Autore: Giovanna Piazza

Adolesco

 
 
 
 

Pubblicato nel 2021 da Il ramo e la foglia edizioni, Adolesco di Timothy Megaride è un romanzo di formazione, che – con un ritmo ipnotico e incessante – mostra l’assenza di figure adulte tra gli esseri umani del mondo contemporaneo: non tanto e non solo, parrebbe, secondo una prospettiva socio-psicologica, ma da un punto di vista metafisico e ontologico.

È una dimensione, quella raccontata, in cui tutti sono figli, in cui l’apprendimento delle leggi della vita (a partire dal corpo, dalla sessualità, fino alle emozioni, ai sentimenti e ai pensieri) è delegato a qualche forma di compensazione, un riempimento di un’assenza non accolta, non attraversata.

Uno spazio in cui tutti sono impegnati a crescere (adolescere).

Un mondo in cui pare che la solitudine sia proprietà e rifugio, ricercata e inevitabile: una dimensione sostanzialmente separativa, alla quale nessuno può rinunciare.

Quella solitudine che il giovanissimo personaggio principale cerca maldestramente di frantumare, vivendo senza guida né direzione, dentro il contesto distratto e perbene della sua famiglia di avvocati in carriera.

Il protagonista del romanzo è Tommaso Rinaldi, un ragazzo di sedici anni che si racconta in una lunga registrazione: una vera e propria confessione, tenera e oscena, cerebrale e sentimentale, angosciata e presuntuosa, che si dipana lentamente a spirale tra cronaca privata e riflessione, digressioni e anticipazioni, intorno alla verità, alla fame e alla sete di verità.

“Ecco perché sto registrando ogni cosa su questo registratore che mi comprò mio padre quando ero alle medie perché dovevamo fare delle interviste e compagnia cantando al sindaco e andammo anche in Comune e c’era tutta questa gente in una grande sala dove fanno le riunioni che dicevano come sono bravi questi ragazzi, però noi le domande le avevamo tutte scritte e così non c’erano problemi. […] Non posso scrivere, che forse verrebbe una cosa più ordinata e pulita perché questi vanno a guardare dappertutto e dove cazzo le nascondo le carte? E poi il tablet è di mio padre così non posso scriverci sopra e compagnia cantando. Il registratore non se lo ricordano e non lo sanno che sto dicendo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, tipo dica lo giuro”, p. 47.

Un punto di vista interno quasi fino all’ossessione, il suo, che mostra entusiasmi e contraddizioni, convinzioni e crepe.

Tommaso impara ciò che sa dai social network, dai film, dalle serie tv, dagli influencer. Dalle rigidità e dalle incoerenze del mondo degli adulti, sempre troppo esterno rispetto alla vita di cui lui si fa portatore.

Tuttavia il protagonista si getta anche con coraggio e cecità nel mondo delle relazioni, solo e analfabeta di sentimenti e ignorante di sé, delle possibilità e dei limiti del proprio corpo e della propria età. Impara dal dolore.

Saranno proprio i rapporti dal vivo, fatti di incontri e scambi, anche fisici, a permettergli di crescere e cambiare.

Una relazione si staglia sulle altre, quella con Giona Sarnelli, lo psicologo a cui lo affidano prima i genitori e poi il tribunale: un adulto.

Non si dirà oltre sulla trama, che è svelata a poco a poco, con uno stile capace di lasciar esprimere una silente e continua tensione, dentro la compattezza complessiva del romanzo.

Rispondendo alle domande di una intervista di Nicola Napoletano apparsa su BL Magazine, Timothy Megaride, pseudonimo dietro cui si cela un autore più volte edito, afferma: “[…] il carattere per lo più virtuale dei nostri legami produce narrazioni, non esperienza”.

Da un lato, dal romanzo emerge quanto sia importante la parola per esprimere, comunicare e incontrarsi al di là di una dimensione animale (la relazione tra Tommaso e Giona evidenzia il carattere luminoso del linguaggio, attraverso cui è possibile la scoperta e la conoscenza di sé e dell’altro, dentro la libertà da qualsiasi intento umano predatorio; la stessa confessione verbale di Tommaso, ad esempio, è un atto e un processo di elaborazione e consapevolezza; e, ancora, la riflessione del protagonista sulle parole rende visibile il valore vitale della riflessione linguistica); dall’altro, sembra innegabile che il mondo narrato – il nostro – sia, appunto, narrato, cioè prigioniero di un eccesso di intelligenza, di discorsi, di rappresentazioni, di significati, di costruzioni e di difese che impediscono di sentire – e non in senso univocamente sentimentale – l’accadere della presenza, cioè di fare esperienza.

Verrebbe da dire, quasi con un’esagerazione, che attraverso i personaggi del suo romanzo Megaride ci mostra quanto nella vita umana vibri un sovrappiù di intelligenza persino nella stupidità – intesa fuori dalla dimensione del giudizio quale totale disarmo davanti alla vita – e nell’ignoranza del protagonista.

Un’intelligenza che ha esistenza propria e rimane confinata in spazi predefiniti dentro di noi: resta separata dai nostri corpi e finisce per non poter essere condivisa né trasmessa ai figli. Un’intelligenza che lascia noi stessi figli, come un talento incapace di servire la vita che ci attraversa, e che ci fa sperimentare la nostra verità dolorosamente antropocentrica.

“Quando tornai a casa andai a guardare sul vocabolario il significato di supino. Vabbè, in italiano, è un aggettivo con molti significati, e vuol dire anche sottomesso. Allora pensai che la parola latina adultum era un supino e significava sottomesso e l’esempio del vocabolario diceva qualcuno che mostra accondiscendenza cieca e servile. Allora decisi che io non volevo essere adultum, cioè adulto, cioè supino, che non volevo mostrare a nessuno accondiscendenza servile, cazzo. Io ero io e volevo restare io e non prendevo gli ordini dagli altri e poi mi incazzai perché è pazzesco che essere adulti significa essere ubbidienti e basta. Mai e poi mai, io volevo restare adolescens per sempre. Punto”, pp. 44-45.

 
 
 

Contro l’insonnia

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Smetti di preoccuparti. Appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli. Il tuo mondo sta andando a rotoli, ma non è colpa tua, hai fatto errori su errori, la tua vita fa schifo, tuo marito è freddo, tua moglie distratta, i figli crescono storti, scalpitano, scappano, i figli non ci sono, non sono arrivati o non li hai voluti, non c’è marito né moglie e ti senti sola, solo, non c’è lavoro oppure ce n’è troppo, non ci stai più dietro, sei stanco morto, una moglie, un’amante, il tetto da rifare, un buco nei calzini, sei esaurita, un marito, un amante, la cura dei genitori anziani oppure il pensiero di quando lo diventeranno, di quando dovrai farti carico di tuo fratello, di tua sorella, ti senti in trappola e ti mancano le forze, hai saltato la colazione e il pranzo, non te li puoi permettere, sei povero ed è colpa tua, hai perso soldi al gioco, te li sei bevuti o hai fatto spese inutili… ma magari!, almeno ti saresti divertita, invece soldi ne hai tanti, troppi, ma c’è un vuoto in te che i soldi non possono colmare nemmeno quando li dai in beneficenza… in verità, alle feste, se ti senti osservato, dici di voler donare tutto, ma non l’hai mai fatto, il fatto è che avevi delle ambizioni e hai fallito, non avevi ambizioni e ti senti già vecchio, vecchia e anche un filo depressa, vorresti cambiare vita, ricominciare daccapo oppure l’hai cambiata e vorresti tornare indietro, stavi meglio prima ammettilo, insomma il tuo mondo va a rotoli, hai l’impressione di non riuscire a tenere insieme i pezzi, però pensa, fai parte di una rete, di una maglia, sei un semplice nodo e da te partono semplici fili che raggiungono altri nodi, niente di più, più di tanto non puoi muoverti, nel bene e nel male ti sposti insieme al resto del tessuto, certo qualche filo può spezzarsi, ma non sarai mai libero di scappare e viceversa qualche filo può essere reciso, ma tu resti connessa a chi hai amato, magari solo per vie traverse, magari grazie a una bava di cotone e un bottone che ti sono rimasti in tasca l’ultima volta che hai salutato tuo padre, perché lui entrava in ospedale e non l’avresti più rivisto, perché alle tue spalle si chiudevano le porte del carcere e ci stai ancora dentro e te lo meriti, sei una ladra, un truffatore, sei al fresco per spaccio, ma c’è di peggio: spesso hai pensieri strani, oppure ti muovi senza pensare, fai cose a caso, dai retta a gente senza scrupoli o decidi sempre di testa tua e poi nessuno è disposto ad aiutarti, a perdonarti e quando credi di aver finalmente imboccato la strada giusta, aver rimesso i debiti, aver saldato i conti, ecco che ti capita un colpo di sfortuna, una storta alla caviglia non può essere colpa tua, eppure sei di nuovo a terra, ora tutto ti sembra senza senso, inutile, vano e alzarsi non è facile, non è mai stato facile, con gli anni poi anche le forze ti stanno abbandonando, non ti resta che guardare la televisione sul divano, ti senti un pensionato e magari invece sei molto giovane ed è la prima volta che cadi e ti immagini che questa cosa sia successa solo a te, sei il primo al mondo a provare un dolore simile, nessuno può capirti e quando per strada incontri uno sguardo amico o il sorriso di uno sconosciuto sotto sotto c’è la fregatura, l’offerta libera per i tossici, un nuovo contratto telefonico oppure inaugura un ristorante. Non te ne importa niente, hai ben altri pensieri al momento, sono passati gli anni, hai perso amici, amanti, amori o genitori che forse non erano i tuoi, però niente scompare, c’è continuità nella materia, considera il carbonio, quello nella tua pelle stava già nella corteccia di una pianta nell’Età della Creta e il ferro nel tuo sangue è stato prima in un lupo e poi in un agnello, è un ciclo ininterrotto, come quello che ti provoca emicranie ogni mese, emicranie oppure mal di denti, reumatismi, nevralgie, tutti i giorni ce n’è una, non si può mai star tranquilli, per non dire di peggio, un tumore, un infarto, una figlia malata, lì è sufficiente il pensiero a tenere svegli, ma la stessa cosa vale se a star male è il tuo cane, d’altronde ci fanno compagnia da 50.000 anni, sono di famiglia e come il resto della famiglia sono un sostegno e un impegno, un aiuto e un intralcio, chi ti sta più vicino ti protegge, ti coccola, ti comanda e ti tortura, era già così quando i nostri antenati animisti sedevano attorno al fuoco raccontandosi storie, le stesse storie che ci raccontiamo oggi, le stesse paure, la stessa insonnia curata dando un senso ai fulmini e alle stelle, alla vita e alla morte, magari un senso arbitrario, magari un senso sbagliato, erano uomini e donne spaventati, cosa si poteva pretendere e anche tu sei un uomo che ha paura, una donna spaventata, non ti si può chiedere di più, hai fatto quello che hai potuto, che ti è riuscito e se hai fatto degli errori e li hai pagati stai a posto e se l’hai scampata e te la ridi sei un bastardo, sei una stronza, ma c’è spazio anche per te su questa terra, sei nel paesaggio, sei il paesaggio insieme a piante e vegetali, insieme alle montagne, ai fiumi e agli animali, per cui smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli… smetti di preoccuparti, appoggia la testa al cuscino, chiudi gli occhi, allunga le gambe, rilassa i muscoli…

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, quiqui e qui.

 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 

Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado. Alcune mie tavole sono apparse su Squadernauti, qui e qui.

 
 

Prima o poi incontreremo il mare

 
 
 
di Eduardo De Cunto
 
 
 
 
 
Giorno 177

Anna, mia adorata,

non potrai leggere queste righe, ma ti scrivo lo stesso, giacché è l’unico conforto di questo tempo disperato.

La staffetta non dà notizie di sé ormai da due settimane. Né potrebbe: è partita prima che l’agguato alle gole di Sudbina ci costringesse a ripiegare verso ovest. Le comunicazioni sono interrotte, nemmeno noi conosciamo la nostra posizione.

In mancanza di direttive, ho deciso che muoveremo verso nord. Prima o poi incontreremo il mare; da lì, proseguendo lungo la costa in direzione di levante, raggiungeremo la capitale. Se Dio vorrà, ci ricongiungeremo al resto dell’esercito alle porte di Ničije Mesto.

Ora il nemico da affrontare è la penuria di viveri. Non vi è possibilità di rifornimento: pochi giorni ancora e finiranno.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 181

Anna, mio bene,

per la prima volta in vita mia soffro la sete.

I territori del Nord si sono rivelati inospitali: lo scenario è desertico, non abbiamo incontrato corsi d’acqua, né flora, né fauna, fatta eccezione per i serpenti. La truppa si nutre di quelli, ma ormai è allo stremo. All’orizzonte, verso ponente, si scorge un profilo montuoso. Andremo lì, nella speranza di trovare l’acqua.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 183

Il Tribunale delle Nazioni non mi assolverebbe. È dunque un bene che non possa consegnare queste carte alla staffetta, altrimenti nemmeno potrei scriverle. Non potresti perdonarmi neanche tu, Anna, moglie mia, pur conoscendo l’uomo che sono. Prego allora che mi assolva Dio.

Nella valle ci siamo imbattuti in un villaggio.

Più ancora che questa terra ostile, stiamo esplorando la nostra natura. Gli uomini, dopo giorni di fame e fatica, avevano sguardi di bestie. La guerra fa anche questo, ci consegna uno specchio che riflette la verità di ciò che siamo.

Ho lasciato che mettessero a sacco il villaggio. L’ho fatto per la mia salvezza: tenere a freno i soldati non era più possibile. Alcuni ordini non possono esser dati, per quanto li impongano le leggi scritte e i trattati della guerra. In certe situazioni, vigono leggi non scritte, più crudeli ma più coerenti con il nostro mestiere.

L’insediamento era pressoché sguarnito: i loro uomini sono tutti a difesa della capitale. La poca resistenza che abbiamo incontrato è stata spezzata con ferocia. Ogni casa è stata depredata.

I miei soldati non avevano solo fame di cibo, ma anche di donne. Ho lasciato che saziassero anche questo bisogno: non mi trovo in una posizione di forza e non posso rischiare ammutinamenti o diserzioni.

Non consentirò tuttavia che accada ancora.

Lo sguardo di una donna mi ha ferito. Aveva i tuoi occhi, quelli che hai dato a nostro figlio Andrea, la loro stessa malinconia. Mi ha ferito e ha risvegliato un demone che alberga anche in me: ho provato a mia volta un desiderio di bestia.

Aveva i tuoi occhi ma non sei tu, mia salvezza, mia luna sempre piena nella notte.

Non ho violentato quella donna.

Proseguiremo ancora verso nord. Il contatto con la popolazione ha giovato al corpo degli uomini, ma non al loro spirito. Sono spaventati. Sostengono che le donne di Istina possiedano arti magiche, e che il Nord sia terra di stregoni. Ho vietato che si diffondano tali dicerie, pena la fustigazione. Non voglio che le superstizioni di questo popolo barbaro entrino nelle menti dei miei soldati. Andremo a nord, mostrerò loro che non c’è nulla da temere, se non l’esercito nemico. Se Dio vuole moriremo in battaglia. Quando ci penso non provo dolore, ma sollievo. L’unico rammarico è per te. E forse per mio padre: non tramanderò il suo cognome.

Tuo,

Cristiano

 
 
Giorno 191

Anna, amore mio,

il mare è ancora lontano.

Non abbiamo incontrato altri insediamenti, e questo è un bene per la salvezza delle nostre anime. Ci siamo imbattuti però in un camposanto, con migliaia e migliaia di sassi disposti a cumuli. È segno che altri insediamenti non sono lontani.

Quella dei sassi è l’usanza del luogo. L’interprete mi ha spiegato che sono deposti sui sepolcri in caso di morte prematura, e rappresentano gli anni non vissuti. Deve allora trattarsi di un cimitero di guerra; i seppelliti sono giovani, a giudicare dalla quantità di pietre: una per ogni anno in meno rispetto ai cinquant’anni d’età, la loro aspettativa di vita. Ogni sasso è posato perché gravi sulla terra e l’affanni.

Accanto a uno dei cumuli, su una tavola di legno, era incisa una scritta. Ho chiesto all’interprete di tradurla. Lui non voleva. Mi ha detto che era una poesia, e che non era stata scritta per noi stranieri. Persino quest’uomo che tradisce il suo popolo, di fronte ai sepolti, ha avuto un sussulto di dignità. Non l’ho punito per questo, ma l’ho pregato di tradurla ugualmente, perché anche il carnefice potesse tributare omaggio alla vittima. Allora lui ha mormorato:

Accanto

alle rovine

rimane

la piazza,

Dule mio,

a contenere il tuo ricordo.

A volte vi ritorno

a spiare

le bocce dei vecchi

rotolare,

e sollevare polvere.

Mancassero,

potrei immaginarla

anche senza di te.

Non so se fosse un lamento di madre o di moglie. Mi ha commosso.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 192

Anna, anima mia,

la scritta accanto al cumulo di sassi ha fiaccato la mia determinazione. Ma sono un comandante, e devo anteporre il dovere verso la Patria alle bizze del cuore. È sera tarda e per stanotte ci accamperemo. All’orizzonte appare un altro villaggio.

Proteggi il mio sonno,

tuo,

Cristiano

Giorno 193

Abbiamo ancora viveri, ma non so se potremo recuperarne altri prima di arrivare al mare. Spero ci consegnino le scorte senza combattere: questa volta le donne andranno risparmiate, e se possibile anche i pochi uomini rimasti. Ho disposto la fucilazione per chi trasgredisce.

Anna, il filo di cui tieni un capo mi trattiene alla soglia della follia. Ma ho paura si spezzi. Tra i soldati si sono diffusi racconti di stregonerie, nonostante il divieto, e la loro paura mi contagia. Solo a te, e solo per immaginazione, posso confessare ciò che a loro nego: questo popolo ha qualcosa che mi turba. Le loro parole, i loro sguardi, suonano stranamente familiari. È come se condividessimo gli stessi fantasmi.

Tieni stretto il filo, mio amore, mio irritrovabile approdo.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 195

Cara Anna, moglie mia (o mio sogno d’ambra?),

la realtà sembra smembrarsi davanti ai miei occhi, a stento trattengo il ricordo del tuo viso e della tua figura.

La sortita nel villaggio ha avuto un esito del tutto imprevisto. Gli uomini sono stati respinti, ma non dalle armi. Sono tornati indietro in preda a un sortilegio, piangendo come bambini. Sostengono che i villani abbiano facce cangianti, e di aver visto nelle case…

Follie, mio fiore, follie che non riporto. Soffrono la mancanza dei propri cari e qualcosa deve averli suggestionati. Ho detto loro di riposarsi: sono uomini stremati. Ho provato a quietarli. Ma a me niente porta quiete, se non la tua ombra.

Ieri non sono entrato nel borgo, ho lasciato che a presidiare l’operazione fossero i luogotenenti. Ma è stato un errore: non possiamo rinunciare al rifornimento, domani andrò io stesso a vedere.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 196

Anna, mia ragione smarrita,

il filo che tenevi si è spezzato, e io non sono più né un soldato, né un uomo assennato. Non raggiungeremo Ničije Mesto, non morirò combattendo.

Le vie del villaggio erano deserte, ma dalle finestre una foresta d’occhi controllava ogni nostro passo. Gli Istini hanno occhi scuri di noce, occhi come i tuoi, mio spirito del mattino.

Ho varcato la soglia di una casa. Era minuscola, e sembrava vuota. Stavo per uscirne, quando un fuciliere mi ha fatto notare una piccola porta, celata da un pesante cassettone. Un nascondiglio. Abbiamo spostato il mobile e sono entrato.

Ho lasciato che gli occhi si abituassero al buio del ripostiglio. Per ciò che ho visto poi, ho temuto che il cuore mi cedesse.

Lui era lì, accanto al cibo, rannicchiato con le spalle al muro e le braccia avvolte alle ginocchia. Il colore dei suoi capelli era quello che abbiamo amato. La sua pelle di seta scura, la pelle che ti ha rubato, era la stessa, la medesima, proprio quella che sai. E lo sguardo che mi ha trafitto, quando ha sollevato il capo… pure quello era il suo, di nessun altro al mondo.

Lì, sul pavimento di quella casa, in quel borgo remoto e straniero, c’era Andrea, nostro figlio. Aveva l’età di quando lo perdemmo.

 

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme, nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, sulla rivista Voce del verbo. Altri racconti appariranno a breve su altre riviste: non si impara mai dagli errori passati. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

 

Illustrazione originale di Sara Camagnoni.

 

Sara Camagnoni (Reggio Emilia, 1980). Vive e lavora da sempre in natura e con gli animali. Ama disegnare, soprattutto cavalli, le piace sperimentare e sperimentarsi con altre tecniche, strumenti e temi.

 
 

L’isola che non c’era

 
 
 
 

Pubblicato nel mese di febbraio 2021 da Il ramo e la foglia Edizioni (primissimo titolo della casa editrice romana, in attività da metà del 2020), con una concisa e illuminante postfazione di Antonio Prete, L’isola che non c’era di Leonardo Bonetti è una narrazione fantastica, una fiaba morale, un racconto sulla parola, un romanzo di formazione, un dialogo e finanche un monologo filosofico.

Caratterizzata da una scrittura ricca, vasta, larga, capace di contenere ed elaborare forme e immagini e tutta interna, letteraria più che iconografica, ossia immersa nel processo del farsi delle cose piuttosto che nella sintesi e nell’urgenza di una totalità frontale di impulsi di azioni e reazioni; eppure piana, vicina, leggera e disinteressata alla seduzione della parola; quest’opera si fonda su una continua tensione implicita e silenziosa, che regala ritmo e compattezza ai venticinque capitoli.

Sembra che questa scrittura chieda al lettore non soltanto di seguire con la mente e di vedere, ma forse soprattutto di sentire intuitivamente (non sentimentalmente) ciò che accade mentre accade.

Protagonista del libro è il giovane Leo, il quale lascia una vita – così è tratteggiata ironicamente nelle prime pagine – quasi avvolta in un sonno, svagata, vissuta con “umile ingenuità” (p. 9) e d’un tratto libera da legami esterni, per un viaggio verso un luogo misterioso.

“Leo, si sa, fa parte di quella famiglia di individui solitari che assecondano le illusioni più consuete: astinenza da TV e giornali nella professione del meno, ultima religione. Creature inconcluse, sconfitte senza battaglia, colte da lieta disperanza, alla ricerca e all’attesa d’una risurrezione costantemente temuta.
Per questo dunque, un giorno come altri, si sarebbe avventurato alla volta dell’isola portando con sé nient’altro che la sua umile ingenuità” (p. 9).

Partirà dalle Marche, da una cittadella affacciata sull’Adriatico, per raggiungere un’isola su cui “ogni collegamento è bandito. Così che tra i saggi del paese più vicino si resta in ascolto per ore a sentire la voce dell’isola, affacciati come un palmo d’Africa all’orecchio del Mediterraneo.
La zona produce un campo magnetico che impedisce l’uso dei moderni sistemi di comunicazione, obbligando ad avvicinarvisi solo a motori spenti; né è previsto l’utilizzo di mezzi a propulsione o, men che meno, altre diavolerie atte all’automatismo. Ecco perché Leo da subito ha issato le vele con orgoglio sperando nel favore dei venti e dello spirito stesso del suo sogno” (p. 21).

Inafferrabilità e sottile anelito all’avanzare percorrono il romanzo, dentro un’immaginazione costruita per sequenze visibili (e rimandi a figure mitiche della letteratura italiana del Novecento, come l’iguana Isolina, che riporta immediatamente alle opere-mondo di Anna Maria Ortese, scrittrice di cui qui sembra si raccolga ed elabori l’eredità stilistica e morale), ma soprattutto fatta di scrittura e discorsi, cioè di tempo.

In questo libro, la tensione precede i fatti e la trama di superficie, ha origini profonde: gli eventi paiono nascere dall’interno, non come proiezioni ma quali necessità che a poco a poco si disvelano agli occhi del protagonista e del lettore, costantemente immersi in un’atmosfera dove l’incomprensibilità è solo un aspetto di evidenza del reale, e non un rifugio.

La lingua letteraria sfuoca le situazioni in ampie volute, movimenti di divagazione e ritorno: la lentezza della profondità gira agilmente intorno al mondo dei fatti, che si rivela brutale ma in fondo inessenziale.

I dialoghi sono pregni di racconti allusivi, misteri, presi in un continuo movimento d’espansione.

Fino al punto in cui il lettore, accompagnando Leo, ha l’impressione che tutto sia al di fuori del personaggio e di sé, tutto sia materia, liberata dall’illusione della solidità, proprio quando avviene la coincidenza – razionalmente inconoscibile – con il fuoco più interno dell’esperienza.

Allora l’ansia di ricerca del senso e di un centro cede il passo alla capacità di sostare, di stare nella dispersione e nella dilatazione che ogni incontro con altri personaggi (caratterizzati da nomi propri che nel procedere della narrazione rimandano a figure d’altrove, come Arsenij od Oleksandra, oppure Cora) procura al protagonista.

(altro…)

Una falange di qualche dito [Corinzi I, 13]

 
 
 
di Giovanni Locatelli
 
 
 
 

Vi parlerò dell’amore.

Penserete “strano”, siete convinti che io sia un tipo freddo e cinico.

Può darsi, un certo cinismo sono disposto ad ammetterlo, ma vi radunate in un angolo della stanza e quando siete sicuri che non vi sento dite “era così arido”, dite “è stato avaro di sentimenti”, dite “non si è mai concesso veramente”. State tranquilli, parlate pure forte, non vi sentirei comunque, ma porcomondo quello che bisbigliate di nascosto è falso, e il mio stato è qui a testimoniarlo: in un letto di ospedale, privo di sensi e dei relativi organi, impermeabile a qualunque stimolo esterno e tutto concentrato sulle mie sofferenze posso dichiararlo con certezza: io ho amato. Eccome se ho amato.

Penso che tutto sia iniziato quando mi lasciò F. F era la mia vista e i miei occhi. Giravamo in città e lei mi faceva notare le facciate delle chiese, la forma delle case, gli scorci dai portoni, i fiori sui balconi, oltre a guidarmi passo passo vista la mia totale assenza di senso dell’orientamento. Il mondo aveva un senso allora, era ordinato e potevo percorrerlo con la certezza di arrivare, arricchito da tutto quello che F sapeva mostrarmi durante il viaggio. Quando lei se ne andò, non persi solo una compagna, mi ritrovai privo di occhi, incapace di vedere la realtà, perso in un mondo che mi risultava ignoto e inconoscibile. Mi dotai di un bastone per ciechi e di un navigatore satellitare e cercai di rifarmi una vita.

Incontrai H in un call centre, mi sentivo molto solo dopo l’abbandono di F, ma non avevo altra maniera per trovare compagnia, era un periodo buio per tutti, si viveva chiusi in casa. Certo che non l’ho mai incontrata, che scoperta, ci siamo sempre sentiti per telefono, ma fa davvero differenza? E allora vi confesso anche che non era un call centre, era una chat erotica. Siete contenti? Lo ripeto, non cambia nulla. Mi innamorai della sua voce, calda e bassa, persino roca, dopo aver fumato, e delle porcate che riusciva a inventarsi, o almeno così credevo. Scoprii presto che aveva più di settant’anni e che era tutto vero quello che raccontava. Aveva vissuto mille vite e mi parlava della sua giovinezza scapestrata, dei suoi amanti pericolosi. Se qualcuno ha capito il senso di questo caotico mondo disperato, di sicuro è H, pensavo allora e spendevo in telefonate il mio intero stipendio per carpirle il segreto. Non feci in tempo, finirono prima i soldi. Quando gli usurai vostri fratelli mi comunicarono che il conto era in rosso e mi fecero disattivare il servizio, H deve essersela presa. Mandò un sicario che mi tagliò le orecchie. Divenni sordo, oltre che cieco.

Conobbi L in ospedale, faceva l’infermiera, si occupava delle mie ferite, le puliva ogni giorno. L era morbida e dolce. Ringraziai il cielo di avermi mutilato la notte in cui lei si infilò nuda nel mio letto. Toccarla era un piacere assoluto. Immergevo la mia carne nella sua e ogni punto era ugualmente accogliente. Facevamo l’amore così spesso che nel giro di una settimana divenne ripetitivo. Allora lei iniziò con piccoli morsi, poi toccò ai pizzicotti, alle sculacciate, alle cinghiate e infine alle botte vere e proprie. Accettavo tutto con curiosità. Ogni colpo sulle natiche o sulla schiena esplodeva in forma di dolore, ma arrivava al cervello come un piacere che mi obnubilava i sensi. Non capivo più niente, ero felice.

Non so perché L decise di andarsene, ma prima mi fece un’incisione in testa e mi strappò la pelle. Da allora non ho più il tatto: tocco le cose, ma non me ne accorgo, il corpo di una donna non mi dà più godimento di quello di una bambola, né la superficie di una statua di marmo o un morbido tessuto sanno restituirmi quella sensazione di liscia perfezione che tanto amavo un tempo.

Mi restava ben poco da perdere eppure non volevo smettere di innamorarmi. Andò a finire che J, così credo si chiamasse quella meravigliosa ragazza indiana, mi rubò l’olfatto. Immagino fosse appena uscita da una baracca di lamiera di qualche slum nelle periferie e puzzava: un misto di frutta marcita, sesso, catrame o plastica bruciata, ma potrei sbagliarmi, sudore e marijuana. Non riuscii a resistere al suo afrore, ma andandosene mi lasciò privo dell’odorato come quando, dopo un cibo molto piccante, tutto sembra sciapo. Non volendo rischiare, mi aveva pure mangiato il naso oltre che, naturalmente, spezzato il cuore. Ogni cuore ha le sue ferite e una maniera per metterle nei ricordi facendone esperienza, mi pare di aver letto, una volta. Sarà così che le lesioni si rimarginano, immagino, ma la cartilagine del naso, vi assicuro, non ricresce.

Come accadde che D mi rubò il senso del gusto è tanto scabroso che non me la sento di raccontarlo. Non insistete, è inutile, la mia bocca è cucita, e non solo in senso metaforico.

Una libbra di carne fu il prezzo che pagai per ogni mio innamoramento e vi devo dire che lo considero un prezzo equo. L’amore mi ha restituito molto più di quanto mi ha tolto. Anzi, non mi ha tolto nulla: quei sensi non li avevo prima di conoscere F, H, L, J e D, o comunque non erano sbocciati. Loro me ne hanno fatto dono e loro se li sono ripresi: si potrebbe parlare di un prestito e ogni prestito, lo sapete pure voi, canaglie che non siete altro, ha i suoi interessi. Quando ancora facevamo affari insieme, mi avete imposto tassi da usura e ora mi biasimate per le mie disgrazie e allo stesso tempo spiegate le amputazioni come la giusta punizione per l’avarizia. Siete solo capaci di contraddirvi, siete solo campane che risuonano, come diceva San Paolo ai Corinzi. Aveva ragione. Campane che risuonano! Cosa vi sembra di aver capito della vita voi che non avete mai amato, o che l’avete fatto una volta, in gioventù, salvo poi chiudere il cuore come le città assediate dai barbari chiudevano le porte di accesso per poi morire di fame? Non avete capito niente. Niente, porcomondo. Non si può conoscere una persona senza amarla, e non la si può amare senza il rischio di esserne amputati. Sappiatelo: non potrò che disprezzarvi se non vi manca almeno una falange di qualche dito.

 
 

Giovanni Locatelli (Gio Diesis su FB e IG), ingegnere e scrittore (e musicista), viaggiatore che ha perso o mancato qualcosa, o forse non esattamente perso… più come se stesse aspettando qualcosa, cowboy a cui non è stata data una giusta chance, a cui non avrebbero nemmeno dovuto darla o a cui dovrebbero dargliene un’altra. (cit. Malcom Lowry – Sotto il vulcano). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Squadernauti, qui e qui.

 

Illustrazione originale di Edoardo Rubatto.

 

Edoardo Rubatto. Cresco in un piccolo paese nella provincia nord di Torino. Poi mi laureo in antropologia culturale e compio un atterraggio di emergenza nel mondo della comunicazione. Smetto di fare sport, divento copywriter freelance, fondo fanzine più e meno umoristiche, ma sicuramente disturbanti, insieme a Walter Comoglio. Per sfogare le mie frustrazioni inizio a fare disegnini brutti su carta di recupero. Prima per il magazine Ivano (di cui sono co-autore), poi per il mio profilo Instagram. Alcune mie illustrazioni sono apparse su Squadernauti, qui e qui.