Autore: Claudio Bagnasco

Noi, il mondo

 
 
 
 
Noi, il mondo

Adesso basta con la scrittura.

Ci sono già troppi punti di vista sul mondo. Alziamo la testa dal foglio e guardiamolo, una buona volta, il mondo. Il suo punto di vista è uno, immutabile; e ugualmente, irrimediabilmente lontano dai nostri.

Quanto tempo abbiamo perso, amici scrittori. Quante energie spese nella folle pretesa di spiegare agli altri qualcosa che nemmeno noi conoscevamo.

Sapevamo di mentire? O ci illudevamo davvero di custodire noi (proprio noi, solo noi) la parola della chiarezza assoluta?

 

Ma le intuizioni, allora? Le pagine che funzionano, vibrano, brillano di una luce bianca così simile alla verità?

Diciamolo meglio: simile alla nostra idea di verità. Quelle pagine non ci avvicinano di più al mondo, ma a noi stessi.

 

Allora il peccato originale è stato quello di confondere noi stessi col mondo.

 

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L’uccello nero

 
 
 
 

Lunedì 20 settembre è uscito per Iperborea (nella traduzione di Maria Valeria D’Avino) L’uccello nero di Gunnar Gunnarsson, considerato il maggior esponente della letteratura islandese assieme a Halldór Laxness.

Il romanzo era già apparso in Italia per Mondadori nel 1936, tradotto da Giacomo Prampolini. Gunnarsson lo ha pubblicato in Danimarca, dove risiedeva, nel 1929: scritta in lingua danese, l’opera sarebbe poi stata tradotta in islandese dallo stesso autore una volta fatto ritorno in patria.

L’uccello nero viene eletto forse un po’ arbitrariamente a capostipite del noir scandinavo, e di certo ha contribuito alla sua notorietà la dichiarazione di Ernest Hemingway, che lo considerava una delle sue letture favorite.

Al di là di classificazioni e sponsor, a noi pare che il libro sia soprattutto una profonda ricognizione su libertà, giustizia, colpa ed espiazione; e l’elemento giallistico, tenue, è cornice e non centro della narrazione.L'uccello nero

Siamo nel diciannovesimo secolo. A Syvendeaa, una fattoria isolata di un villaggio islandese, vivono due coppie: l’energico Bjarni con la cagionevole Guðrun, il rozzo Jón con la bella Steinunn.

Dopo la misteriosa e macabra morte di Jón, si diffondono le voci di una relazione tra Bjarni e Steinunn. In breve tempo, Guðrun sarà trovata morta avvelenata, e i due sospettati di adulterio diventeranno i principali indiziati di entrambe le scomparse.

A narrare la storia, e a essere coinvolto come testimone nel processo a carico dei due presunti amanti-assassini, è il giovane cappellano Eiúlvur, lacerato tra i desideri di giustizia, pietà e verità. E cioè tra l’obbedienza alla legge, alla moralità e a Dio.

Basato su un fatto di cronaca, L’uccello nero ha nello scabro paesaggio islandese un ambiente privo di distrazioni, di ripari: tutti i personaggi sembrano quindi intrappolati nella fissità delle loro convinzioni e dei loro destini.

Inoltre i grandi spazi, assieme ai ritmi lenti e uguali della natura, in qualche modo incarnano agli occhi di Eiúlvur (cui sarà affidato il conforto spirituale dei due imputati) il significato di colpa e responsabilità, nucleo dei suoi struggimenti.

“A vedere le mucche che avanzavano nel gelo e nella neve mi si strinse il cuore, e quelle pecore che si trascinavano avanti avevano qualcosa di precario e malinconico, come se insieme a loro si allontanassero per sempre, da Bjarni e da Syvendeaa, gli ultimi resti di quello che era stato una casa e una speranza.
E io, che le guardavo passare, non avevo forse una parte decisiva in quanto stava accadendo? E quel che era peggio: potevo assolvermi dal senso di colpa per gli eventi oscuri e misteriosi per cui ora le bestie di Bjarni mi passavano davanti in una direzione, mentre lui, privo della sua libertà, veniva portato via nell’altra?” (p. 102). (altro…)

Fare le cose bene

 
 
 
 

Il miracolo di quando una pagina riesce. Le rare volte che – propria o altrui – la si legge e si avverte che lì sta il mondo, lì c’è la luce, lì abita la verità.

Se si fa la prova – sostituendo una parola con un suo sinonimo, aggiungendo o eliminando anche soltanto un segno d’interpunzione – il miracolo evapora, si sente il peso della scrittura, la distanza dalla vita.

Allora il mondo esiste, ed esiste la luce, ed esiste persino la verità.

E la verità è il ritmo dell’universo, che naturalmente è uno solo, e il miracolo avviene quando vi si accorda.

Si deve avere il coraggio di dire che esistono le cose fatte male e le cose fatte bene.

Di più: quasi tutte le cose sono fatte male, non si accordano al ritmo dell’universo.

Ma fare le cose bene – che vertigine! – è possibile.

 
 

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Offrirsi all’ignoto

 
 
 

a Fabio Stassi

 

 

“Lo scrittore è il primo dei propri lettori. Possiamo immaginarcelo come uno che, avendo cercato in casa, in biblioteca, in libreria, il libro che vorrebbe leggere e che gli manca, e accorgendosi che non lo troverà mai, se lo scrive (scrivere presuppone uno stato d’ignoranza: è difficile che il libro che si desidera leggere sia introvabile, e non sia mai stato scritto)”, p. 47.

Allora si danno solo tre possibili rapporti consapevoli con la lettura: non aver letto alcun libro, averne letto uno solo, averli letti tutti.

La prima e l’ultima eventualità generano rapporti puri, perfetti, perché coincidenti con l’assoluta estraneità o l’assoluta identità.cesare garboli

Nel primo caso non c’è ignoranza per assenza di desiderio, nel secondo per soddisfazione del desiderio.

Leggere un solo libro – leggerlo un’unica volta o rileggerlo all’infinito – significa invece rivolgere il desiderio non al mondo ma a un punto, e lì lasciarlo consumarsi. Il desiderio si slega dalla brama di conoscenza, di affermazione, di guadagno. Si offre il proprio desiderio all’ignoto.

Ci si offre all’ignoto.
 
 
 
E non è forse questo l’unico modo di manifestare la gratuità? E non è forse questo l’unico modo in cui si possa davvero entrare in relazione?

Ecco cosa avrebbe voluto dire Cesare Garboli ad Antonio Delfini: scusa se non sono stato capace di avere solo te come amico. Scusa se non sono stato capace di leggere un solo libro in tutta la vita.
 
 
 
(Suggestioni e citazione tratte da Cesare Garboli, Un uomo pieno di gioia, prefazione di Emanuele Trevi, minimum fax, Roma 2021)

 
 
 

La casa capovolta

 
 
 
 

Libro d’esordio di Elisabetta Pierini pubblicato da Hacca nel maggio del 2021, La casa capovolta ha vinto l’edizione 2016 del Premio Calvino, il maggiore riconoscimento italiano riservato ai testi inediti, con il titolo provvisorio L’interruttore dei sogni.

Il romanzo narra la vicenda familiare e intima di Eva Bentivogli, una bambina di quasi dieci anni che abita in un quartiere piuttosto anonimo e uniforme con i genitori Alma e Aldo. Leggendo La casa capovolta conosceremo diversi abitanti del sobborgo, in particolar modo l’amica di Eva, Laura Felici, e i genitori Marta e Guido.

La famiglia di Eva è segnata da una reciproca sordità: la madre Alma, che soffre di problemi psichici, non si cura della figlia ed è preda di frequenti crisi nervose; il padre Aldo vive come rifugiato nel suo negozio di antiquariato.

Non meglio paiono andare le vite degli altri abitanti del quartiere, tra invidie e bassezze, bugie e tradimenti, sentimenti non espressi e desideri di rivincita.

La casa capovoltaEcco, forse, l’unico tangibile limite dell’opera: quello di mostrare l’adultità in modo troppo monocorde come l’età della frustrazione e del fallimento esistenziale, dal punto di vista sia personale che famigliare che sociale. Mentre, al contrario, ci pare che ben ampia sia la gamma di reazioni (e di esiti) possibili di fronte alla fatica di esistere.

Eva, impossibilitata a vivere il ruolo di bambina – e di figlia – con le attenzioni e gli stimoli necessari, fa ricorso con un eccesso di fiducia alla fantasia, dando vita e parola alle sue bambole e persino a Loris, il fratellino mai nato.

Questo travaso di sé, per motivi difensivi, nella dimensione del sogno, eroderà poco alla volta il diaframma che lo separa dalla realtà. E così la fantasia non sarà più modulabile a proprio piacimento da Eva, ma irromperà in modo inopinato e con un dosaggio di volta in volta imprevedibile. Per citare nuovamente il titolo primitivo del romanzo, si guasterà L’interruttore dei sogni.

L’espediente funziona intanto da un punto di vista letterario, perché tiene al sicuro da ogni rischio di leziosismo: l’immaginazione non è qui vista come un nascondiglio sempre sicuro e confortevole per rifuggire la realtà, ma semmai della realtà ricalca la natura incoercibile e raramente fraterna.

E poi si tratta di un’operazione oltremodo onesta: l’infanzia, finalmente, non è restituita come l’età della gioia costante e dell’inesauribile energia.

Ecco dunque che Eva si muove in questa zona di confine, in questa condizione di doppia separatezza, dal mondo e dalla sua alternativa fantastica, alla quale si affida ma di cui non ha governo: “Si rendeva conto delle situazioni sempre tardi come se dormisse o fosse in tutte le cose concrete rallentata e senza cervello. Solo se c’era da seguire un ragionamento astratto si faceva attenta, si svegliava e smetteva di faticare: la terra delle idee stava al confine con il suo mondo dei sogni, in un posto da lì facilmente raggiungibile”, p. 16.

Ma anche i personaggi adulti hanno un rapporto in qualche modo guasto con la dimensione dell’immaginazione. Cui si abbandonano, loro, in modo infantile, come se la realtà fosse un castigo sul quale non c’è alcuna possibilità di intervento, e l’altrove fosse il regno fatato della realizzazione di sé.

Ecco il punto: le donne e gli uomini che popolano il romanzo, ciascuno a proprio modo, non hanno raggiunto un’autonomia psicologica tale da poter percepire il mondo come spazio della relazione e del rischio. Il mondo va conquistato: “Gli pareva, a guardare verso la strada, di non dover fare altro che allungare le mani per afferrare quello che voleva e si faceva prendere da una strana euforia. Trovava lui stesso curiosa questa sensazione oltre che ingiustificata, eppure era presente come un mal di testa, come un batticuore”, p. 63.

Per questo motivo uno dei principali personaggi maschili dell’opera, esasperato del proprio rapporto di coppia, si innamorerà puerilmente di una collega, salvo poi scoprire – dopo aver tramutato la bramosia di affermazione di sé in realtà – una condizione non meno avvilente di quella vissuta sino ad allora.

Ma nessuno, ne La casa capovolta, pare capace di assumere decisioni coraggiose, frontali, definitive. Tutti finiscono per accettare una realtà priva di slanci e imprevisti, con la sola parzialissima consolazione di illudersi che così si consumi l’esistenza di chiunque: “La sua vita gli sembrava insignificante, piena di abitudini, di ripetizioni, chiuso in quella villetta uguale a tutte le altre, con due donne, anche loro uguali a milioni di altre. Eppure gli dispiaceva buttarla. Una formica in un formicaio. Tutto quell’ordine che aveva sempre preteso da sé e dagli altri disegnava il perimetro della sua galera”, p. 320.