittadina di Due Ruote. Il nome, a quelle quattro case che poi erano diventate un paese, lo avevano dato i fondatori ai primi del Novecento, quando i mezzi di locomozione con le ruote erano due, il treno e le bici. Carrozze: non utilizzate. Gli unici due nobili presenti a Due Ruote usavano andare a piedi o in bicicletta, come tutti. Di treni ne passava uno ogni tre ore, uno verso est, l’altro verso ovest. Fino alle 19. Poi stop. E chi si trovava a Due Ruote dopo le 19 doveva alloggiare in albergo, l’unico presente in paese, dal nome Serie Sterzo.

La città delle biciDa Due Ruote l’avo del Farinel aveva sempre fatto passare il Giro d’Italia. Dalla prima edizione del 1909. Cinque volte arrivo di tappa, col traguardo lassù, proprio al quarto e ultimo chilometro dove campeggiavano gli stabilimenti della fabbrica. E dove quella volta sotto la pioggia arrivò Pantani, Il Pirata, e vide FaustoMarcoGino e gli diede la sua borraccia, dalla quale lui beve ancora oggi. E dove quella volta Fausto Coppi vinse di un centimetro su Gino Bartali, centimetro certificato da un metro preso proprio dalla fabbrica di molle. Era ritenuto più preciso. Come se un metro non fosse un metro, ma gli anziani di allora si presero la briga di certificare la vittoria dell’Airone. O come quando Il Cannibale, al secolo Eddy Merckx, alla fine della tappa vinta, rese omaggio in diretta televisiva alla fabbrica dichiarando: «Senza le molle del cambio io oggi non sarei a festeggiare questa vittoria».

Poi arrivò il fascismo. Un disastro, anche per Due Ruote. Il regime voleva pure cambiare il nome in Quattro Ruote, ma non ci fu verso per l’opposizione dei suoi abitanti. Il podestà che arrivava da Roma quel lunedì mattina, scelto da Mussolini in persona, non poteva credere ai suoi occhi. Le macchine al seguito, quel corteo nero e meccanizzato, con i fumi che lasciavano una scia di odore insopportabile, si trovarono di fronte barricate fatte di ruote di biciclette, pezzi di ricambio ammassati, telai incrociati, fili dei freni ad altezza tibia per far inciampare i malcapitati. Quel chiassoso corteo dovette spegnere i motori e fermarsi all’entrata del paese. Iniziarono ore di febbrili trattative con gli abitanti. Non volevano né macchine, né podestà, né camerati. Tuttavia l’Autarchia doveva vincere, e alla sera si presentarono i carri armati. Dovettero cedere, ma fecero di tutto per rendere impossibile la vita agli occupanti con le macchine. Di questo la stampa ufficiale non poteva parlarne. Quando iniziarono a costruire il distributore di benzina sulla via principale, la mattina successiva si trovarono i pozzetti pieni di camere d’aria, le macchine venivano costantemente rigate, ne venivano bucate le ruote, rotti i fari. Fino a quando il podestà non mise il coprifuoco e minacciò di eliminare le biciclette da Due Ruote, triste anticipazione di quello che sarebbe accaduto durante la Resistenza.

Da quel momento la vita nella cittadina piemontese cambiò, e le macchine diventarono una presenza normale.

La fabbrica di molle però non conosceva soste. Riforniva i grandi marchi del ciclismo, fornì biciclette ai partigiani, e continuava a portare il ciclismo a Due Ruote, affinché nessuno dimenticasse un passato che sì, doveva essere ingombrante.

FaustoMarcoGino non ereditò soltanto la fabbrica. Ereditò la passione per la bici, e anche una visione del mondo. Quella chiusa nel cassetto della scrivania di suo padre. Ed era quella visione che FaustoMarcoGino andava a presentare nella sala comunale di Due Ruote. Quei fogli datati 1973, l’anno fatidico della crisi petrolifera e della scoperta del disegno di Leonardo che raffigurava un prototipo di bicicletta, quei fogli che suo padre aveva riempito di scritte e disegni era l’ora che rivedessero la luce. Ma soprattutto che diventassero realtà. Era pronto a tutto, i soldi non sarebbero stati un problema. Suo padre aveva lasciato una fortuna, facendo mettere per scritto, e la firma denotava una mano sicura, decisa, che sarebbe stata utilizzata solo per quel progetto.

Il Farinel arrivò all’appuntamento in bicicletta. Casco, occhiali da sole vintage, borsa con i documenti, jeans, scarpe da ginnastica, giacca. La maglietta da ciclista con il nome della squadra e lo sponsor: la fabbrica di molle per i cambi. Senza nessuno che lo accompagnasse, solo in corsa c’erano i suoi compagni di squadra.

Le dieci persone sedute in sala — sindaco, assessori e segretarie — lo fissavano, lo squadravano, trapelava curiosità dai loro volti. Erano la nuova generazione, e della vecchia Due Ruote avevano sentito i racconti, ne percepivano il passato particolare, l’unicità, ma facevano comunque fatica a vedere tutto questo nel presente.

Il Farinel li guardava uno a uno, dritto negli occhi. E fece onore al suo soprannome. Era un birichino, lo era stato anche da corridore. Ricordava Giovanni Gerbi, Il Diavolo Rosso. Sì, quello di Asti. Tutti si ricordano di quando FaustoMarcoGino in quella gara a cronometro disse al corridore più forte che gli avevano cambiato l’orario di partenza, così quel poverino partì dieci minuti dopo con la penalizzazione. Oppure quando in gruppo era solito urlare fortissimo nomi strani e tanti si giravano distraendosi, tranne i suoi compagni di squadra che partivano per andare in fuga e a volte vincere le corse. O quando sgonfiava le gomme delle ammiraglie, e rideva a sentire i cristi dei direttori sportivi.

Quel giorno si sentì una frenata, rumore di lamiera, vetri in frantumi. I presenti ebbero un sussulto, si alzarono veloci dalla sedia e corsero alla finestra. Pensavano a una macchina contro le vetrate del Comune. Ma nulla. Solo silenzio interrotto dal cinguettare degli uccellini, sole a picco, qualche ignaro passante.

«Le macchine e le moto dovranno essere bandite da Due Ruote». L’incredulità dei presenti si attenuò al sentire quelle parole. Ne aveva combinato una delle sue. Aveva fatto piazzare dai suoi ex compagni di squadra un altoparlante che avrebbe diffuso quel rumore, e aveva comunicato l’ora precisa dello scherzo. Il Farinel aveva colpito ancora, e anche questa volta per vincere.

«Due settimane e Due Ruote tornerà indietro, per andare avanti. Le macchine e le moto sono il vecchio, le bici sono il futuro, è inutile riempirsi la bocca di tanti progetti e poi pensare un mondo con le macchine» disse. «C’è bisogno che cambi la percezione del lavoro, degli spostamenti, dobbiamo tornare a godere di più di quel tempo che sembra sciogliersi tra le nostre mani». Lo aveva letto sugli appunti del padre e se lo era fissato nella mente. Il tempo, quel tempo passato in coda o in macchina, era stato la sua fissazione. Il tempo degli spostamenti a Due Ruote doveva essere misurato solo sui pedali, o al limite a piedi. Godere del tempo che non torna, dei rumori veri, della leggerezza dello spostamento in bici, dell’armonia della pedalata.

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MAPPA DI UN CUORE CHE BRUCIA

 
 
 
 
di Caterina Villa
 
 
 
 

Freddo. Nuvole troppo vicine al naso. Un lampo in fondo agli occhi quando finisce nel cono di luce di un lampione. Rotolare di sassi di un motorino che passa sghignazzando. Eugenio si stringe nel cappotto. Zaffata di naftalina. Preso dal mucchio, sì quello che ha portato don Mauro. Colori troppo rumorosi. Ma questo è nero. Nero va bene. E ora nella tasca un peso che prima non c’era. Strano. Buono. Fresco. Ci lascia scorrere sopra le dita. Continua a camminare.

Nel naso aveva odore d’incenso. Cantavano Santo, Santo, Santo. Quella la sa anche lui. Don Mauro gli dice sempre che ha una buona memoria. Li porta in chiesa tutte le domeniche, tutti insieme in fila indiana lungo i marciapiedi, seduti in fondo sull’autobus. Don Mauro li porta nella chiesa principale, però. Quella con quell’uomo sulla croce grande che ha sempre la faccia disperata, come Lorenzo quando si sveglia di notte nel letto accanto al suo, la bocca deformata, l’ultimo urlo infilzato nel labbro come gli ami di Barabba, che con lui non doveva parlarci diceva lei. Don Mauro li fa sedere nei primi banchi. Eugenio tiene le mani sotto le cosce. Ferme mani. Non bisogna spaginare il breviario, né tamburellare sul legno e nemmeno giocare a morra. Sotto le cosce. Così è giusto. Così va bene. Nella chiesa grande, però, ci sono candele e monete nel cestino con il manico lungo e fiori, fiori dappertutto e prude il naso e i fiori. Nella stanza che sa d’incenso, invece, non c’erano candele né fiori. C’era odore di legno vecchio e una luMappa di un cuore che bruciace piccola. E sul muro tante facce e divise e bianco e grigio. Piloti davanti ai loro aerei, piloti in posa, piloti contro lo sfondo del cielo e della pista vuota. Piloti come nonno Enrico, che non aveva mai conosciuto ma che sapeva come il Santo, Santo, Santo. Vorrei portarvi via tutti, aveva pensato. Ma poi si era guardato le mani ed erano solo due. Non potevano bastare. Un po’ più a destra, in un angolo, cuori d’argento su un rosso polveroso. Grappoli luminosi. Aveva allungato una mano, aveva toccato un cuore. Era liscio. E sopra? Ma quel cuore stava bruciando! Andava spento? Era leggero. Come i passerotti che riportava la micia. Con quei becchi gialli e gli occhietti chiusi. Se l’era messo in tasca liscio e leggero e bruciante. Avrebbe funzionato.

E così adesso aspetta che il cuore faccia il suo lavoro. Ha camminato e nel frattempo è scesa la notte e la nebbia si è ingoiata la cima della torre, quella alta, quella da cui se l’aria è pulita si vede il mare. Una strisciolina laggiù. Ma non si deve pensare al mare. Mare vuol dire lei. Vuol dire sale e acqua e qualcosa che non va con lui. In lui. Vuol dire molto caldo e un vuoto che si espande tutt’intorno. Come nello spazio, l’ha visto in un film l’ha visto. Niente mare. Cattivo mare.

La strada è nera e lucida, bava di lumaca – che groppo che gli fanno venire in gola le lumache così nude e morbide e umide. Annusa forte. Sotto i portici c’è già odore d’inverno. Un signore russa piano avvolto in una coperta. È ora di dormire? Tira su il braccio, si scopre il polso sinistro, fa così Don Mauro quando poi dice l’ora. Ma il suo di polso è nudo. Non ha un orologio, ma ha fame. Nella tasca accarezza il cuore, piano, per non spaventarlo. Forza piccolo, lavora. Da un bar si rovesciano fuori delle risate, rumore di bicchieri, voci gonfie che fan paura. E cos’è che batte adesso? Il suo di cuore o quello che brucia? Si piega un poco su se stesso, per ascoltare meglio. Forse è il suo di cuore, quello magico non batte, brucia eterno e basta. Le colonne sfilano alla sua sinistra e gli fanno venire da ridere, dritte così, ma non si ride da soli per strada, sennò si accorgono di te e ti guardano come se dentro portassi nascosto qualcosa di terribile, anche se, che lui sappia, dentro non c’è proprio niente a parte i polmoni e il fegato e il sangue ma quella roba se la portano dietro tutti, no? Allora sta zitto e ride nella sua testa. Imbocca l’ottava strada a destra. Bel numero l’otto, morbido, tondo, bignè alla crema. È da un po’ che segue un odore specifico, odore di legna e cenere, sì, odore di qualcosa che non c’è più. Odore di una casa piccola e un albicocco fuori dalla porta e un gatto con gli occhi azzurri. Non saprebbe ritrovarla quella casa. Sopra la sua testa sfilano persiane chiuse, l’umidità gli si appiccica addosso. Deve aprire bene la bocca per respirare. Non si può fermare. Come gli squali, no? Che non si fermano mai. Non bisogna far spegnere il cuore, sennò non può funzionare. Sennò non può riportarla qui.

Il portone si apre all’improvviso, legno marcio e il freddo che cambia di tono. Stringe il cuore e ci s’infila dentro. Mura gialle canarino uccellino tuorlo d’uovo. Alberi sottili e fuoco e musica, profonda, che gli rimane sotto la suola delle scarpe. C’è uno striscione appeso di traverso sopra le arcate. Non riesce a leggere cosa c’è scritto, linee e curve nere.  Gli fanno venire in mente le nuvole che formano gli stormi degli uccelli prima di ripartire per l’inverno. Ce n’erano tante sopra i tetti al mare, il corso vuoto, le cartacce sotto le panchine, le gelaterie chiuse. No, non il mare di nuovo. Scuote la testa Eugenio. Deve tornare qui. Tutt’intorno ci sono le ombre, ombre vicino a un fuoco, ombre sedute a un tavolo sotto stelle di vetro. Ma lui non ha paura, lui ha il cuore, lui è invincibile e presto lei tornerà e riprenderanno da quando l’ha lasciato. Un’ombra si avvicina, gli chiede se ha fame, lui annuisce. Mangia senza guardare nel piatto, fissa le fiamme e inspira il fumo. Mangia in piedi dondolandosi piano. Non ci si ferma. No, non ci si ferma. La nebbia sta scendendo ancora. Deve andare. S’inchina alle ombre e poi s’incammina, curvo su se stesso, una conchiglia intorno alla speranza.

Buio e umido intorno e dentro un frullio sommesso. Prega i suoi piedi di continuare a disegnare la mappa per tornare da lei, ma c’è un peso nuovo nelle ossa, un chiarore inizia a diffondersi su nel cielo.

All’improvviso tutto esplode di giallo. A terra, in aria. Il giallo scende in piccoli riquadri e tappezza la piazza. Come carte di caramelle, come miele quando aveva il mal di gola. Le sue dita trovano le fiamme del cuore. Vorrebbe che gli tagliassero via la pelle. Anche se sa che pure questo non va bene, che anche questo fa piangere l’uomo sulla croce. Si abbassa, infila le mani tra le foglie, sono sottili. Ventagli piccoli che sanno di terra. Un tempo gli hanno detto come si chiamava l’albero da cui son cadute ma lui il nome non lo ricorda. Sono ovunque, i ventagli, fino al portale della chiesa. È enorme e gli fa tremare i polsi.

Perché ancora lei non è qui? Perché non arriva ad abbracciarlo, a cancellare le parole e le medicine e gli sguardi.

Eppure lui ha camminato, ha cullato il cuore amuleto magia e adesso la notte sta per finire. Afferra il cuore lo tira fuori dal suo nascondiglio nero naftalina. Se lo rigira tra le mani. Brutto cuore. Cattivo cuore.

Lo schianta a terra in mezzo al giallo. E da dentro, in fondo al sangue e alle cose più nascoste, nasce un urlo che gli risale su per la gola ed esce nel mondo.

Nella testa è un rollio di suoni e il mare e il vento. Ha disegnato una mappa per lei, ci ha messo il cuore in mezzo. E tanto lei non torna. Lei con la sua mano grande intorno alla sua piccola. Già sbagliata. Per sempre sbagliata.

 
 

Caterina Villa, nata nel 1988 ad Assisi, vive a Roma e lavora come giornalista televisiva. Di recente ha pubblicato due racconti su “Rivista Blam” e un suo racconto è stato selezionato per far parte dell’antologia del progetto “Sfocature” organizzato da Fiaf, Risme ed Emuse.

 
 

llustrazione originale di Cristiano Baricelli

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.