Autore: giodiesis

Uccidendo nani a bastonate

 
 
 
 

Due personaggi discutono per decidere come intitolare una raccolta di racconti da inviare a un concorso. “«Vediamo, che ne pensa di questo: Rompendo pianoforti a legnate?» «Troppo aggressivo» «E A forza di calci?» «Mi piace, ma è sempre un po’ sconcertante»” (p. 142).
 
Il titolo scelto sarà Uccidendo nani a bastonate e a quel punto il dibattito fra i due cambierà tenore. “«A sua volta, il racconto di chiusura conterrà le nostre discussioni sulla ricerca del titolo» «Benissimo. E il racconto si concluderà quando lei troverà il titolo che figura davvero sulla copertina del libro. Sarebbe come l’eterno ritorno, come tornare a cominciare»” (p. 149).
 
Uccidendo nani a bastonateNe deriva che Uccidendo nani a bastonate di Alberto Laiseca (Edizioni Arcoiris, 2016, traduzione di Loris Tassi e Lorenza di Lella) è un libro che cita sé stesso.
 
Bertrand Russell, filosofo e matematico, ci ha svelato che i libri autoreferenziali sono inclusi in un catalogo immaginario esente da contraddizioni. Discorso completamente diverso per il catalogo dei libri che non citano sé stessi: deve includere sé stesso? Se non lo fa, dovrebbe. Ma se lo fa, non dovrebbe. In ogni caso si contraddice.
 
Stiamo divagando, ma, come avrete capito, Uccidendo nani a bastonate è ricco di digressioni, di calcoli matematici, di speculazioni filosofiche. “Dopo aver analizzato e discusso il titolo migliore, Crk e Moyaresmio discutono di come concluderanno la discussione, e poi analizzano l’analizzato e discutono il discusso per trovare il finale del finale, e poi il finale del finale del finale, così via fino ad arrivare all’infinitesimale, dando luogo a un epilogo astratto, incentrato sulla lingua e sull’analisi dell’ultima parola e dell’ultima lettera” (p. 150).
 
Oltre a soddisfare i criteri logici di Bertrand Russell, Uccidendo nani a bastonate piacerebbe ad Anthony Burgess perché i personaggi sono ultraviolenti, sadici e perversi. Il primo racconto parla di un’anziana torturata per aver urtato un cadì sull’autobus: “Allora avevano cercato di indurla a riflettere con un monologo contrappuntistico di aculei”, “Per ordine del cadì le passarono dei rulli ardenti sul culo e sulla schiena”, “Allora decisero che le avrebbero trasformato le tibie in flauti” (pp. 20-1).
 
Per lo stesso motivo piacerebbe a William Burroughs, anche perché la Tecnocrazia occidentale dove sono ambientati gran parte degli episodi, con la sua capitale Controllo e il suo Despota Illuminato chiamato Benefattore, assomiglia alla Terra Libera del Pasto Nudo.
 
La raccolta lusingherebbe Jules Verne che è citato per ben due volte, entrambe apparentemente a sproposito e soprattutto riuscirebbe a convincere chiunque ritenga insoddisfacente il nostro modo, lineare o circolare che sia, di descrivere il tempo.
 
Laiseca infatti opera in due maniere distinte per mettere in discussione il concetto di tempo.
 
In primis non prende in considerazione il progresso tecnologico nel suo sviluppo storico:
– stando a La gran caduta dell’immonda vecchia, nell’anno 200 dell’Egira già esistevano gli autobus e la saldatura ossidrica;
– in una realtà palesemente postapocalittica, anziché imprecare, ci si sfoga con esclamazioni bonapartiste: “Corpo di mille galeoni e valchirie con la spada” (p. 142);
– ne La maledizione del clavicordo, Tutankhamon e Čajkovskij si fondono in un unico personaggio: Tutančajkovskij e Wagner, durante gli anni del suo regno, si fa costruire una piramide egizia alta duemila metri;
– uno degli alchimisti del bey della Turchia di Gradinata di gioielli conosce l’uso dell’elettricità e delle cellule fotoelettriche, nonché dei sistemi antincendio, scoperte che il bey sfrutterà per imprigionare, una dopo l’altra, le sue sette mogli.
 
In seconda battuta, all’interno della metanarrazione di Uccidendo nani a bastonate, tutto avviene nello stesso momento. Contemporaneamente i racconti vengono:
– scritti dall’autore: “Proprio in quel momento le forze della tecnocrazia mandate dal Controllore sferrarono l’attacco congiunto, interrompendo la discussione […] E così non ho potuto scoprire come andava a finire l’analisi di guerra di Josè Garbanzo” (p. 103);
– stampati dal tipografo: “Come le dicevo, Gòmez, errori tipografici che potevano essere perdonati nella versione mohicana, sono intollerabili quando traduciamo in spagnolo. Siamo seri, Gòmez. Sono uno scrittore importantissimo” (p. 99);
– commentati dai personaggi: “È fuori luogo, ma devo dirlo se non voglio scoppiare. Mentre limo il prologo di questo romanzo storico, non posso fare a meno di guardare sulla mia scrivania il volume delle memorie di Metatarso Grullo Periquete […] poi trasformato in salsicciotti per ordine dei giudici, tra i quali ebbi l’onore di figurare” (p. 93).
 
L’istante che riassume ogni fase della narrazione è naturalmente anche quello in cui il lettore è impegnato nella lettura. Si genera un cortocircuito. Immaginiamo che qualcuno dei personaggi di Laiseca desideri sfruttare questo cortocircuito per provocare un’elettrocuzione: su di sé, su di un altro personaggio, sull’autore, sul lettore. D’altronde “La vita è dura. Meno male che ognuno ha i suoi masochismi per distrarsi” (p. 52).
 
L’importante è che ciascuno sia in grado di fare i dovuti distinguo. “Devo avvertirla: quello che le riferirò è un racconto solo in parte. Con la chiaroveggenza che la contraddistingue, non dubito che riuscirà a scoprire la verità attraverso il dislocamento delle esagerazioni” (p. 34).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Il libro della volpe

 
 
 
 

Un romanzo senza inizio né fine, senza copertina, senza numero alle pagine e senza paragrafi, rilegato con una spirale che permette a ciascun foglio di essere il primo o l’ultimo indifferentemente, racchiuso in una scatola, indispensabile supporto su cui stampare titolo, autore e logo della casa editrice: così si presenta “Il libro della volpe” di Enrico Ferratini (Pièdimosca Edizioni, 2021).
 
Un libro di storie che si susseguono intrecciandosi, sfumando l’una nell’altra, in cui ogni pagina può essere scelta per iniziare l’avventura o, completato un numero di giri a piacere, per terminarla. C’è un narratore chiuso in cella, poi (prima?) catturato dalle streghe, c’è un messaggio segreto che emerge dagli abissi, una volta sotto forma di pesce nero, l’altra di bottiglia, c’è un papiro da decifrare, c’è una volpe in difficoltà e un coyote che è disposto ad aiutarla, c’è un fabbricante di chiavi, l’unico a lavorare in un giorno di festa, c’è un ciabattino che “sa benissimo cos’è la felicità, conosce la via per arrivarvi e sa pure che è a un palmo dal suo naso, ma per qualche motivo non potrà imboccarla mai” (senza numero di pagina, così come le altre citazioni).Il libro della volpe

Una scelta originale che, unita a un’atmosfera misteriosa e magica in cui umani, streghe e animali parlanti interagiscono, produce un effetto molto simile all’andamento delle fiabe raccontate dai genitori ai bambini, in cui il punto di inizio può cambiare ogni sera e la fine sfuma nei sogni. “Con la notte, vedrai, arriverà anche il sonno, e nel sonno sarai perdonato, perché il sonno ha pietà di tutti, anche di chi giace nei crepacci dell’inferno”.
 
Quello che stiamo leggendo è quindi solo un lungo resoconto onirico?
 
Oppure è un libro circolare i cui protagonisti sono condannati a ripetere all’infinito gli stessi gesti: l’ipnotista continuerà ad annotare le parole contenute nella bottiglia nascosta nel vascello sprofondato nell’inconscio del paziente senza comprenderle; i due bambini a perdersi e ritrovarsi nel bosco, senza essere catturati dalle streghe come succede invece al narratore; il principe a ordinare al mago di procurargli l’elisir di lunga vita e a ottenerlo da una donna che nasconde la propria identità reggendo un ritratto davanti al volto.
 
Pare ci sia un antefatto, una colpa terribile che esclude la volpe dal consesso animale costringendola a raggiungere il mare per convincere il Leviatano a raccontarle le 300 storie che, imparate a memoria e raccontate dapprima al coyote e poi, ci si immagina, a tutti, le permetteranno di redimere la colpa. Proprio questo precedente suggerisce di sostituire l’ipotesi di circolarità con una nuova interpretazione: forse il libro descrive un istante immobile, tutto accade contemporaneamente e i concetti di inizio e fine devono essere abbandonati. L’eterno presente reca del passato solo un’ombra, ma un’ombra che lo sovrasta: “…si cela il fantasma di un passato che è più forte del presente, perché ogni oggetto, ogni luogo contiene sempre in sé il fantasma di ciò che è stato nel momento in cui [quel luogo, ndr] era più forte e vivo”.
 
Allora forse l’antefatto nemmeno esiste, e la colpa della volpe consiste proprio nel non avere forza sufficiente per raccontare le 300 storie trasmesse dal Leviatano. “«No, devi andare avanti», risponde il coyote, «è la tua salvezza, lo sai, se non finisci di raccontare le 300 storie sarò costretto a cacciarti via da qui perché, non dimenticarlo, tu sei maledetta, sei un’esiliata.» «Concedimi una pausa, una pausa sola, ho tanto bisogno di dormire.»”. Di nuovo un accenno al sonno. E poi più avanti (o più indietro): “No, non è la logica che ci può aiutare in questo caso, è nei sogni, nei vaticini che dobbiamo cercare la risposta”. Il che ci riporta alla prima interpretazione. Suggeriamo di rileggere la recensione.
 
Un libro sul potere salvifico delle storie, ma senza lieto fine. Anzi senza fine.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Cincillà

 
 

di Maria Serra

 
 

Con questa sono sette, e abbassò il dito indice della mano destra.
 
Ancora tre e ho finito, si disse paziente. Poi, Padrenostro e Angelodidio. Quest’ultimo già se lo pregustava con l’acquolina in bocca, come un amaretto panciuto con la mandorla al centro. Era il suo preferito, lo recitava tutte le notti. All’Angelo gli lasciava pure un posticino nel letto, vicino a lei, anche a Ferragosto. Non si schifava mica del suo sudore, lui!
 
Erano le Avemarie la vera scocciatura di quella sera. Per fortuna gliene aveva date solo dieci. E se non gli avesse risposto? Forse gliene sarebbero toccate venti. Magari cinquanta? Sarebbero state troppe per lei, anche se ormai era diventata velocissima a infilarle una dietro l’altra.
 
“Da sola o con altri?”, le aveva chiesto il Padre.
 
“Da sola!”. Perché mai avrebbe dovuto farlo in compagnia? L’idea l’aveva fatta inorridire. E poi, altri, chi?
CincillàDa quando aveva fatto la Comunione, in bagno doveva entrarci sempre da sola. Ma se farlo con altri fosse meno grave? E se, in quei casi, cinque o otto Avemarie fossero sufficienti? Come stabilirlo? Di chiedere a sua madre non se ne parlava.
Le rimase il dubbio, ma quel giorno imparò che esisteva un peccato in più che prima ignorava, forse due.
Perché le toccasse chiedere sempre perdono alla Madonna, anziché al Padrenostro, era invece evidente. I padri, di quegli atti impuri lì, non ne sapevano nulla. Figuriamoci! Era una cosa da femmine, l’aveva capito benissimo.
 
Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio.
 
La Madonna era lì, lo sapeva, seduta in fondo al lettino. Con il velo bianco intorno al viso e tutto il resto. Piena di grazia, lei sì che era davvero bella. Arrivava sempre alla fine delle penitenze, l’aveva capito una volta che aveva sbirciato con un occhio solo, senza farsi accorgere. BenedictusfructusventristuiIesus, l’ultima Avemaria gliela recitò in latino per fare più bella figura. Quindi abbassò solenne il mignolo e sgranò gli occhi. La Madonna non c’era più, ed era buon segno: voleva dire che era rimasta contenta. Evviva! Le avrebbe mandato l’Angelo.
 
Quando non era contenta, invece, si precipitava subito a chiamare sua madre, la signora Assunta, che giungeva puntuale a farle tutte quelle domande difficili. Chi fa la spia non è figlia di Maria! Ma per la Madonna non valeva perché lei era la Madre di tutte le madri, anche della sua. Perché, allora, le domande, non gliele faceva direttamente lei? Sarebbe stato più semplice. Si conoscevano così bene. Ci avrebbero messo pochissimo a spiegarsi, anzi si sarebbero capite con uno sguardo. Invece a sua madre non sapeva mai cosa dire. E quando le balenava in mente una risposta da darle, era già scomparsa. Come faceva a sparire così in fretta? La camera da letto dei suoi genitori era dall’altro capo del corridoio. Ma Lalla finiva con l’addormentarsi prima di aver trovato una risposta sensata.
 
“Sicura che non ti sei toccata? Ti sei guardata?”, le aveva chiesto a bruciapelo la Signora Assunta la notte precedente. Che spavento! Non si sarebbe mai abituata a quelle apparizioni della madre. Non aveva fatto in tempo a raccontarle com’era andata, che subito l’aveva rimproverata. Guardata si era guardata, toccata pure. Come avrebbe potuto evitare di fare quelle cose, proprio lì, nella vasca da bagno? Aveva sviscerato mentalmente il dilemma, ma non era stata abbastanza veloce da tradurlo in parole. “Hai commesso atti impuri. Devi subito confessarti”, aveva tagliato corto la signora Assunta. L’indomani mattina l’avrebbe portata dal Padre.
 
Lalla aveva un’unica certezza: le tentazioni sono sempre in agguato. La madre non faceva che ripeterglielo, e glielo avrebbe detto anche prima di partire per le Terme, ne era sicura. Perché non la portava con lei, almeno per una volta? Quanto le sarebbe piaciuto! “Vado a curarmi l’asma, mica a fare la villeggiatura!”. Si sarebbe seccata, quella storia della villeggiatura la faceva innervosire. Diceva che se l’era inventata il marito per farla adirare. “Devi stare qui, a occuparti del babbo”, le avrebbe intimato.
Cucinare, stirare, rassettare. “Ormai sei una fanciulla, non più una bambina.”
(altro…)

Nina sull’argine

 
 
 
 

Dice la scienza delle costruzioni che i materiali possono deformarsi in modo elastico, quando al termine della sollecitazione il campione ritorna alla forma originale, o in modo plastico, quando la sollecitazione lo modifica in maniera permanente. La tesi sviluppata da Veronica Galletta nel suo secondo romanzo, Nina sull’argine (Minimum Fax, 2021), è che un sistema complesso, quale può essere l’argine di un fiume, appunto, ma anche una persona, una coppia, una comunità, possa deformarsi solo in maniera plastica.
 
Nina sull'argine“Il ponte non tornerà nella posizione originaria dopo questa prima prova. C’è una quota parte di deformazione plastica, un assestamento degli isolatori sismici prevista da progetto. Anche per lei è cosi, pensa Caterina, sembra tutto uguale, il caldo, gli uomini in cantiere, perfino le zanzare, ma c’è una parte di deformazione residua che non torna a posto. Un’ isteresi nelle loro vite, che si manterrà anche quando il carico verrà disapplicato. Forse è questo, crescere: capire che i fenomeni non sono reversibili, che ogni traccia lascia un’impronta” (p. 212). E più avanti: “Comprendere che le sagome delle persone cambiano, nel tempo e nella percezione che abbiamo di loro. Lei stessa, è diversa, trasformata, tirata, allungata, deformata dagli eventi, dai giorni e dalle notti dell’ultimo anno trascorso” (p. 214).
 
Questa la riflessione conclusiva di Caterina, giovane ingegnere civile – “Buongiorno, signora. Ingegnere. Signora mi sembrava più gentile. Non siamo qui per scambiarci gentilezze. […] Preferisce ingegnera? […] Ingegnere e basta mi va bene, non pretendo tanto.” (pp. 12-3) – che si ritrova a dirigere il cantiere per la costruzione di un argine e di un ponte e ad affrontare l’ostilità di alcuni residenti contrari alla grande opera, le invidie dei colleghi, i pregiudizi di genere in un ambiente tipicamente maschile, i suoi stessi dubbi per una responsabilità che non sembra supportata dall’esperienza. “Caterina vive sempre questo doppio sentimento. Da una parte la voglia di mettersi di traverso, in un mondo in cui non sa mai bene come collocarsi. Poco esperta, eccessivamente qualificata, ha studiato troppo, e le cose sbagliate. Dall’altra la voglia di ritirarsi, di nascondersi. Come se ci fossero sempre due Caterina. Una parla e l’altra la prega di stare zitta” (p. 46).
 
La doppia personalità della protagonista ne mette in risalto la solitudine, aggravata dalla perdita di Pietro, il grande amore scappato senza dare spiegazioni. “È stato faticoso aprire la scatola di cartone e trovarci dentro il pigiama di Pietro. L’ha appoggiato a terra, accanto al comodino, per tutta la notte. Lo ha guardato spesso, girandosi nel sonno, chiedendosi se fosse pulito o sporco. Se potesse, portandoselo al naso, sentire ancora il suo odore. Chiude gli occhi, li riapre. Non ha voglia di vederselo comparire anche qua, in mezzo al fiume, stamattina. Del resto a casa non si è più fatto vedere” (p. 33).
 
Unica compagnia, il fantasma di un operaio morto sul lavoro anni prima, fantasma capace di consigli indispensabili per l’avanzamento del cantiere: “Il lavoro di chi monta le difese di sponda è molto delicato. Ci vuole talento per capire qual è il masso giusto, e delicatezza nel girarlo. Ci vuole un occhio tridimensionale” (p. 99), ma reticente quando si tratta di parlare della propria storia. “Caterina risale in macchina, accende il motore. Sono tutti uguali. Gli chiedi una cosa e ne rispondono un’altra. Gli fai una gentilezza e si ritraggono” (p. 101).
 
La piena, minaccia incombente e ricordo dei danni causati l’anno precedente, potrebbe di nuovo cancellare strade e paesi: Caterina, da un lato sente la necessità di arginare il pericolo e i suoi effetti negativi, ma dall’altro attende che il tempo, come il fiume grosso, porti via gli scatoloni e i ricordi di Pietro. “Nell’incedere impietoso delle stagioni, ora che è di nuovo estate, il ricordo dell’anno precedente comincia a bruciarle addosso. Adesso che si avvicina il giorno in cui l’anno prima ha avviato i lavori, ricomincia ad affiorare Pietro” (p. 205).
 
Il lavoro, la solitudine e la natura, questo racconta Nina sull’argine, senza conclusioni che consolano, senza nuovi amori o promozioni e scatti di carriera, in un’atmosfera di attesa e fatalismo che, almeno a parere di chi vi scrive, trova una perfetta corrispondenza in questa poesia di Cesare Viviani.

 

Osare dire

Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Clarice Lispector – Tutti i racconti

 
 
 
 

La crudele necessità di amare, “la malignità del nostro desiderio di essere felici” (p. 154), la fame di esperienze che ci spinge verso il mondo, ma con repulsione e poi pretendere così tanto dalla vita da diventare immorali. “Cosa sto dicendo? Sto dicendo amore. E sul bordo dell’amore ci siamo noi” (p. 425): queste poche righe sono solo un assaggio della dolorosa, misteriosa sensibilità di Clarice Lispector, sviluppata negli ottantatré lavori che compongono Tutti i racconti (Feltrinelli, 2021, traduzione di Adelina Aletti e Roberto Francavilla).
 
Protagoniste dei racconti sono per lo più donne in bilico sul limitare dell’oscurità che “la mancanza di senso lasciava così libere da non saper dove andare” (p. 114), con “quella voglia di sentirsi male per far diventare più profonda la dolcezza con un benessere perverso” (p. 107) e il cui cuore “si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117). Donne il cui impegno a domare la vita a volte viene premiato con la consapevolezza di essere più forti del proprio compagno, più intelligenti, più crudeli. Altre, complice una qualsiasi interferenza della routine, magari la sola apparizione di un cieco alla fermata del tram come nel racconto Amore, in cui il medesimo sforzo viene messo in discussione e si rivela fallimentare. “Non c’era scampo. L’involucro dei giorni che lei aveva costruito si era incrinato e l’acqua fuoriusciva. […] Il fatto è che quello che sentiva non era pietà, o non era soltanto pietà: il suo cuore si era riempito della peggiore voglia di vivere” (p. 117).
 
Clarice LispectorOppure, protagonista è sempre e solo Clarice Lispector della quale, in virtù dell’ordine cronologico di apparizione dei racconti, seguiamo la maturazione stilistica e umana. Subito, lo slancio giovanile per la conquista dell’emancipazione dalle norme sociali e dai canoni letterari in voga: “Di che materia sono fatta dove si allacciano ma non si fondono gli elementi e la base di mille altre vite? Ero stata modellata in tante statue, ma non mi ero mai resa immobile” (p. 41).
 
Quindi la consapevolezza di sé, del proprio corpo: di fronte allo specchio, la protagonista di Sogno ed ebbrezza di una giovane, ancora dolcemente ubriaca, mentre rivive la serata precedente, sente il fisico espandersi: “E non appena ebbe socchiuso gli occhi un po’ offuscati, ogni cosa divenne di carne, l’estremità del letto era di carne, la finestra di carne, il vestito di suo marito buttato sulla seggiola era di carne, e ogni cosa doleva quasi. E lei era sempre più grande, vacillante, turgida, gigantesca” (p. 108).
 
La maternità, sempre presente in potenza, giunge nella vita e si propaga nei racconti, descritta con correlativi oggettivi quali una scimmietta, un pulcino regalato, la gallina, l’uovo. “L’uovo è l’anima della gallina. La gallina goffa. L’uovo sicuro. La gallina spaventata. L’uovo sicuro. […] Io ti amo, uovo. Io ti amo come una cosa che non sa nemmeno di amare un’altra cosa. –Non lo tocco. È l’aura delle mie dita che vede l’uovo. Non lo tocco” (p. 247).
Frutto della maternità è un figlio che imparerà presto a fare “quel trucchetto dell’essere amato, che grandissima magia piangere per avere in cambio: la madre” (p. 347).
 
Ogni figlio è Gesù, sopporterà il proprio calvario: “Nacque Emmanuel. […] Era un bambino forte e bello che lanciò un grido nell’aria. […] Non si sa se a quel bambino toccò o meno una via crucis. Tocca a tutti” (p. 462). E se Maria das Dores, nel racconto Via Crucis, partorisce Emmanuel pur essendo vergine, l’io narrante di L’uomo che comparve, palese alter ego dell’autrice, vorrebbe essere madre del poeta Claudio Brito, incontrato per caso, ubriaco e fallito, in un negozio di alimentari. “Questo accadde ieri, sabato. Oggi è domenica, 12 di maggio, Festa della Mamma. Come posso essere madre di quest’uomo?, mi chiedo e non c’è risposta” (p. 467).
 
Il percorso di crescita sembra concludersi col racconto Visione dello splendore – Brasilia, ultimo fra quelli pubblicati in vita, in cui l’autrice, descrivendo la capitale attraverso circa 240 attributi, paragoni e metafore – “Brasilia è proteina pura. L’ho detto o no che Brasilia è un campo da tennis? Ecco, Brasilia è sangue su di un campo da tennis”, “Brasilia è un futuro che è accaduto nel passato”, “Ci sono momenti in cui Brasilia è un capello nella minestra” (pp. 509-10) – compone anche il proprio autoritratto: “Vi ricordate che ho parlato di un campo da tennis con il sangue? Ecco, il sangue era il mio, scarlatto, i coaguli erano i miei” (p. 514), “Sono così indecisa. Brasilia è decisione. Brasilia è uomo: e io, così donna” (p. 521), “Ma non voglio che mi comprendiate, altrimenti perdo la mia sacra intimità” (p. 511), “Non ho permesso che i giornalisti sapessero tutto. Ma adesso è l’ora della verità” (p. 515).
 
In effetti, Clarice Lispector concede un’unica intervista televisiva in tutta la sua vita, il 1 febbraio del 1977, anno della sua morte, e alla domanda del giornalista “A suo modo di vedere qual è oggi il ruolo dello scrittore?”, Lispector risponde: “Parlare il meno possibile.”

 
 
(Giovanni Locatelli)