Autore: Giovanna Piazza

Cordoglio

 
 
 

di Danilo Soscia

 
 
 
 

Un uomo in lacrime prenota un taxi dal telefono della sua abitazione.

Quando la macchina arriva, l’autista gli domanda, Dove devo andare? E l’uomo pronuncia per esteso un indirizzo e il nome di una località. Poi, carica nel portabagagli una borsa di tela. Sale sul sedile posteriore, e il volume della sua persona pare collassare.

Rimane assente per alcuni secondi. Si rianima, e mentre slaccia il cappotto domanda a sua volta, Conosce bene la strada? Il tassista mastica a vuoto, e come risposta abbozza una smorfia da coniglio. Ha la faccia consunta dai buchi acneici, e un paio di occhiali da sole con le lenti opache, i cui naselli sono infiltrati da una specie di ossido nero e verde.

Durante la traversata il passeggero pare distrarsi nella contemplazione delle facciate. Alle finestre dei palazzi sventolano ghirlande logore di una festa già passata. Le strade essudano avanzi di cartone. La vista di un cane rompe l’ordine sconnesso di un panorama affranto e immobile. L’uomo estrae dalla tasca della giacca un foglio piegato in quattro, si concentra su quello, e intanto il taxi imbocca un segmento finalmente sgombro di cose. Il tassista domanda, Cosa c’è scritto su quel pezzo di carta? E l’uomo risponde senza scomporsi, Niente che valga la pena ricordare.

Senza preavviso, il taxi si ferma in prossimità di un chiosco di fiori. Il conducente si scusa, blocca il tassametro e scende dall’auto. Dal capanno fradicio di vetro e lamierino gli viene incontro un ragazzo dai tratti indiani, una camicia di cotone aperta sul seno. Trattano in modo fitto, poi l’autista punta il dito verso il passeggero e dice qualcosa che fa sorridere il giovane. Alla fine paga per un mazzo di dalie incartato nel cellophane. Torna alla macchina, si china al finestrino del passeggero. Dice rivolto all’uomo, Sono per lei.

Il viaggio è lungo, e si snoda nei meandri famelici di quartieri, itinerari dal manto distrutto, case guaste, abitazioni a spiga dalle quali, con l’arrivo della sera, baluginano brevi lampi rossi e azzurri. Il taxi parcheggia a poca distanza da una monofamiliare a due piani immersa in un roseto, le luci del pianoterra accese. Voci di bambini e di un televisore. L’uomo si raccomanda all’autista, Torno subito, mi aspetti qui. Scende e preleva dal portabagagli la borsa. Poi, senza bussare né annunciarsi varca la soglia dell’abitazione. La luce al primo piano si spegne. Anche il televisore tace. Restano solo le voci dei bambini, bianche, continue, senza intervalli. I lampioni della strada si accendono. Ora, il silenzio è pieno, e quasi addormenta.

L’uomo esce dalla casa così come vi era entrato. Sale sul taxi e sussurra, Andiamo.

Il motore si avvia, e così attraversano l’intero isolato a fari spenti. Giunto nel parcheggio di una stazione di servizio, il conducente si rivolge al passeggero, Posso venire a sedere accanto a lei?

L’uomo acconsente.

Si ritrovano vicini, a guardare fuori, esposti al mondo nella bolla fluorescente di un distributore di benzina deserto. Senza distogliere lo sguardo dal finestrino, l’uomo sussurra, Da quando siamo partiti non si è mai tolto le lenti scure.

Il tassista stringe le dita intorno alle rotule, e scostando appena le labbra si schermisce, Le chiedo scusa, è solo perché sono timido.

Alla sua età?, lo incalza l’uomo.

Sì, risponde, Non si smette mai di odiare il proprio aspetto.

Scendono dal taxi quasi all’unisono. Il passeggero apre il portabagagli e ne ricava di nuovo la borsa di tela. Domanda all’autista, Vuole conoscerne il contenuto?

Senza attendere una risposta, la posa a terra, ne spalanca i lembi, ed estrae una semiautomatica a canna corta. La passa al tassista e gli dice, La prenda.

Costui la raccoglie, la soppesa. Poi, gliela riconsegna e dice, Grazie di tutto.

È così che il passeggero gli punta contro la pistola, e gli buca la testa.

Rientrato nel taxi, si leva le scarpe. Si mette comodo, scosta il mazzo di dalie. Usa il cappotto come una coperta. Si addormenta.

Quando il sole è di nuovo alto, sale al posto del guidatore. Accende l’auto e riparte.

Piange.

 
 

Danilo Soscia è nato a Formia nel 1979. Scrittore, giornalista, studioso di letteratura di viaggio e di Asia Orientale, vive e lavora a Pisa. Ha esordito nella narrativa nel 2008 col sorprendente Condòmino. Storie per 36 interni (Manni) e ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets) e Forma sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana (Mimesis). Due brani del romanzo inedito Il vangelo secondo la scimmia. Viaggio intorno al mondo sono usciti su Atelier (n° 71, a. XVIII, settembre 2013). Su Squadernauti sono apparsi alcuni estratti del lavoro inedito Atlante delle meraviglie. Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino e altre storie, come La museruola, J. F. è l’assassino, Dialogo con un morto in una vasca da bagno, Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, Fenicotteri, Loto giapponese e Fine di un maestro elementare. Questo blog ha inoltre ospitato cinque brani de I topi. Biblia pauperum, anch’esso inedito; in ordine di apparizione, Il maialeL’uomo nero, La sepoltura dei mortiIl macello di Circe ed Edipo e la moneta.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 
 

Memoria di ragazza

 
 
 

Pubblicato nel maggio 2017 da L’orma editore nella traduzione di Lorenzo Flabbi, Memoria di ragazza di è un romanzo che ruota attorno alla scoperta di sé da parte della narratrice in un preciso momento della vita, l’estate del 1958.

Come in altre opere dell’autrice (recensite su questo blog, qui e qui), la scrittura muove anche in questo caso dalla rielaborazione di materiale autobiografico e si dipana, ancora una volta, attraverso sequenze e quadri ambientati tra passato e presente: Annie Ernaux interroga l’accaduto non per dedicarsi a un’appassionata collezione di meriti e colpe né semplicemente per ricostruire circostanze o responsabilità; piuttosto, ella mostra che forse si può guardare alla dimensione del tempo non come si guarda a una cosa, riuscendo cioè a restituirne l’instancabile movimento e la natura contraddittoria.

Perché il passato non è mai concluso, gli accadimenti non sono afferrabili come oggetti, gli eventi si succedono, hanno un inizio e una fine dai contorni concreti e corporali ma incerti, nascono da precise motivazioni, producono conseguenze ma restano comunque irrisolti, inspiegabili.

Rispetto al dettato de Il posto, pur ugualmente tesa, la scrittura cerca in questo romanzo un movimento più largo e insistente, ritorna sull’evento senza temere di confessare né di ricostruire i dettagli del contesto in cui si situa il turbamento dell’incontro con l’altro. Anche in Memoria di ragazza, l’uso della terza persona e uno stile che non lascia spazio a derive sentimentali permettono a chi narra e a chi legge di avvicinarsi alla scena da un distanza che non soffochi l’eco del passato.

In una sorta di diario pubblico, in equilibrio tra analisi e descrizioni di azioni e ambienti, Annie Ernaux scompone e ricompone una figura, sé stessa, un essere che le corrisponde come ci corrispondono i sogni che facciamo.

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All’estremo limite

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Quodlibet nella traduzione finora inedita di Gianni Celati All’estremo limite, romanzo di Joseph Conrad pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1902.

La trama si dipana attraverso la rappresentazione dei protagonisti: il narratore governa infatti il racconto entrando di volta in volta nell’universo di ciascun personaggio.

Quattro figure spiccano sulle altre nel corso della narrazione.

Emerge fin da principio il dignitoso e fiero Capitan Whalley, un uomo di sessantasette anni con “una specie di aria maestosa” (p. 29) alla guida del piroscafo Sofala: egli che confesserà il segreto che a tutti nasconde al signor Van Wick, il quale ha abbandonato il mare per dedicarsi alle piantagioni di tabacco. Così viene descritto quest’ultimo: “Esigente, abile, lievemente scettico, abituato alla miglior società […], egli aveva una latente cordialità ed una capacità di sintonia con gli altrui sentimenti, dissimulate da una specie di altezzosa, spregiudicata indifferenza di modi derivante dalla sua educazione giovanile, e da un certo non so che nel suo modo di parlare che un nemico avrebbe potuto definire frivolo – come un’eco distorta di lontani fasti d’eleganza”, p. 149.

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Le pietre

 
 
 

L’ultimo romanzo di Claudio MorandiniLe pietre, pubblicato nel 2017 da Exòrma, dopo Neve, cane, piede (già recensito su questo blog), si dispiega tra favola e racconto fantastico intriso di mistero, tra giallo e mito, con uno stile che pare non nascondere la fascinazione per la narrazione orale, caratterizzato da circolarità e da una lingua in grado di creare una piccola epica popolare.

Le pietre è dominato dal noi, un coro che governa le fila della storia, in cui l’incredibile vicenda dei coniugi Saponara si alterna alle digressioni dedicate a curiose figure che animano il villaggio alpino di Sostigno, come il parroco: “A questo punto delle avventure dei Saponara entrerebbe in scena don Danilo. I più vecchi tra noi se lo ricordano bene. Quando la vallata era popolata a sufficienza per fare parrocchia a sé, don Danilo era il pievano di Sostigno. Eravamo il suo villaggio preferito, non ci mollava mai: d’estate veniva sempre con noi su a Testagno, portandosi dietro le sue cose sacre per celebrare messa e tutto il resto, e rimaneva alle malghe per tutta la bella stagione, benediceva le bestie e i pascoli, faceva catechismo ai piccoli e impartiva lezioni di morale ai grandi, si faceva invitare a pranzo ora dall’uno ora dall’altro, e aveva un buon consiglio o un rimprovero per ognuno, che lo volessimo o no”, p. 63.

Nel corso del racconto si leggono anche ritratti vividi di personaggi marginali rispetto alla vicenda principale del romanzo, ma che rimangono impressi nella memoria del lettore per il loro eroismo strambo, destinato a rimanere senza scopo, come Ruggero, che cercava di correre più veloce delle pietre, o Giacometti, il quale voleva realizzare in montagna le imprese osservate in pianura, o come la moglie del gestore della trattoria del paese: “[…] la povera signora Molinaro, quando da vecchia prese a parlare da sola e a vedere cose che nessun altro vedeva, con le pietre finì per farci il brodo. La mattina andava a coglierle lungo il greto del fiume, o torrente, e dicono che fosse molto selettiva. Poi le ripuliva dalla terra, a lungo, sotto il getto dell’acqua della fontana. Poi le metteva in una pentola, assieme a cipolla, sedano e carota, e lasciava andare per qualche ora”, p. 84.

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Le cose che abbiamo perso nel fuoco

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Marsilio Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez, un appassionante libro di racconti tradotti da Fabio Cremonesi.

Nella prima narrazione, Il bambino sporco, si è immersi nella vita di Sarita, che ha deciso di abitare in un quartiere malfamato di Buenos Aires – quasi che per vivere davvero fosse necessario sfidare se stessi – ed è ossessionata dalla presenza di un bambino di strada nei pressi della propria abitazione: “Questo quartiere mi piace. Nessuno capisce perché. Io sì: mi fa sentire in gamba e coraggiosa, sveglia. Non ci sono più molti posti come Constitución: a parte le borgate di periferia, la città è più ricca, più gentile, è intensa ed enorme, ma è semplice da vivere. Constitución non è semplice ed è bello”, p. 11.

Protagonista de L’Hostería è invece Florencia, una ragazzina che accetta di seguire di notte l’amica Rocío all’interno di un hotel su cui pare pesare un indicibile passato, allo scopo di commettere una bravata destinata a essere interrotta: “Quando stavano per sdraiarsi sul letto matrimoniale appena rifatto, però, da fuori giunse un rumore che le costrinse a chinarsi spaventate”, p. 44.

Anche ne Gli anni strafatti ci si addentra nei momenti nella vita quotidiana di alcuni giovani donne, le quali mostrano di avere una disinvolta familiarità con violenze e droghe e al contempo si comportano come animali impauriti e disperati: “A volte non ci facevamo di cocaina e preferivamo un acido bevendoci sopra. Spegnevamo le luci e giocavamo nel buio con degli incensi accesi; sembravano lucciole e mi facevano piangere, mi ricordavano una casa con il tetto di tegole e il giardino, lontano dalla città, una casa con uno stagno in cui giocavano i rospi e le lucciole volavano tra gli alberi”, p. 58.

Ne La casa di Adela è proprio una strana abitazione dalle finestre murate e circondata da un prato rasato ad attrarre tre bambini, Adela, che al posto del braccio sinistro “ha una piccola protuberanza di carne che si muoveva, con un pezzo di muscolo, ma non serviva a niente” (p. 66), Pablo e la sorellina di quest’ultimo, la voce narrante: “Lei spalancò la porta e a quel punto vedemmo che dentro la casa c’era luce. Ricordo che camminammo tenendoci per mano sotto quel chiarore che sembrava elettrico, benché sul soffitto, dove avrebbero dovuto esserci i lampadari, ci fossero solo dei vecchi cavi che si affacciavano dai buchi come rami secchi”, pp. 74-75.

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