Autore: Saverio Cappiello

L’assessore

 
 
 

di Saverio Cappiello

 
 
 
 

Mimmo, anche se non credeva nel paradiso, ci aveva almeno un santo e si chiamava Enzo. A dirla tutta Enzo era anche qualcosa in più perché al santo il miracolo si chiede, ma non sempre gli viene, mentre a lui sì. Questo gli riusciva perché era stato assessore a Ponto per parecchi anni e si era seminato un sacco di favori da scontare e poi quando era ragazzo, faceva parte del drim tim che salì in Serie C2 che i concittadini non si possono scordare manco da morti. Nonostante i suoi quaranta sfondati, conservava ancora il fisico del calciatore e sia mai a chiedergli l’età: «vent’anni» faceva, e per dimostrarlo sarebbe stato disposto ad arrivare anche in Albania a nuoto. Per questo i vecchi li cacciava con la suola delle scarpe e gli piaceva di starsene coi giovani.

Mimmo, in particolare, doveva stargli parecchio simpatico perché era uno sveglio e caro, e non appenasea-at-night-1906 ci aveva un problema stava pronto a risolverglielo. Enzo era uno di quelli cui bastava andare dalle parti («ciao bello, ciao» faceva alla gente che gli sorrideva) e sbrigava gli impicci. Una volta a Mimmo gli erano stati promessi cinquanta euro come rappresentante di lista che poi non aveva visto nemmeno di colore e così Enzo, appena saputo, se lo caricò in macchina e lo portò da chi doveva e disse «cos’è qua?» e gli fece avere i cinquanta euro col caffè al bar pagato, e poi Enzo gli disse «hai visto cosa ha fatto il tuo fratello maggiore?» e se lo abbracciava tutto mentre Mimmo si tratteneva forte da fare battute perché la sua età entrava almeno tre volte in quella di Enzo.

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Cosa ci rende simili

 
 
 

Una volta mi sono fermata a guardare una ragazza che c’aveva la stessa faccia di mia nonna da giovane se avesse fumato e lo sguardo di chi sembra abbia fatto lathe-two-fridas-1939.jpg!Large guerra col mondo. Portava un maglione di due taglie più grandi color grigio ardesia, lo stesso che avevo io che mi aveva riciclato mio cugino quando uscì dai boyscout e non ne voleva più sapere. Allora io pensai che anche lei doveva avere un cugino come Guido che non ne voleva più sapere di fare il boyscout e questo ci rendeva praticamente uguali.

Quando tornai a casa iniziai a scrivere su un blocco i nomi con cui l’avrei potuta chiamare perché mi hanno sempre detto che se non dai un nome alle cose le perdi. Quando scrissi “Rosalia” sul foglio mi prese qualcosa allo stomaco che, tutt’a un tratto, mi fece passare l’appetito e allora pensai che quello doveva essere il segno che era il nome giusto da darle. Anche se Rosalia mi sembrava più un nome da ragazza bruna e invece lei aveva i capelli chiari. Allora andai da Vita che era una mia amica che colorava le t-shirt e le chiesi di scrivermi “Rosalia” – tutto in maiuscolo – sul retro del mio maglione grigio ardesia e lei stupita mi disse «mica ti sei innamorata di una femmina?» perché non le sembrava normale che rovinassi con quella scritta un maglione buono e io le risposi di no e mi venne un gesto come ad aggiungere “mica sono pazza”. È solo che mi piace dare un nome proprio alle cose. Ad esempio, se chiami tutti amore e basta, finisce che perdi una cosa per un’altra, come la storia stessa dei maglioni che vengono regalati quando i cugini non ne vogliono più sapere.

 
 
 

(nato dalla lettura de I gatti non hanno nome di Rita Indiana, tradotto da Vittoria Martinetto e pubblicato nel 2016 da NN Editore).

 
 

             L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Lettere di presentazione

 
 
 

di Daniele De Serto

 
 
 
 

Gentile redazione,
desidero anticiparvi, con questa lettera, che il romanzo che vi sto inviando non è altro che un cumulo di banalità e robaccia patetica. Molto presuntuoso anche. Voglio mettervi in guardia perché fa veramente schifo.
Il problema è che non riesco a capacitarmi di come io abbia potuto mettere in fila una serie di così inutili sbrodolate. E ammetto che la cosa mi istiga una certa violenza. Ora che ho rilegato il manoscritto, come a buon diritto richiesto nella sezione “Invio Manoscritti” del vostro sito, lo guardo e mi viene una gran voglia di sbatterlo in faccia a qualcuno.
Per cui è giusto che venga deriso come merita. Non può sottrarsi a una spietata analisi critica. Con quella trama disordinata e infarcito com’è di frasi a effetto ed esagerazioni di stile.
Eppure ero uno scrittore eccezionale, finché non scrivevo nulla. Avevo migliaia di romanzi in testa e evitavo accuratamente di scriverli. Sto parlando di capolavori ovviamente. Era dura trattenersi ma questo faceva di me il vero scrittore antiscrittori, se capite quello che intendo. Dissimulare e occultare tutto intimamente.
Che anni quelli… Una vena creativa The Letter 1967 by Patrick Caulfield 1936-2005dorata e inesauribile. Come ho fatto a piegarmi al così modesto desiderio di essere pubblicato anch’io? Avrei potuto continuare in eterno a tenere gli editori sulle spine. Ma ormai è fatta. E non posso sottrarmi all’onta di un giudizio negativo. Tanto vale alleggerirvi la coscienza inviandovi questa lettera di presentazione. Non siate troppo crudeli però, posso essere estremamente sensibile a volte. Anzi, credo opportuno informarvi che a un eventuale critica non pertinente potrei reagire in maniera scomposta. Non dimenticate che ho trascorso periodi di grande estro. Questo potrà essere un passo falso, sono d’accordo con voi, ma credo di avere ancora un po’ di credito nell’ambiente quindi andiamoci piano con bocciature avventate. La trama dicevamo? Beh non è che mi si sono scompigliate le pagine incidentalmente, l’ho concepita così e pensavo bastasse un piccolo sforzo per comprenderne a pieno l’intreccio. Altrimenti le metafore, i conflitti e le forze simboliche che si agitano dietro le quinte di questa storia vanno a farsi fottere. E voi finireste per soffermarvi solo sull’ironia e sugli squisiti accenti poetici dell’opera. Il suo sviluppo contraddittorio è un peccato spontaneo che difendo. Che mi distingue da questa generazione di scrittori ansiosi di far trapelare subito la loro verità.
Non pensavo di dovervi spiegare anche questo. (altro…)

Seguite le istruzioni

 
 
 

di Marco Milini

 
 
 
 

Prima di tutto, lasciate che vi dia un consiglio: se decidete di seguire queste istruzioni, vi conviene indossare dei pantaloni lunghi e un paio di scarpe comode, perché ci sarà da camminare. Per il resto, non sono richieste speciali abilità o conoscenze particolari: basta che abbiate voglia di lasciarvi andare e provare un’esperienza diversa dal solito. È una specie di trucco, di gioco di prestigio, o anche di magia, se vogliamo. E quindi sì, bisogna un po’ anche crederci, perché funzioni. Non è sicuro al cento per cento. Ma se seguirete attentamente queste istruzioni, le probabilità sono buone. Detto questo, cominciamo.
Trovatevi martedì sotto la torre dell’orologio poco prima di mezzanotte e al primo rintocco siate pronti a muovervi: incamminatevi lungo il portico, cercando di non farvi notare. I vostri passi risuonano sotto le volte mentre superate l’antico portone tarlato della cripta dei cavalieri erranti. A questo punto, percepirete uno sguardo su di voi: volterete leggermente la testa e in effetti vi sembrerà di scorgere qualcuno che da sotto la torre dell’orologio vi osserva, ma voi fate finta di niente, continuate per la vostra strada e infilatevi nel vicolo al cui imbocco c’è l’affresco che raffigura la Fortuna. Fatele un leggero inchino, perché vi accompagni sempre.

Percorrete il vicolo fino alla fine e sbucate in una via più larga dove vi imbattete in un uomo appena uscito dall’osteria, ubriaco fradicio come tutte le sere. Non c’è nessun altro per strada, l’uomo barcolla e biascica tra sé tutto un discorso incomprensibile che continuerà finché non si sarà addormentato pesantemente. Quando l’ubriaco si ferma davanti alla porta di casa e tira faticosamente night-shadows-1921fuori di tasca il suo mazzo di chiavi, voi state pronti a raccogliere la moneta che gli cadrà. Non fatevi scrupoli a rubare una moneta a un ubriaco, sono solo pochi centesimi, e comunque sembra uno straccione ma è pieno di soldi fin sopra ai pochi capelli che gli sono rimasti per via di una calvizie fulminante.

Continuate per la strada finché non arriverete in una piazzetta con in mezzo una fontana gorgogliante. Guardate la statua di quel fauno con piedi e corna di capra che si erge al centro della fontana: si è consumato le labbra a forza di sputare acqua per secoli, ma non sembra ancora stanco e continua a sorridere malizioso. Avvicinatevi e vedrete, sparpagliate sul fondo della vasca, in mezzo alle alghe proliferate col tempo, diverse monete gettate lì da gente che aveva desideri da esprimere. Prendete la moneta dell’ubriaco e lanciatela: entrerà nell’acqua gelida con un plof! e calerà ondeggiando per adagiarsi sul fondo. È uscito testa: prendete la strada a sinistra. (altro…)

La parola

 
 

ad A.

 

La parola non è semplicemente comunicazione, ma è quella cosa che serve per mettere in scena una realtà soggettiva. La parola più bella è quella che brilla di genuinità e che racconta con sincerità una storia o un’emozione.

Commettere un oltraggio significa mettere da parte la reto12190835_10206665308623854_8557867477470588826_nrica ed usare la parola con onestà, in cui per onestà s’intende aver chiaro ciò che si vuol dire e dirlo con forza. Si compie un atto mendace, invece, quando si usa la parola per costruire un mondo finto ma che ci protegge. Anche se non è la realtà.

La parola oltraggiosa, invece, non conosce la vergogna e non teme la solitudine. La parola oltraggiosa è imperfetta.

La parola più bella è quella che non ha bisogno di essere detta e si completa nel silenzio spartito con qualcuno con cui si sta bene. In quel momento in cui, uno accanto all’altro, non resta più niente da dire o da fare se non prendere quello stesso istante e scambiarselo.

 
 
 
Fotografia di Saverio Cappiello.