Autore: Claudio Bagnasco

Quasi

 
 
 
 

Scrivere, rileggere, correggere; scrivere, rileggere, correggere. Fino a quando non si lascia andare la pagina nel mondo, quasi completamente soddisfatti del risultato.

Meglio di così non si sarebbe potuto fare.


 
La verità non è nella vita. E non è nella parola. La verità è in quel quasi.

La verità è quel quasi.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 

llustrazione originale di Cristiano Baricelli.

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.

 
 
 

Servabo

 
 
 
 

Luigi Pintor ha partecipato alla guerra di liberazione partigiana e nel 1962 è entrato nel Comitato centrale del Partito Comunista Italiano, da cui è stato espulso nel 1969.

Giornalista dell’Unità dal 1946 al 1965, dopo l’allontanamento dal PCI è stato tra i fondatori del manifesto, che a più riprese ha diretto.

Solo da anziano Pintor si è avvicinato alla scrittura narrativa, lasciandoci poche e memorabili opere.

Ad aprire la sua produzione letteraria è stato Servabo. Memoria di fine secolo, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e riproposto nel 2004 dal Maestrale.

Servabo, vocabolo latino che significa conserverò, è un’asciuttissima retrospettiva sulla propria esistenza, in cui ogni parola è scelta con tale cura da ricordarci come la letteratura è (o dovrebbe essere) dono da approntare al fuoco della più incrollabile concentrazione.

Pintor_ServaboNonostante la biografia di Luigi Pintor, Servabo non è – se non incidentalmente – un libro politico. Si tratta piuttosto di un resoconto di sessant’anni di vicende intime e pubbliche, rivisitate da una prospettiva come trasognata. E non solo perché il ricordo è per propria natura parziale e ingannevole.

Il distacco ironico e stupito di Pintor nei confronti di accadimenti pure vissuti con estrema passione (privata e civile) sembra originare dalla consapevolezza, nobile e dolente, che ogni episodio apparentemente cruciale, se considerato da una certa distanza cronologica, perde il suo ipotetico carattere di eccezionalità, per sciogliersi nell’eterno farsi della storia.

Non a caso, lungo tutto questo preziosissimo librino sono disseminate parole come – per prendere solo tre esempi – incredulo (“Quando la guerra entrò in città ero ancora incredulo”, p. 33), stordito (“La mia arma era così intrisa di sudore che si inceppò, lasciandomi stordito”, p. 35), estraneità (“Provavo un senso di estraneità, di isolamento e di sospetto, la quotidianità non aveva il sapore di prima”, p. 54).

A creare un felice contrasto con questo sentore onirico ecco la curiosità, lo spirito avventuroso e iconoclasta che hanno animato Pintor in tutte le età della vita. (altro…)

Di seconda mano

 
 
 
 

Escono per il pubblico italiano (e sono ancora inediti per quello americano) gli undici racconti che compongono Di seconda mano, raccolta scritta da Chris Offutt, tradotta da Roberto Serrai e data alle stampe da minimum fax nel luglio del 2022.

Si tratta di bizzarre e struggenti vicende i cui protagonisti cercano in ogni modo di riguadagnare o di trattenere una (presunta) normalità, dalla quale li separa l’incapacità di assoggettarsi al campionario di comportamenti che di norma garantisce una vita sufficientemente placida.

Nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, una donna che vive con un uomo divorziato accetta di impegnare l’unica propria cosa di un certo valore per regalare una bicicletta alla figlia di lui, e così conquistarne la fiducia.

“Voglio guardarla per sempre. Le mani di una bambina che tremano di gioia sono lo spettacolo più bello che abbia mai visto. Quando le mie tremano, è sempre per paura. Sale sulla bici e pedala via. Chissà se per mia figlia avrei fatto lo stesso scambio” (p. 20).

Lo strampalato e irresistibile Dalle mie parti narra del matrimonio tra un anziano uomo, che è già stato sposato quattro volte, e una giovane donna. E della loro sgangherata luna di miele nel Kentucky, tra amplessi nel pick-up, giovani ritardati guardoni e colpi partiti per sbaglio da una pistola calibro 38: “Ho puntato la pistola e stavo per gridare una minaccia quando mia moglie ha affondato il dito proprio come non doveva, e io ho sparato alla cieca verso il finestrino. Nella cabina si è udito un fracasso terribile. Mindy ha smesso di fare quello che stava facendo” (p. 27).

Il sesso, che appare con una certa costanza e disinvoltura nelle pagine di Offutt, è esemplare della difficoltà dei suoi personaggi a governare la realtà. È sovente causa di incomprensioni, incidenti, mancate corrispondenze tra un desiderio e la sua realizzazione. Mostra, insomma, il carattere in fondo comico dell’umana inaderenza al mondo.

Le undici brevi narrazioni sono popolate da individui come sospinti ai margini della vita da una forza centrifuga: sembra loro preclusa la formula che conduca alla tranquillità, alla stabilità, a un minimo di benessere esistenziale.

Eppure non c’è alcuno struggimento, nei racconti di Chris Offutt. I cui protagonisti sono accomunati da una certa tenacia, dall’inclinazione ad affrontare in modo diretto e scabro ogni situazione, nonostante quasi mai essi siano equipaggiati per risolverla a proprio vantaggio, o quanto meno per non uscirne troppo segnati.

Non c’è nemmeno alcun ripiegamento malinconico, in Di seconda mano; e se pure una vicenda ha esito negativo, lo scorno che ne deriva non sembra mai preparatorio a una resa definitiva.

Come nel racconto Tutto apposto (dove il titolo non contiene un errore ortografico ma restituisce un’espressione orale), in cui la giovane barista Betsy va a vivere con la collega Georgia e il suo compagno Jack, si invaghisce del ragazzo, trascorre una notte torbida con loro e poi, disorientata, si allontana dall’appartamento, rifiutando di salire sull’automobile dei due che vorrebbero riportarla a casa: “L’auto la seguì lentamente per alcuni isolati, con Georgia che cercava di convincerla e la voce bassa di Jack che la chiamava e basta. Betsy si rifiutò di guardarli. Continuò a camminare. Sapeva che alla lunga si sarebbero stufati” (p. 153).

Disillusi, forse sfortunati forse ingenui, di certo con palesi difficoltà di orientamento nei confronti del mondo che li circonda, i protagonisti di Di seconda mano mantengono tuttavia una loro dignità e coerenza. Cercano una compiutezza, probabilmente consapevoli del fatto che è loro preclusa. Tra un tentativo e l’altro, vivono la propria marginalità rendendola massimamente confortevole e profittevole. Poi ritentano un varco, non lo trovano aperto, si riaccomodano ai bordi del mondo, nell’attesa di recuperare energie per tentare ancora…

Scatta perciò un curioso sentimento ambiguo, di identificazione e rifiuto, da parte del lettore nei confronti di questi personaggi, così abili nel ricordarci che, in fondo, essendo il centro del mondo ignoto a chiunque, ogni vita è marginale.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Campo di pietra

 
 
 
 

Nel giugno del 2022 Iperborea ha dato alle stampe, nella mirabile traduzione di Carmen Giorgetti Cima (e con una postfazione forse non necessaria, oltre che autoriferita, di Anna-Lena Laurén), Campo di pietra di Tove Jansson, scrittrice finlandese di lingua svedese scomparsa nel 2001.

L’opera è di agile lettura sia per la sua brevità (cento pagine di piccolo formato) che per l’esiguità della trama. Jonas, giornalista in pensione, approfitta di una vacanza con le figlie sulle isole Åland per mettere mano alla biografia del misterioso Y. Ovvero un magnate senza scrupoli verso il quale Jonas nutre un sentimento rancoroso e, assieme, un’ambigua attrazione.

La trama è un pretesto, necessario all’autrice per delineare la figura di un personaggio – Jonas – ossessionato dalla parola, che interpreta come accesso a un mondo incorruttibile, perfetto.

Il mondo vero, dunque, con le sue aleatorietà e approssimazioni, le sue mancate corrispondenze tra pianificazioni ed esiti, interessa a Jonas solo come fondale da cui ascendere all’iperuranio del linguaggio.Campo di pietra

Per questo, il sentimento del giornalista verso le due figlie (e, finché è stato sposato, verso la moglie), è duplice. Di indifferenza talvolta venata di fastidio; e di severità, quando egli percepisce da parte loro un utilizzo impreciso della parola.

Ma la solitudine di Jonas è universale, perché l’unico rapporto che coltiva è, appunto, quello con la lingua. Ed è una relazione non certo distesa né appagante, perché ciò che il giornalista ricerca è una purezza inattingibile: “Sono rinchiuso con queste parole a cui non riesco mai a dare la chiarezza che meritano.
E non ho nessuno con cui parlare” (p. 27).

E poi c’è Y, che gli impone un utilizzo mercantile del linguaggio, funzionale alla stesura della biografia di una figura spregevole. “Lui che ha sepolto le infinite possibilità della parola e impietrito tutto ciò che è vero e audace e onesto e delicato, che ha corrotto e impoverito la lingua, ha dato facile accesso a falsi sogni celatamente menzogneri e al vile bisogno di sensazionalismo che, nella sua avidità, non ha niente a che fare con il capire e il riflettere, l’uscire da sé e dimenticare del tutto i nostri piccoli affari personali della quotidianità” (pp. 30-1).

Ma cos’è mai quel “vero” di cui parla Jonas? La vita? Poco probabile, se gli è quasi estranea (e non a caso in più punti si accenna a una pericolosa inclinazione del giornalista all’alcol). La parola stessa? Altrettanto dubitabile, giacché si tratta – come abbiamo detto – di una tensione costante e non di un approdo.

Preso dunque tra due universi ugualmente ignoti, realtà e parola, Jonas ha la fortuna di avere due figlie e una moglie che, attratte (spaventate?) dalla sua statura intellettuale, ne compatiscono il lato narcisistico e ossessivo. Lo accettano amorevolmente, così com’è, con i suoi “Precisa!” ogni volta che una frase risuona alle sue orecchie mal formulata o ambigua.

Dice di lui la moglie: “Una volta ho chiesto direttamente a mio marito: Jonas, ho detto, ma perché te la devi prendere così tanto per tutto? In fondo è così semplice.
Che cosa? Ha detto. Cos’è che sarebbe semplice? Precisa!
Ma io non sapevo cosa rispondere”, p. 52.

Jonas a un certo punto sembra valutare il consiglio della moglie: “Devo semplificare” (p. 58). Ma non riuscirà nell’intento: la mania della parola come possibile varco per un universo perfetto, e perfettamente amministrabile, non sa abbandonarlo.

E allora viene da pensare che Y incarni la scrittura, pratica in cui la parola mostra la sua indole più demoniaca, elevando dalla quotidianità ma per tenere sospesi al di qua di ogni altrove possibile.

Così si esprime Jonas nei confronti di Y: “Ti avevo liquidato, sepolto, esorcizzato e crivellato di colpi, eppure ci sei ancora. Eri morto e sei morto una seconda volta quando ho smesso di scrivere di te. Eppure sei ancora qui” (p. 76).

E ancora (p. 98): “Ho passato troppo tempo in tua compagnia e ho lottato duramente per dare vita a noi due, e la cosa più spaventosa è che io ti ammiro, con tutto il mio odio. Perché non puoi concedermi una pur minima debolezza, un unico passo falso?”

 
 
(Claudio Bagnasco)
 
 

Questo ingorgo

 

a Sandro Campani

 

 
Interrompere la scrittura, lasciare che le librerie si svuotino, i recensori tacciano, gli albi d’oro dei premi letterari smettano di essere aggiornati.

Sbrogliare questo ingorgo.

Solo allora, forse, saremo nuovamente capaci di riconoscere la parola pura, quella che dice la verità e non la paura.

 

(Claudio Bagnasco)

 

 

llustrazione originale di Cristiano Baricelli.

 

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.