Autore: Claudio Bagnasco

Vita in vendita

 
 
 
 

Recentemente, riferendoci a Simone Weil, abbiamo scritto della sua straordinaria concentrazione, che l’ha resa capace di dedicare ogni energia a un progressivo allontanamento dal transeunte verso Dio: senza distrazioni né tentennamenti.

Ma simile dono è riservato a pochissimi. Probabilmente è per questo motivo che altri autori – pur capaci di instaurare un dialogo frontale con l’invisibile – non sempre hanno saputo rinunciare alle distrazioni del mondo. Alternando così opere di ineccepibile rigore ad altre concepite esclusivamente per un largo consumo (e dunque per un generoso riscontro economico).

Questa premessa per dire che Yukio Mishima tra il maggio e l’ottobre del 1968 ha pubblicato a puntate – sul settimanale giapponese Playboy Weekly – Vita in vendita, romanzo che dopo una tiepida accoglienza è diventato un bestseller postumo. E che ora è disponibile per il pubblico italiano (Feltrinelli, marzo 2022, traduzione e postfazione di Giorgio Amitrano).

Il volume narra la vicenda del ventisettenne Hanio Yamada, brillante copywriter che tenta il suicidio “così, come gli sarebbe potuto venire in mente di fare un picnic” (p. 10), ma fallisce. Tuttavia il gesto – compiuto dunque senza premeditazione, quasi svagatamente – scatena in lui un irrefrenabile desiderio di sganciare la propria esistenza da ogni eventuale significato o finalità. “Davanti a Hanio che non era riuscito a uccidersi si apriva un mondo inaspettatamente vuoto, stupendo e libero” (p. 14).

Al punto che il giovane, dopo aver rassegnato le dimissioni, pubblica un annuncio tra le offerte di lavoro di un “quotidiano di scarso prestigio” (ibid.); annuncio nel quale Hanio mette in vendita la propria vita.

La bizzarra offerta provocherà una serie di vicende comiche e surreali, ma pure grottesche e malinconiche, per la cui composizione Mishima ricorre ad alcuni luoghi comuni di generi letterari popolari, dall’hard boiled alla spy story, dall’horror all’erotico. Ed ecco susseguirsi una serie di personaggi incapaci – per scarsa attitudine pratica o eccesso di emotività – a porre fine alla vita di Hanio Yamada.

Il quale a poco a poco si troverà al centro di un intrigo del tutto inatteso (e in realtà coincidente con un grosso fraintendimento). Ma non solo: più la sua esistenza sembra destinata a resistere a ogni altrui tentativo di troncarla anzitempo, più il protagonista inizierà a mutare atteggiamento. Nata come declinazione del narcisismo o magari dettata da un eccesso di noia, la pulsione di morte di Hanio perderà poco per volta purezza; e davanti alla possibilità concreta non solo di essere ucciso, ma pure di esserlo in un modo del tutto slegato dal suo annuncio (e semmai dipendente dal fraintendimento di cui dicevamo), il protagonista inizierà ad avere paura.

Paura della morte, forse; o più probabilmente, paura di aver speso l’intera vita nel più completo anonimato. Senza essere riuscito nemmeno a rendere pubblico, memorabile, unico il proprio gesto estremo.

Perciò una volta uscito dal commissariato, dopo aver raccontato la sua storia a un ispettore che non riesce a credergli, Hanio Yamada si sente doppiamente escluso: dalla vita e dalla morte. “Non avendo la forza di scendere i due o tre gradini di pietra davanti all’ingresso della stazione di polizia, Hanio alla fine si sedette lì. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una sigaretta un po’ incurvata e l’accese. Sentiva un nodo alla gola: aveva voglia di piangere. Sollevò lo sguardo verso il cielo stellato e quel baluginio di luci sfumò fondendosi in un’unica stella” (p. 235).

Si sarebbe tentati di definire Vita in vendita un curioso e appassionante romanzo di intrattenimento. Se non fosse che a dargli vigore, a farlo vibrare di una vivida inquietudine anche nelle sue pagine più feriali, è la personalità dirompente di Yukio Mishima, anch’egli fatalmente attratto dalle lusinghe della morte, come testimoniano non solo alcune delle sue opere maggiori, ma soprattutto l’epilogo – tragico e grandioso – della sua esistenza.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 

La condizione operaia

 
 
 
 

Il percorso esistenziale e filosofico di Simone Weil appare esemplare per coerenza e determinazione; o meglio appare, con una parola cara alla stessa Weil, illuminato da una straordinaria attenzione. La sua vita è stata un inesausto avvicinamento a Dio, e nel contempo una strenua ricerca, che ha delineato in modo sempre più nitido non solo il punto ultimo cui tendere, ma pure lo svolgersi del percorso medesimo.

Sono esplicative, in questo senso, le pagine di Simone Weil dedicate al lavoro. Abbiamo parlato altrove de La prima radice, saggio scritto nel 1943, dove la filosofa e mistica giunge a dire che l’accettazione del lavoro, dopo quella della morte, è la più alta manifestazione dell’obbedienza a Dio.

La condizione operaia (tradotto da Franco Fortini, uscito nel 1952 per le Edizioni di Comunità, nel 1990 per Mondadori e nel 1994 per SE con note e postfazione di Giancarlo Gaeta) contiene una serie di brevi saggi, lettere e appunti scritti tra il 1934 e il 1942.

Condizione_Operaia_WeilAl biennio 1934-1935 va ricondotto il Diario di fabbrica: cento fitte pagine in cui, con scrittura spesso freddamente analitica, viene fatto il resoconto delle giornate lavorative della stessa Weil. La quale aveva chiesto di essere assunta nella società elettrica parigina Alsthom, per poter conoscere attraverso l’esperienza diretta le condizioni degli operai.

Nelle lettere di quegli anni traspaiono già i profondi cambiamenti che l’impiego in fabbrica avrebbe prodotto in Simone Weil. Come leggiamo in una missiva del gennaio 1935 indirizzata ad Albertine Thévenon: “Questa esperienza, che per molti aspetti corrisponde a quel che mi attendevo, ne è separata tuttavia da un abisso; è la realtà, non più l’immaginazione. Ha mutato in me non questa o quella delle mie idee (molte sono state anzi confermate); ma infinitamente di più, tutta la mia prospettiva delle cose, il senso stesso che ho della vita. Conoscerò ancora la gioia, ma una certa leggerezza di cuore mi rimarrà, credo, impossibile per sempre” (p. 121).

È tuttavia negli scritti cronologicamente più prossimi a La prima radice che la propria esperienza in fabbrica, e in generale la condizione operaia, perdono del tutto il loro carattere di denuncia sociale, come scollandosi dalla superficie del mondo per elevarsi a una dimensione ulteriore.

In Prima condizione di un lavoro non servile, articolo del 1942 (pubblicato postumo nel 1947) che chiude la raccolta, Simone Weil scrive: “Una sola cosa rende sopportabile la monotonia: una luce d’eternità. La bellezza” (p. 285).

E ancora: “Poiché il popolo è costretto a portare tutto il suo desiderio su quel che già possiede, la bellezza è fatta per lui ed esso è fatto per la bellezza. La poesia è un lusso per altre condizioni sociali; il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di alcun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.

Una poesia simile può avere solo una sorgente. Questa sorgente è Dio” (ibid.)

E ciò che mette in relazione gli esseri umani con Dio è l’attenzione. “Non a caso si chiama attenzione religiosa il grado più elevato dell’attenzione. La pienezza dell’attenzione non è altro che la preghiera” (p. 287).

Dopo di che, il ragionamento procede – si innalza – per folgoranti intuizioni. La prima muove dalla “illusione di ineguaglianza sociale” (p. 291), che può essere superata perché il “punto di incontro unitario del lavoro intellettuale e del lavoro manuale è la contemplazione,” ovvero “un’altra attenzione situata al di sopra di ogni obbligo sociale e che costituisce un legame diretto con Dio” (p. 291).

L’unico modo, poi, per non considerare degradante il lavoro di fabbrica consiste nel proiettare la fatica e la ripetitività dei gesti su un piano soprannaturale. Ma la “bassa specie di attenzione richiesta dal lavoro taylorizzato non è compatibile con nessun’altra, perché vuota l’anima di tutto quello che non sia la preoccupazione della velocità. Quel genere di lavoro non può essere trasfigurato; è necessario sopprimerlo” (p. 293).

La parabola de La condizione operaia trova il suo compimento nella frase con cui si conclude il volume, che lambisce le posizioni espresse ne La prima radice: “Se la vocazione dell’uomo è quella di raggiungere la gioia pura attraverso la sofferenza, essi [gli operai, N.d.R.] si trovano in una situazione più favorevole di chiunque altro per adempierla nella forma più vera” (p. 294).

 
 
 

Viaggio nella terra dei morti

 
 
 
 

Con Viaggio nella terra dei morti l’autrice Kashimada Maki ha vinto nel 2012 il premio Akutagawa, uno fra i più prestigiosi concorsi letterari giapponesi, dedicato ai racconti brevi. Pubblicato in Italia da Edizioni E/O dieci anni più tardi, il libro è composto da due storie: la prima, che presta il titolo all’intero volume, e la seconda, intitolata Novantanove Baci.

Sorprendentemente, i personaggi di Viaggio nella terra dei morti non si muovono nelle brume di un cimitero, ma fra i vapori profumati di una stazione termale. Una donna, Natsuko, torna a passare un fine settimana in un hotel di lusso in cui aveva soggiornato da bambina, immersa in un benessere economico che nella sua vita adulta le è negato. Il fatto che ci torni spingendo la carrozzina del marito invalido è in fin dei conti solo un dettaglio a margine, perché quello che affligge Natsuko è una malinconia acuta, prima di tutto per la persona che non è mai diventata. Nel costante paragone con il passato, trova le stanze meno sontuose, il cibo meno saporito, i pavimenti troppo scricchiolanti.

“La navetta traballava. Marito e moglie traballavano.” (p. 31)viaggio nella terra dei morti

Natsuko adulta e Natsuko bambina si studiano a vicenda, attraversate dalla leggera vertigine che dà guardare una fotografia sfocata. L’autrice le sovrappone per creare un senso di dépaysement profondo, come vagassero in un paese di cui non capiscono né la lingua né i codici culturali. Questo viaggio (reale e simbolico) prende, alla fine, una piega imprevista. Dissezionando i propri ricordi, Natsuko capisce che, se non ha avuto la vita che sembrava essere stata tracciata per lei, è perché non lo ha voluto. La malattia del marito è stata la rottura che le ha permesso di tirare il freno di emergenza ed uscire dalla porta sul retro.

“A ben pensarci si trattava di un avvenimento singolare, quasi di un miracolo. La spinosa edera di arroganza e sperpero che per tre generazioni si era rampicata sulla sua famiglia aveva cominciato ad avviluppare Natsuko con l’intento di sottrarle l’anima. Erano state le convulsioni di un uomo come tanti a sradicarla”. (p.67)

La traduzione di Anna Specchio conserva molte parole trascritte dell’originale giapponese, perciò i lettori più coscienziosi inizieranno saltellando avanti e indietro dal glossario in coda al testo. Addentrandosi nella storia, però, si fa sempre più fatica ad abbandonare i personaggi, e si finisce per fare ciò che si fa quando si legge in una lingua straniera: cercare di attribuire alle parole che non si conoscono un significato plausibile a partire dal contesto. E non è forse questo il senso ultimo della lettura? Cercare di spremere dalle lettere stampate un senso segreto, profondo. Non necessariamente questo coincide con ciò che l’autore intendeva comunicare, ma certamente risponde alla necessità umana di credere che ci sia sempre di più di quanto si vede ad occhio nudo. Dietro un fulmine, la collera divina. Dietro una parola, un intero universo.
 
 
(Lara Zambonelli)

 
 

L’ultimo segreto

 
 
 
 

Nel marzo del 2022 è uscito per Mondadori (traduzione di Silvia Pareschi) L’ultimo segreto, romanzo postumo di John le Carré.

Ovvero di un celebratissimo scrittore di libri di spionaggio, noto sia per la sua carriera di autore (dove la parola carriera vuole fare riferimento non solo alla cospicua produzione letteraria di Le Carré ma anche alle altrettanto cospicue vendite dei suoi volumi), sia per essere stato un agente del Secret Intelligence Service.

Da ciò derivano almeno due considerazioni. La prima è quanto sia impresa ostica presentare la trama de L’ultimo segreto, dove – come in ogni buon romanzo spionistico – qualunque accenno meno che superficiale alla vicenda sarebbe già un indizio al lettore sullo scioglimento o sul destino dei personaggi. Per cui, in questo senso, ci limiteremo a dire che l’ultimo libro di John le Carré ci mostra due agenti, Stewart Proctor ed Edward Avon, il primo incaricato di indagare sul comportamento del secondo durante la guerra in Bosnia, tra il 1992 e il 1995.

L’investigazione si intreccia con la vita di Avon, emigrato polacco, ma pure con quelle di Deborah, la sua moglie malata, della loro figlia Lily e di Julian, affermato broker che decide di abbandonare il successo per aprire una libreria in provincia.

Tutti i capisaldi del genere – intrighi, tradimenti, manipolazioni e amori tanto appassionati quanto pericolosi – sono dosati con estrema (perché mai esibita) sapienza, e messi al servizio di una storia robusta, congegnata con tempi e ritmi perfetti.

Le figure di Proctor e Avon, anziani e disincantati agenti, giganteggiano grazie al loro sguardo acuto, malinconico e ironico sul mondo.

Pur consci che bisognerebbe sempre resistere alla tentazione di sovrapporre la biografia di un autore alle sue creazioni letterarie, ci riesce difficile non pensare che Le Carré abbia parlato di sé attraverso L’ultimo segreto, scritto sulla soglia dei novant’anni. Le Carré che talvolta pare affacciarsi sulla pagina sotto le sembianze del narratore, intervenendo ad esempio dopo una frase pronunciata da Deborah:

“«[…] Il mercato immobiliare vola, si legge sui giornali.»
È questo che facciamo quando stiamo per morire? Leggiamo i prezzi di case dove non abiteremo mai?” (p. 107).

Altrove la voce del romanziere pare coincidere con quella dei personaggi, per esempio con quella di Proctor: “La volontà dell’America di controllare il Medio Oriente a tutti i costi, la sua abitudine di scatenare una nuova guerra ogni volta che deve affrontare le conseguenze dell’ultima che ha scatenato. La NATO come residuo della Guerra Fredda che arreca più danni che benefici. E la povera, impotente Gran Bretagna senza un leader che le va dietro perché sogna ancora la grandezza e non sa cos’altro sognare” (p. 162).

Poi c’è la seconda considerazione, che riguarda proprio la figura di John le Carré, ex agente segreto e tra i più famosi, letti e ammirati scrittori della seconda metà del Novecento. O, più che una considerazione, una domanda: quella che l’affascinante Le Carré propone al suo pubblico è letteratura di consumo o letteratura tout court?

Domanda riformulabile così: raggiungere una vasta quantità di lettori, con opere indiscutibilmente godibili per affabilità dell’intreccio e tridimensionalità dei personaggi, esclude in modo automatico dalla Letteratura?

E se, agli eccellenti romanzi di spionaggio di John le Carré, mancasse solo lo psicologismo, ovvero l’insieme dei luoghi del testo in cui l’autore si preoccupa, anziché di far progredire la narrazione, di ricordare ai lettori quanti debiti culturali, e quanti incidenti esistenziali, abbiano concorso alla composizione dell’opera?

Forse la letteratura non dovrebbe mai essere ostensione di competenze né di mancanze, ma invito al lettore a intraprendere un comune viaggio, entusiasmante e terribile, verso l’ignoto.
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 

Violenti con intenti filosofici

 
 
 
 

“Le nostre colazioni
sono le stesse da vent’anni
da trent’anni
sono trent’anni che spalmiamo
le stesse cose sullo stesso pane
e beviamo lo stesso tè
non ti pare
che solo per questo
dovremmo suicidarci”
 
Ma il desiderio di eternarsi non è meno malinconico, non è meno misero della ripetizione imperitura dei medesimi gesti.
“Per tutta la vita ci sforziamo
di scrivere due tre pagine immortali
non vogliamo di più
ma questo allo stesso tempo è anche il massimo”

L’avvilimento di essere riconosciuto come persona.
“disprezza la mia essenza più intima
eppure pretende
che io mangi i suoi bignè viennesi fragranti”
 
E così mi ritrovo sospeso tra una vita che sdegnosamente rifiuto e un altrove che mi è precluso.
E così mi ritrovo a essere “un violento con intenti filosofici”.
 
 
 
(Suggestioni e citazioni tratte da Thomas Bernhard, Ritter, Dene, Voss, traduzione di Luigi Reitani, Quodlibet, Macerata 2022)