Autore: Claudio Bagnasco

Evadere

 
 
 

C’è chi si prepara a uscire dalla vita con un gesto clamoroso.

Tanto è il bisogno di segnalare la propria esistenza, tanto è il terrore di passare inosservati, che si arriva a commettere persino questa sciocchezza quasi postuma. Ci si rifiuta di accettare la verità più semplice, l’unica: col tempo non resterà più alcuna traccia della vita di nessuno.

Eppure l’idea della vanità della vita, della sua inutilità, dovrebbe suscitare un irrefrenabile desiderio di agire: dal momento che il motivo di ogni gesto risiede nel solo fatto di compiersi, senza legami col prima né col dopo, ogni gesto dovrebbe appunto essere compiuto con dedizione assoluta, con felicità assoluta.

Allora ecco che ogni gesto si equivale (così come ogni persona si equivale), e non ha più significato annunciare di fare qualcosa per evadere: tutto si fa per evadere!

Anzi, al contrario, non si può fare proprio nulla per evadere, non si può uscire dalla vita finché si è vivi, non si può abbandonare questo vuoto di senso.

Se leggere un libro è rifugiarsi, o perdersi, nel racconto di qualcosa, non lo è altrettanto fare, organizzare, costruire? Un gesto compiuto differisce davvero da uno narrato?

E non è vero che i bambini imitano i gesti degli adulti: rifanno in modo diverso (e forse, loro sì, con dedizione e felicità assolute) ciò che fanno anche gli adulti, e che è destinato a spegnersi senza possibilità di incidere in alcun modo nell’infinità dell’universo.

Capire il pochissimo che siamo è la più vasta libertà di cui possiamo, potremmo, disporre.
 
 
 

Illustrazione originale di G. C. Cuevas.

 
 
 

Le nostre anime di notte

 
 
 

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”, p. 7.

Così inizia Le nostre anime di notte, romanzo postumo di Kent Haruf pubblicato nel febbraio del 2017 da NN Editore, che ha già dato alle stampe la Trilogia della pianura, composta da Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo (quest’ultimo recensito su questo blog); tutti e quattro i volumi sono stati tradotti da Fabio Cremonesi.

Addie e Louis sono due anziani vedovi che abitano in una cittadina del Colorado, Holt. Alla telefonata di Addie seguirà un incontro in casa di Louis, durante il quale la donna – dopo un breve imbarazzo – rivelerà le sue intenzioni: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. […] Non parlo di sesso. […] Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”, p. 8.

Louis, il giorno successivo alla richiesta di Addie, accetterà. Assisteremo così a questa insolita e struggente relazione tra due individui carichi di anni ed esperienze che, pacificati più che rassegnati, paiono essersi lasciati alle spalle le ansie della vita, e decideranno di condividere non solo le ore notturne ma anche gli episodi più importanti del proprio passato.

Si confesseranno reciprocamente debolezze, paure, viltà, nonché una non comune attitudine a sopportare la ripetitività dell’esistenza; e non esiteranno a rivangare alcuni momenti drammatici, come la morte dei rispettivi coniugi o, nel caso di Addie, quella di sua figlia Connie.

A Holt non passeranno inosservate le passeggiate serali di Louis verso l’abitazione di Addie, né i suoi rientri mattutini. Ma egli saprà redarguire gli impiccioni con esemplare fermezza e pari compostezza: “L’uomo disse, Vorrei avere la tua energia.
Come mai?
Per stare fuori tutta la notte e averne ancora abbastanza per funzionare il giorno dopo.
Louis lo guardò per un istante.
Sai, disse, ho sempre sentito dire che con te nessuna storia è al sicuro. Ti passa direttamente dalle orecchie alla bocca. Al posto tuo, in una cittadina di queste dimensioni eviterei di farmi la fama del bugiardo, che racconta le cose a modo suo. Una reputazione del genere ti seguirebbe ovunque”, p. 27.

E dopo che Louis racconterà ad Addie la spiacevole intromissione, la reazione di lei testimonierà un disinteresse ancor più sovrano verso il rumore del mondo. Disinteresse che significa anche estraneità alla brama di possesso, come sarà per Louis alla fine del dialogo, quando egli vagheggerà una tenerezza affidata alla vista, il meno prensile dei cinque sensi: “Lo apprezzo. Ma non possono farmi del male. Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.
Lui la guardò. Perché dici così? Sembri me l’altro giorno. Non pensi che dureranno? Magari anche per un bel po’?
Spero di sì, rispose lei. Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno.
Giusto. Vorrei avere il tuo buonsenso. Hai ragione, ovviamente.
Ti è passata adesso?
Ce la sto mettendo tutta.
Vuoi un’altra birra?
No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta”, p. 30.
(altro…)

Gli occhi degli alberi e la visione delle nuvole

 
 
 

Come si fa a volare adoperando similitudini e metafore, con cui non è possibile che immaginare un universo ulteriore?

Per volare occorre proprio abitare un altro universo. Quello, ad esempio, de Gli occhi degli alberi e la visione delle nuvole, narrato da Chicca Gagliardo e fotografato da Massimiliano Tappari. Il libro, pubblicato da Hacca nell’ottobre del 2016, ha un emblematico sottotitolo, Racconto in voci enciclopediche, che testimonia l’approccio scientifico – non ironico, non estemporaneo – all’argomento trattato: e cioè, appunto, la descrizione di un universo governato da regole ed eccezioni, norme e abnormità, confini e sconfinamenti del tutto diversi da quelli che determinano il nostro.

Un universo nel quale, ad esempio, vivono le statue: “Il tempo della nascita delle statue si divide in due fasi. Appena la mano dello scultore si è definitivamente allontanata, e il corpo di pietra sembra ormai finito, in quel momento iniziano a formarsi i polmoni, il cuore, lo stomaco, il fegato” (p. 12, L’interiorità delle statue).

Universo in cui, si diceva, manca l’appiglio della metafora. Quando dunque esso si mostra come capovolgimento dell’universo che di consueto abitiamo, lo fa nel senso più concreto possibile del termine capovolgimento: “Prima che la notte ricopra il cielo, si solleva la marea delle ombre.
L’orlo, frastagliato, viene facilmente scambiato con quello delle normali montagne.
Le punte, a contatto con l’aria fredda, si ghiacciano e diventano affilate” (p. 20, Le Montagne d’ombra).

In questo universo lo spazio dell’uomo – deprivato di ogni ausilio tecnologico – è ancora più precario, ancora più minacciato da una natura vivida e spietata: “Come la mandragora, che quando viene strappata lancia grida umane, l’erbavora è metà vegetale e metà animale.
[…] Questo tipo di erba si riproduce facilmente sui tetti, nei giardini e nei parchi pubblici. Si annida sotto le panchine, con l’aspetto di un innocuo ciuffo d’erba. Quando la parte animale prevale, all’improvviso si moltiplica. Nel giro di pochi secondi è in grado di sbranare un uomo senza lasciare traccia di carne e ossa” (p. 30, L’erbavora).

In un ambiente simile, ogni cosa che esiste è ugualmente viva: “Le case vanno piantate nella terra con la luna crescente.
Se la luna è calante, la casa avrà radici e pareti irrequiete, che seguono gli umori delle maree.
Nei giorni di tempesta senza nubi […] le voci rimaste impigliate dentro i muri della casa cigolano. Il portone sbatte, si chiude.
E l’uscio si solleva” (p. 45, La semina delle case).
(altro…)

Il giro del miele

 
 
 

Scritto da Sandro Campani e pubblicato da Einaudi nel gennaio del 2017, Il giro del miele è un romanzo che narra, anzitutto, un incontro.

O meglio, un dialogo notturno tra Davide, giovane apicoltore e buttafuori, incapace di accettare la fine del proprio matrimonio con Silvia, e l’anziano Giampiero, per anni aiutante nella falegnameria di Iuliano, il padre di Davide.

La vicenda si svolge in un paese dell’Appennino ed è raccontata da Giampiero, che riceve la visita inattesa di Davide a casa propria. Fin dalle battute iniziali si colgono la precisione e la potenza della scrittura di Campani, che poggia su una sintassi in odore di dialetto e su una lingua semplice, vivida eppure visionaria, con cui si prova a restituire le impressioni suscitate dalla realtà più che a interpretarla: “Ho aperto: era Davide. Grandone, alto com’è sempre stato, tanto che cammina preparato a chinarsi per passare dalle porte. È proprio dalla stazza che l’ho riconosciuto, perché la luce esterna era strinata e lui non ha parlato, inizialmente: ho ravvisato un uomo che nel momento in cui aprivo si tirava indietro, al buio”, p. 4.

La medesima esigenza di chiarezza informa i personaggi: a poco a poco, davanti a una bottiglia di grappa, i due si confesseranno segreti sempre più dolorosi, che culmineranno col resoconto (ciascuno dalla propria prospettiva) dell’incendio alla falegnameria, nel quale Giampiero ha riportato gravi ustioni a una mano.

È un alternarsi di ricordi struggenti e drammatici, in cui si delineano le figure di questi due uomini di poche parole, di forti sentimenti, coerenti sino alla cocciutaggine, aperti alla vita come bambini, come animali. Nel brano che segue, ad esempio, Giampiero rievoca un momento subito successivo alle nozze di Davide: “Avevo tenuto l’Ida a braccetto, andando verso la macchina – forse era lei che sosteneva me, perché due bicchieri in più, alla fine, li avevo bevuti anche io: dal fiume veniva un fresco sfrontato, che ci aveva preso al collo. Ci eravamo stretti. Cercando le chiavi nelle tasche, mantenevamo la certezza dei nostri due corpi attaccati, del nostro calore, di fronte al greppo nero e disabitato al di là del torrente, così straniero, visto da lì sotto, come se il greppo non fosse terra ma un’ombra generata dalle luci del ristorante, temerarie, presto spente – tanto, dopo due curve, io e l’Ida non avremmo più visto quelle luci, sarebbe stato tutto nero intorno, e la cosa da fare era perciò tenersi stretti. Me lo ricordo, quel pensiero, come un pensiero piacevole. La dose di fortuna che c’è al mondo, che ha fatto sì che io incontrassi l’Ida, e fa sì che siamo ancora qui, e a ogni momento io possa accostare, lasciare il volante e stringerle le spalle; la fortuna di cui senti investita ogni cosa dopo uno sposalizio riuscito, e che sospende le disillusioni, il cinismo, le malinconie – che pure sono faccende scontate, e dovranno arrivare per forza: non è che non lo sai, che arriveranno, è che ti senti più forte”, p. 45. (altro…)