Autore: giodiesis

La saggezza nel sangue

 
 
 
 

La saggezza nel sangue (Minimum Fax, 2021, traduzione di Gaja Cenciarelli), romanzo di esordio di Flannery O’Connor uscito nel 1952, presenta il protagonista Hazel Motes, giovane uomo di ritorno dal servizio militare, su un treno mentre guarda fuori dal finestrino, disturbato dai tentativi di conversazione della sua vicina di posto. “[La donna, ndr] Disse che le pareva di non aver mai avuto il tempo per fare un viaggio che l’avrebbe portata così lontano. Da come succedevano le cose, una che tirava l’altra, sembrava che il tempo passasse sempre così in fretta da non riuscire più a capire se si era giovani o vecchi. L’uomo [Hazel, ndr] pensò che, se lei glielo avesse chiesto, sarebbe stato tranquillamente in grado di dirle che era vecchia” (p. 31).
 
Schietto, quindi, puro di cuore, rigido nell’atteggiamento, retto nel comportamento, Hazel sa di non credere in Gesù Cristo e sa di essere destinato dal sangue a diventare predicatore: annuncerà la Chiesa Senza Cristo e, privo di qualsiasi esperienza, lo farà per tentativi, alla contemporanea ricerca di un maestro e di seguaci. Purtroppo, attirerà a sé solo falsi profeti, truffatori, ritardati, gente che vive di espedienti, poliziotti sadici. E, come una valanga che si ingigantisce lungo la discesa a valle, così la sua schiettezza acquisterà tali proporzioni di intransigenza da diventare alla fine rovinosa.
 
Tre sono le direttrici lungo cui si sviluppa il romanzo: il senso di colpa, la saggezza nel sangue e la capacità di vedere.
Partiamo dall’ultima. Haze in inglese è la foschia, mote è il bruscolino, l’evangelica pagliuzza nell’occhio del vicino. Hazel Motes ha quindi sin nel nome un conto aperto con il senso della vista. Non bastasse, appena arrivato in città, insegue un predicatore cieco per diventare suo discepolo (almeno fino alla scoperta che il predicatore in verità ci vede benissimo). Incontrata una prostituta, Hazel penserà: “I suoi occhi risucchiavano tutto in blocco, come le sabbie mobili” (p. 70). Nell’episodio che è forse il punto di svolta di tutto il romanzo, verrà ingannato da un poliziotto che scaraventerà la sua auto da una rupe attirandolo con la scusa di fargli vedere il paesaggio dall’alto.
 
“«Ho capito che non ti diverti mai e poi mai né permetti a nessun altro di divertirsi perché tu non desideri altro che Gesù!» (p. 168) lo accuserà la sua giovane fidanzata, figlia del falso predicatore. «Io non desidero altro che la verità!», gridò lui. «E quello che si vede è la verità e io l’ho vista!»” (p. 169), risponderà alle accuse Hazel. Non a caso quindi Hazel cercherà di annullare la propria vocazione di predicatore accecandosi. “Doveva avere un piano, doveva aver visto qualcosa che non avrebbe potuto ottenere senza essere cieco a tutto il resto” (p. 190) penserà a quel punto la sua affittacamere.
 
La saggezza nel sangue è una sorta di destino ineluttabile che si eredita dai progenitori: Hazel sa di dover fare il predicatore come suo nonno, un uomo che viaggiava con una Ford e “ogni quarto del mese andava a Eastrod come se fosse arrivato in tempo per salvarli tutti dall’inferno, e si metteva a urlare ancora prima di aprire la portiera” (p. 38). Un altro personaggio, Enoch Emery, è costretto ad agire mosso da ordini che egli sente provenire da suo padre. “Non voleva avallare il sangue di suo padre, non voleva dover fare sempre qualcosa che qualcos’altro voleva fargli fare, del quale ignorava la natura e che era sempre pericoloso” (p. 128). In generale, e come già in questo passo, i personaggi sembrano mossi dall’esterno: “Era come se qualcosa dentro Hazel Motes si stesse caricando a molla, anche se fuori lui restava immobile” (p. 93); “La bambina girò lentamente la testa, come fosse azionata da una vite” (p. 102). Ma questa saggezza non ha nulla di saggio, né aiuta i personaggi a fare le scelte giuste. Al contrario, sembra solo spingerli verso il baratro.
 
Ultima componente della valanga che travolgerà Hazel è il senso di colpa. All’inizio del romanzo, Hazel semplicemente ritiene di potersi tenere lontano dal peccato: “Il ragazzo non aveva bisogno di ascoltare. C’era già in lui una profonda, nera, tacita convinzione che il modo di evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato.” (p. 39); “…vedeva l’opportunità di liberarsi di tutto senza corruzione, di convertirsi al nulla invece che al male” (p. 40); “Quando l’esercito finalmente lo congedò, fu felice di sapere che era ancora incorrotto” (p. 41).
 
Da predicatore, Hazel rivede la sua posizione, radicalizzandola, e si dichiara convinto che peccato e castigo non esistano: “Predicherò che non c’è stata nessuna Caduta perché non c’era nulla da cui cadere e nessuna Redenzione perché non c’è stata Caduta e nessun Giudizio perché le prime due cose non sono mai esistite” (p. 104).
 
Inesorabile, il senso di colpa si manifesta nel finale, potente e diretto, seppure misterioso nelle cause. Così, quando l’affittacamere scopre che Hazel tiene della ghiaia nelle scarpe mentre cammina e chiede il motivo di una tale penitenza, Hazel risponde: “«Per pagare», disse lui con voce roca. «Pagare cosa?» «Non fa differenza cosa», disse lui. «Devo pagare»” (p. 195).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Male a est

 
 
 
 

Madre e figlia camminano svelte lungo Strada della Pace, una via nella quale le auto sfrecciano come in tangenziale. “«Mi fa paura questa strada», dice mia madre. La sua mano è il mio guinzaglio. Si allunga se mi allontano, torna sul fianco quando mi avvicino. «Dopo questa?», chiedo. «No». «Dopo la bianca?». «No». «Dopo la blu?». «Adesso»” (p. 13). Con questa immagine bella e dura inizia Male a est di Andreea Simionel (Italo Svevo, 2022).
 
Il romanzo racconta di una famiglia rumena come tante, con la madre e le due figlie rimaste in patria mentre il padre è emigrato in Italia, racconta la lontananza, il sospetto di ciascun genitore che il coniuge voglia rifarsi una vita con un altro, con un’altra, il desiderio di ricongiungersi, la paura di cambiare di nuovo abitudini, di non riuscire a vivere tutti insieme a Torino. Racconta piccoli episodi quotidiani, ma anche tragedie inattese come la morte di un ragazzino investito da un’auto proprio in Strada della Pace.
 
La Romania, il Paese a forma di pesce, e l’Italia, il Paese a forma di stivale, si specchiano e si confrontano attraverso i diversi stili di vita messi in scena nelle due parti dell’opera, ma potrebbero essere lo stesso Paese a distanza di anni, il tempo necessario alla diffusione del benessere e del consumismo. Sono infatti gli oggetti, il loro fascino, la loro menzogna, a occupare molte pagine del romanzo. “Cristina ha le bambole. Tutte le bambole. Bionde e castane, con gli occhi azzurri e verdi e viola. Barbie sposa e Barbie costume da bagno. Barbie geisha e Barbie accappatoio. Le colleziona, le tiene ognuna nella sua scatola originale. Gliele manda suo padre dall’Italia. Le bambole italiane sono diverse” (pp. 47-8).
 
Quando finalmente la famiglia si riunisce in Italia, la tensione fra marito e moglie, fra genitori e figlie, fra le due sorelle, invece di sciogliersi, aumenta. La scuola, la lingua, il lavoro, i soldi, tutto va ridiscusso, ridefinito. “«Dimmi qual è il problema». «Non c’è nessun problema». «E allora fai tu. Fai cosa vuoi, come vuoi. Basta che fai. Non ho portato le mie figlie in Italia per farmi vergognare»” (p. 213). “«Quanto ti ha dato oggi?», grida [la madre, ndr] dalla cucina. «Chi?». «Chi. Chi. Morello. Chi altro? Quanto ti ha dato?». «Cinquanta». «Cinquanta? Tu per meno di ottanta euro al giorno non devi uscire di casa. Mi hai sentito?»” (p. 239).
 
Non cambia invece il rapporto con gli oggetti: “Qui hanno la cultura del nuovo: non riparano niente, buttano soltanto. Mia madre prende tutto e lo porta a casa. Riempie il suo armadio di cappotti che non indossa, scarpe che non userà” (p. 179). Si giunge anzi a un apice quasi carnale quando, a causa di un guasto che obbliga il padre a deviare lo scarico della lavatrice nella vasca da bagno, sarà proprio l’acqua sporca del bucato a lavare via le prime mestruazioni della protagonista Andreea. “Apro le gambe. Un rivolo di rosso scivola in mezzo alle mie cosce. La lavatrice aumenta i giri e fa un rutto. Da dietro, un getto di acqua nera arriva, mi passa sotto il sedere e lava via il rosso” (p. 169).
 
Soltanto l’italiano, la nuova lingua, da imparare con sforzo, grazie a un atto di volontà, persino di rinuncia nei confronti del rumeno, diventa nella mente dei protagonisti una preoccupazione maggiore rispetto a quella per il cibo, i vestiti, le scarpe, i mobili. “Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili” (p. 198). “Leggo con il naso incollato alle pagine. E l’italiano mi divarica le fauci, mi mette le mani dentro la bocca, mi impiastra la lingua” (pp. 209-10). “Io e mia sorella non parliamo più rumeno. Italiano, al massimo inglese. Rumeno mai. Vorrebbe dire che c’è una cosa che ci unisce. Io e lei, non ci unisce niente” (p. 255). “Apro la bocca e cerco le parole. […] Alla fine, mi dite: parli benissimo. Oppure: non sembri straniera. Sì, grazie tante. Poi mi chiedete da quanto tempo sono qui e io ve lo dico e voi: caspita, non è poi così tanto. Vero, il passato è sempre dietro l’angolo” (pp. 257-9).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

La vita nascosta

 
 
 
 

La vita nascosta di Raffaele Donnarumma (Il ramo e la foglia edizioni, 2022) racconta le vicende di R., professore universitario omosessuale che si ritrova single a quarantacinque anni e deve rispolverare le dinamiche sociali necessarie alla ricerca di un partner, dinamiche che la lunga relazione con l’ex compagno S. aveva fatte dimenticare – ed ecco allora l’assidua frequentazione della palestra e dei siti di incontri gay.
 
Ma La vita nascosta è anche il ritratto di una persona con più di un innamoramento alle spalle e in corso, che analizza, more geometrico, ma anche more proustiano, i suoi sentimenti, limiti, paure e meccanismi psichici, soprattutto quelli che tendono a incepparsi, e ne rileva le contraddizioni, la prima delle quali già evidente nelle righe iniziali del romanzo: “Niente mi fa paura come il sesso. […] L’unico modo per scappare davvero, però, è buttarsi in quello che chiamano sesso occasionale e che di occasionale non ha nulla” (p. 7).
 
La vita nascostaCapita che, in una di queste app di incontri, R. conosca L., più giovane, più disinibito, più freddo. Con L. il protagonista vive un cambio di paradigma rispetto alle esperienze precedenti: “Ma io, che sino ad allora ero sempre stato attivo e sperimentavo senza averlo previsto un’inversione di ruoli, mi rabbuiai: mi trovavo per la prima volta davvero dall’altra parte, mi ero messo là dove prima stavano i miei partner e cedendo a lui la mia parte abituale recitavo quella nuova con l’incertezza del principiante che pronuncia le sue battute nel tono sbagliato e senza essere padrone della scena” (p. 158).
 
Nel protagonista questa inversione di ruoli provocherà un ulteriore passo in un processo di annullamento che appariva già in atto: “Non sapevo più chi ero” (p. 158), “Neppure io allora esistevo più” (p. 159). “A quarantasei anni, quello che sapevo di me era quello che di me non mi piaceva e che tornava a galla contro la mia volontà, facendomi sentire vittima non certo di un bel ragazzo un po’ apatico o del caso, ma del mio nemico più infame, quello che si appiattava in attesa del momento migliore per saltarmi al collo mordendomi, e che non c’era verso di eliminare: me stesso” (p. 176).
 
Il protagonista si era già preoccupato di fagocitare l’autore stesso del romanzo: “quell’R. che in questo libro non appare mai, non perché mi vergogni, o per un ultimo scrupolo di cancellare le tracce, impedendo che il personaggio che qui parla coincida con la persona del suo autore; ma perché davvero, scrivendo di noi stessi, solo gli sciocchi possono credere che erigiamo un monumento, e sia pure di cartapesta, al nostro io: in realtà, a ogni parola, metodici e accaniti, ci distruggiamo” (p. 119).
 
Il processo di annullamento, conclusasi per sfinimento la relazione con L., coinvolgerà tutti i personaggi del romanzo, nominati pure loro tramite la sola iniziale, comparse destinate a uscire di scena: “Quanti ce ne sono stati dopo, che hanno mangiato la tua immagine sostituendoti, muta falange di un esercito risibile, di una guerra piena di affanno e di sconfitte? S., che ride e si tocca il naso prendendomi in giro; G. che taglia mele verdi e le infila nella centrifuga; L. mentre suona il campanello e dice in tono discendente, roco: «Sono io». Neppure voi avete più un nome, figuriamoci quegli altri” (p. 321).
 
Donnarumma, scrittore condannato a vivere in una società che ha sostituito i salotti aristocratici descritti da Proust con le app di dating, al diffuso nichilismo sin qui descritto contrappone una prosa ricca e ricercata, dai periodi lunghi e ben articolati, principale forza del romanzo, verrebbe da dire ultimo baluardo contro le delusioni d’amore. “Gli incontri irrelati e dispersi incrementano il tempo impiegato a cercarli, come un giorno di sagra paesana per preparare la quale si è speso un anno intero, e che è il solo tempo vero della nostra vita, fatto di progetti, di attese, di preparativi, di imprevisti, di ritardi che nessun fatto potrà colmare. Per quella mezz’ora, ti abbandoni all’ansia della conquista; e a volte non è neppure necessario farsi qualcuno, respingere un pretendente può dare una piena soddisfazione perché il vero fine è vedere l’altro che pensa: «mi piaci, ti voglio», e così, esistere” (p. 9).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Dorsi blu

 
 
 
di Maria Sole Cusumano
 
 
 

Akiko si era ammalata e nessuna se n’era accorta. Lei, che ancora a ottant’anni si tirava dietro due ceste di vimini e s’immergeva, battendo tutta la costa e strappando granchi, ricci e abaloni dalle rocce, era per noi indistruttibile.

Quando ci ritrovavamo a cena la prendevamo in giro pizzicandole il collo e il costato e Ina ripeteva: Dove sono le branchie, eh? Dove le tieni? Ma Akiko non ne aveva bisogno, perché aveva cominciato da bambina a familiarizzare con l’acqua. Diceva che respirare sott’acqua significava essere in modo diverso; la vita in mare aveva un suo tempo e Akiko si limitava a seguirne il ritmo. Era quasi immobile mentre cacciava, quasi nuda, come i pesci che le nuotavano intorno e le mangiavano la pelle morta dai polpacci.

La prima volta che mi portò a vedere le pescatrici subacquee avevo tre anni e non facevo molto oltre che mangiare la sabbia. Nella nostra famiglia di sole donne non ci si poteva sottrarre al battesimo dell’acqua, perciò quando Tetsuna, mia madre, mi aveva messo in braccio ad Akiko e le aveva detto che era il momento, lei non se l’era fatto ripetere.
Di quella giornata non ho alcun ricordo, ma ricordo tutte quelle che vennero dopo. La costa si popolava di donne, le più giovani di venti o trent’anni, le più anziane arrivavano oltre gli ottanta, tutte indossavano solo un perizoma e si lanciavano fra i cavalloni, nell’acqua gelida dell’oceano. Riemergevano vestite di alghe, con le ceste cariche, e ridevano. Akiko ne aveva quasi compiuti sessanta e ancora la sua agilità faceva invidia.
Dorsi blu

A sedici anni mi ritrovai a essere la più grande non ancora in età da immersione e, mentre Inata e Ame seguivano Akiko, io tenevo in braccio Ina. Seduta nella sabbia osservavo le loro schiene bianche venire su dall’acqua scura, stirarsi al sole; le sentivo fischiare e le vedevo sorridersi, testimoni dello stesso segreto.
A cena, mia madre e le mie zie cucinavano parte del pescato, di solito facevano qualche zuppa di granchio da accompagnare al riso; Akiko invece mangiava solo i ricci di mare, aperti con lo stesso coltello ricurvo con cui li aveva rimossi, e li ingoiava ancora crudi, che sapevano di sale.

Lei amava così tanto quel lavoro e quella vita, che continuò anche quando non serviva più. Inata e Ame smisero a neanche quarant’anni, io non iniziai mai e dove la spuma bagnava Akiko e i seni bianchi delle altre donne rimasero solo rocce, dure e nere. Eppure non ci facevo caso, finché Akiko sarebbe andata a pescare, nuda come al solito, finché i suoi capelli avrebbero fatto odore di alga marina, il resto sarebbe rimasto uguale.

Ma la malattia non potevamo immaginarla. Lei non ci diede modo neppure di sospettarlo. Aveva continuato a fare le cose come sempre, a riportare quei cesti di vimini, ad aprire i ricci col coltello e succhiarne l’interno, ma nessuna di noi andava più in spiaggia a vedere la sua schiena.

Il primo segno della malattia furono certe sfumature bluastre fra le scapole. Se ne accorse per prima zia Hana, che la scoprì nuda nella vasca, intenta a sbrogliarsi i nodi dai capelli. Seguirono visite mediche e trattamenti vari, nessuno si rivelò efficace perché le sfumature s’inspessirono, da acquerello divennero acrilico e tinsero tutta la schiena. Akiko però non sembrava lamentarsene e con noi si guardava bene dal fare qualunque commento riguardo al suo stato di salute. Metteva in pratica il più vecchio e caro insegnamento che le aveva lasciato il marito: “sei solo quello che senti di essere”. E lei era in salute, andava ancora a caccia di granchi.

Akiko aveva tenuto insieme la nostra famiglia. Quando gli uomini se n’erano andati e mia madre e le mie zie si erano sentite come colpite da una maledizione, condannate all’infelicità, Akiko aveva detto loro di tornare sulla costa e pescare. Aveva detto che solo le donne potevano farlo e che la ragione era semplice, aveva a che fare con la nostra natura: le donne sono duttili, la parte morbida e cedevole, il che non implicava, nella sapienza orientale, essere deboli, ma, al contrario, essere resilienti. La più forte era colei che piuttosto che resistere fino a spezzarsi, si piegava quel tanto che bastava per vincere. E quanto poteva essere difficile per un uomo imitare la lentezza dell’acqua, aspettare l’arrivo dei granchi, catturarli senza lasciarsi pizzicare, con mano decisa e presa leggera.

Akiko aveva insegnato a mia madre e le sue sorelle che non valeva la pena resistere al dolore, che bisognava accoglierlo, perché il dolore era come l’onda, e se un momento ti viene addosso quello dopo sta già ritirandosi. Questo l’aveva insegnato anche a me e alle mie cugine, che quando vedevamo i cavalloni piantavamo i piedi nella sabbia e ci coprivamo la faccia. Akiko ci sgridava, diceva che dovevamo immergerci, così l’acqua ci avrebbe fatto giocare con lei.

Mise in pratica i suoi insegnamenti nell’ultimo anno di vita. Non resistette alla malattia, la lasciò entrare convinta che, come l’onda, il mare se la sarebbe ripresa.
Aveva ottantaquattro anni e la schiena blu con chiazze celesti e viola, sembrava uno di quei granchi che a volte si vedevano sugli scogli, tanto più che ora vedevo il suo corpo raggrinzito cedere al peso degli anni e quelle pieghe mi ricordavano la mollezza degli abaloni.

L’ultimo dottore che interpellammo la visitò a lungo e Akiko continuava a prenderlo in giro, a chiamarlo per nome –Tako – e tirargli la cravatta.
Il signor Tako disse che mia nonna aveva un granchio nei polmoni. Poteva averlo preso durante una delle sue lunghe immersioni, lei sosteneva che le fosse entrato dall’orecchio sinistro che aveva sempre pieno d’acqua. Doveva essere molto piccolo all’inizio ma adesso era decisamente troppo grande per essere rimosso.
Mentre le sue figlie si disperavano, Akiko rideva con le mani sul petto, come nel tentativo di sentire quel suo granchio, ospite inatteso, zampettarle tra un polmone e l’altro. Disse che le pareva giusto, considerato che aveva passato più della metà della sua vita con i granchi, e li aveva cacciati e poi cotti, era quasi contenta che fossero di nuovo loro e non qualcos’altro, magari qualcosa d’ignoto.

Quando restammo sole disse: Bene, so come prenderli. (altro…)

Poeta Cieco

 
 
 
 

Il Poeta Cieco, visionario, sapiente e folle, votato al Celibato Obbligatorio, sposato e fedifrago, da bambino raduna seguaci e da giovane fonda una setta, ma presto viene eliminato dalla moglie, la Professoressa Virginia, la cui furia omicida è il secondo motore della vicenda. La setta viene rifondata dalla moglie stessa e dal Pedagogo Boris sulla base di nuovi e più intransigenti principi educativi, salvo ammettere la pedofilia, ma sarà la lotta per la supremazia a impegnare i due fino all’ultima pagina. Del Poeta Cieco rimarranno gli scritti, interpretati e divulgati ossessivamente.

In queste poche righe è riassunta la parabola di Poeta Cieco di Mario Bellatin (Edizioni Arcoiris, 2022, per la collana Gli Eccentrici curata da Loris Tassi, traduzione di Raul Schenardi, arricchito da una necessaria postfazione di Federica Arnoldi).
Poeta Cieco
Tre personaggi femminili inchiodati a una singola caratteristica fisica (i capelli tinti, un grosso neo sulla spalla, tre piccoli nei su un dito) e due personaggi maschili a cui non è concessa neppure quella; nessuna introspezione psicologica; nessun rapporto degli adepti con la società esterna e scarsissime relazioni fra i seguaci stessi; gli unici momenti di incontro, carichi di erotismo derivante dalla prolungata astinenza e dalla nudità dei corpi, organizzati solo per mettere alla prova l’aderenza al principio di castità della setta, setta che impiega tutte le energie nell’educazione dei seguaci o nella loro eliminazione, due cose che sembrano in ogni caso coincidere: un racconto così scarno richiede al lettore uno sforzo di interpretazione, ma nello stesso tempo lo incoraggia.

In un saggio intitolato Uccisione del padre o sacrificio della sessualità? (Arcanes, 1996) Maurice Godelier, antropologo francese, cerca di dimostrare come non sia l’uccisione del padre, nel senso inteso da Freud, il principio fondante della società, ma la rinuncia alla sessualità, rinuncia necessaria nel momento in cui la femmina della specie homo perde l’estro, e il desiderio sessuale si dilata prima e dopo il periodo fertile, svincolandosi dalla funzione riproduttiva. Secondo Godelier, questa mutazione naturale, involontaria, occorsa a una specie già sociale, avrebbe sconvolto gli equilibri della comunità, essendo il sesso per sua natura antisociale, se non fosse stata arginata tramite un intervento culturale, volontario, destinato a limitare la libertà sessuale di ciascuno.

Nel lungo racconto, l’uccisione del padre è certamente un leitmotiv: i veri genitori del Poeta Cieco sono sconosciuti; i suoi genitori adottivi verranno trovati morti a letto, forse assassinati, forse dalla Professoressa Virginia; il Poeta Cieco, padre della setta: assassinato; il Pedagogo Boris, seconda figura maschile in termini di importanza: assassinato; il padre della Straniera Anna: scomparso.

Quello che nella teoria di Freud è un sistema per arginare e redistribuire il potere del capo, qui viene messo in scena con una semplice variazione: ad assumere il ruolo di leader sarà una donna, la Professoressa Virginia. Il meccanismo però non sembra avere la forza di fondare una nuova società, quanto piuttosto di cannibalizzarla.

Lasciandosi ispirare dall’ipotesi di Godelier sulla limitazione della sessualità autoimposta dalla specie homo per salvaguardare la comunità, invece, si può vedere nella regola del Celibato Obbligatorio la base della vita sociale, all’interno della setta: “…tutti dovevano riunirsi nel salone dei bagni turchi, dove erano soliti incontrarsi. […] Il Poeta cieco aveva l’abitudine di usare il salone una volta al mese. Cercava in quelle occasioni di mettere alla prova i princìpi del Celibato Obbligatorio. L’idea fondamentale era che soltanto in una situazione limite si poteva verificare la reale adesione a quel precetto” (p. 20).

Il desiderio, mai consumato, fra il Pedagogo Boris e la Straniera Anna, sembra essere l’unica ragione di una relazione che li accompagnerà lungo tutte le pagine del racconto. “Il Pedagogo Boris spinse, dolcemente, la Straniera Anna all’interno di una delle docce. Non era la prima volta che si vedevano. I due avevano una lunga relazione, durante la quale non avevano mai avuto l’opportunità di parlare o di toccare i loro corpi” (p. 23).

L’applicazione ferrea di questa regola porta però a conseguenze terribili e grottesche. “Il grosso gatto rosso era impalato sulla scopa che il ragazzo della casa usava per fare le pulizie. […] Mentre si avviava in strada, [il Pedagogo Boris, ndr.] trovò un pezzo di carta attaccato alla parete della cucina. Si trattava di un messaggio, nel quale si affermava che le abitudini sessuali del gatto erano simili a quelle del Poeta Cieco” (p. 30).

I membri della setta si rendono conto della necessità di dare sfogo alle pulsioni sessuali, ed è curioso osservare che verrà infranto proprio quello che per Godelier è il fondamentale tabù della nostra società. È sui minorenni, sostiene Godelier, che il sacrificio della sessualità si applica in prima battuta “regolamentando i rapporti sessuali fra individui di generazioni diverse, interdicendo in particolare i rapporti sessuali fra individui membri di quelle unità familiari e imponendo quella che fu chiamata «proibizione dell’incesto»” (Uccisione del padre o sacrificio della sessualità?, p. 13 della versione pdf consultabile on-line).
Nella Nuova Organizzazione, invece, saranno proprio i minorenni l’unica eccezione ammessa al Celibato Obbligatorio. “… i minorenni non dovevano ubbidire a quell’ordine. Si spingevano ancora più in là, infatti, se un adulto commetteva l’atto carnale con un minorenne non trasgrediva il proprio voto di castità” (p. 47).

Come a dire che le stesse norme che danno senso e ordine alla nostra società possono, per semplice eccesso di zelo, sfociare nel settarismo e da qui nel terrore. Come a dire che quel mondo chiuso, ottuso, in cui le pulsioni naturali sono considerate minacce, in cui valgono regole arbitrarie e domina la violenza descritto in Poeta Cieco potrebbe essere una condizione ancestrale, contemporanea e futura anche del nostro.

 
 
(Giovanni Locatelli)