Autore: Claudio Bagnasco

Giardini cannibali

 
 
 
 

Ammodino Edizioni, marchio di Tempesta Editore, inaugura le sue pubblicazioni con Giardini cannibali, raccolta di racconti di Pietro Verzina uscita nel dicembre del 2022.

Sono cinque narrazioni in cui possibile e impossibile coabitano, generando un mondo nel quale decade il concetto di assurdo, né dunque può avere spazio lo stupore.

Nel primo racconto, Gli occhi degli altri, un uomo cerca di risolvere un accadimento: i fiori del suo giardino sono appunto dotati di occhi.

Ne L’inquilino, una famiglia cambia casa e si ritrova a dover convivere con una creatura mostruosa ed enorme. Che crea una serie di tragicomici problemi, compresa una bizzarra gelosia del padre nei confronti della propria moglie.

Carloncio delle serre è un uomo forzuto che lavora in condizioni di schiavitù, e che attirerà le attenzioni di un gruppo di ragazzi. Il loro interesse (affettuoso ma anche sadico) per Carloncio, individuo capace di sopportare qualunque deprivazione fisica e tortura, porterà a un finale tragico.

L’oceano è, oltre al titolo del quarto racconto, ciò che né più né meno il protagonista si ritrova nel proprio giardino. “Era un oceano magnifico, con tutto ciò che un oceano deve avere. Eppure molte persone si mostravano perplesse quando dicevo di avere un oceano in giardino. Ancora oggi non riesco a credere che esista gente dalla mentalità tanto rigida e limitata da non poter considerare un’affermazione del genere diversamente da un’iperbole o un modo di dire, quando non, addirittura, una facezia di dubbio gusto” (pp. 63-4).

E, come ogni oceano letterario che si rispetti, anche questo ha le sue imbarcazioni, i suoi capitani e le sue avventure, una delle quali coinvolgerà il protagonista medesimo.

Infine, in Racconto senza nome, Pierpaolo fa un mestiere davvero insolito: con un solo colpo di scalpello dato nel punto preciso di un edificio, è in grado di portare benefici ben più vasti di quelli circoscrivibili all’ambito edilizio. Ma anche, si scoprirà nella seconda parte della vicenda, sconvolgimenti di portata cosmica.

Giardini cannibali è un benefico esercizio di libertà di scrittura e di immaginazione. L’inverosimile, infatti, non è mai trattato con particolari riguardi. Non intervengono ironie o sarcasmi, eufemizzazioni o relativizzazioni, né si individuano piani metaforici o simbolici di cui lo stesso inverosimile si farebbe portavoce. Esso e lì, fa parte del mondo narrato da Verzina esattamente come tutto ciò che si è soliti riconoscere per vero.

La pacifica coabitazione di reale e irreale in Giardini cannibali, tuttavia, provoca una curiosa reazione di disagio nel lettore. I confini tra lecito e illecito, tra – nuovamente – possibile e impossibile, ci permettono ogni giorno di godere di un senso minimo di tranquillità esistenziale. Se essi vengono annullati, e ci viene presentata una realtà alternativa (e perfettamente funzionante), si ha come l’impressione che le nostre difese dall’altrove, dall’inconoscibile, non siano poi così invalicabili. Anche perché Verzina osa l’inosabile, collocando quell’altrove nell’ambiente considerato più intimo per chiunque: quello domestico.

Trattenendoci dalla tentazione di una lettura dell’opera come provocazione nei confronti dei meno avvezzi all’umana solidarietà e accoglienza, di certo possiamo affermare che Giardini cannibali – per vie personalissime e apprezzabili – svolge uno dei compiti peculiari della letteratura: quello di erodere le certezze e mostrare la cedevolezza di ogni presunta verità.

È quanto ricorda, nelle parole che chiudono il racconto, il possessore de L’oceano: “E non è forse un’illusione, o è forse una dannazione, la piena padronanza di se stessi, la piena conoscenza di se stessi?” (p. 100).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Un giorno come un altro

 
 
 
 

Nel novembre del 2022 Adelphi ha pubblicato, tradotto da Simona Vinci, Un giorno come un altro di Shirley Jackson.

Si tratta dei ventidue racconti, originariamente apparsi in rivista tra il 1934 e il 1968, che compongono Uncollected stories. Ovvero la seconda parte di Just an Ordinary Day, uscito negli Stati Uniti nel 1995.

La distanza cronologica tra la pubblicazione in rivista e quella in volume, e tra l’edizione americana e quella italiana, potrebbero addebitarsi al fatto che la celebrata autrice de L’incubo di Hill House abbia qui fornito prove narrative di atmosfera assai diversa dal suo solito, e difficilmente riconducibili a un genere.

O al fatto che, aggiungiamo, le ventidue narrazioni sono disturbanti in un modo originale e scomodo. Poiché presentano tutte una situazione inizialmente ordinaria, a movimentare la quale interviene un umano comportamento forse non dei più terribili ma di certo nocivo, e di cui solitamente ci si vergogna: la perfidia.

È la perfidia stessa a presentarsi come comportamento scomodo. Perché allo stesso tempo è usuale, semplice da adottare e garantisce un successo pressoché sicuro, ora in termini di guadagno concreto ora di semplice appagamento individuale. Ma, assieme, rischia di far apparire come poco fruttuose le relazioni basate sull’empatia e la misericordia.

Lo sanno bene i personaggi di Un giorno come un altro, che con sottile intelligenza e misurata crudeltà riescono a far pendere il mondo verso la propria volontà.

Lo sanno bene, ad esempio, i due protagonisti di Offre la casa, il racconto che apre la raccolta. Ossia un cieco e la sua accompagnatrice, abilissimi a raggirare Artie Watson, venditore di liquori.

E lo sa bene Ellen, che tiene sotto ricatto la cara amica Marjorie dopo averla vista scambiarsi effusioni con John, il suo amante.
“«Ellen», disse Marjorie con tutta l’aria di essere sincera «sei splendida, stasera».
No, no, oh, no, pensò Ellen, non crederà di cavarsela così e, senza pensarci troppo, si rivolse ad Arthur: «Marjorie si è offerta di tenere i ragazzi questo fine settimana, così noi possiamo andare a sciare. Potremmo tornare al lago, in quel posto incantevole».
«Ma io…» cominciò Marjorie, ed Ellen la interruppe senza difficoltà: «Oggi in banca ho incrociato John Forrest» disse ad Arthur. «Ecco perché ho pensato allo sci – me ne ha parlato lui. E così, quando Marjorie si è offerta di tenere i ragazzi…». Rivolse all’amica un saluto affettuoso” (p. 121).

E se due differenti crudeltà si affrontano, la spunterà chi saprà dimostrarsi capace di restare più a lungo ben saldo nella propria posizione. Come Mrs. Melville, che infine otterrà l’agognata camicetta taglia 46 dopo aver subìto parole di scherno da parte di alcune commesse di un grande magazzino: “L’indecisione non era uno dei difetti di Mrs. Melville. Per un istante rimase ferma in mezzo al reparto calzature, poi, stringendo forte il sacchetto, sporse il petto in fuori e, piena di benevolenza verso il mondo, si incamminò con convinzione verso il cartello che la guidava, su per la scala mobile, dopo i tailleur minuscoli, il reparto casa, il ristorante – Mrs. Melville sapeva che stavolta ce l’avrebbe fatta – all’ufficio reclami” (p. 90).

Ecco il punto: la perfidia, per funzionare, deve agire in modo sotterraneo, né mai deve palesarsi come sintomo di una meno che piena “benevolenza verso il mondo”. I personaggi dei racconti di Shirley Jackson, anzi, mantengono sempre un comportamento socialmente inappuntabile, ai limiti del lezioso.

Il mondo ha una sua logica che non può essere scardinata. Ma c’è un altro àmbito d’azione, quello invisibile, nel quale – qui sì – almeno una porzione di realtà la si può manomettere.

Suscitando l’imprevedibile, se non addirittura l’impossibile. Magari nelle vesti di un’indimenticabile avventura, come accade in Viaggio con signora, in cui il piccolo Joe – che prende un treno da solo per raggiungere il nonno – accetta di fingersi figlio di una ladra ricercata dalla polizia, con grande divertimento di entrambi. O sotto forma di sequenza di accadimenti straordinari che, proprio in virtù della loro eccezionalità, saranno ricondotti al presunto potere de La moneta dei desideri.

I gustosissimi racconti di Un giorno come un altro, in fondo, adottano una prospettiva dolente. Perché sono messi in scacco dalla loro stessa forza propulsiva: l’umana perfidia è in grado di incidere solo ai margini del mondo, ma la perfidia del mondo (con la sua causalità e la sua univocità) vanifica ogni umana perfidia, relegandola appunto ai propri margini.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Come scrivere un racconto

 
 
 
 

Gordon Lish, figura leggendaria della letteratura americana contemporanea, è soprattutto noto come editor. Più precisamente, è diventato famoso per aver operato profonde revisioni alla narrativa di Raymond Carver. Al punto da far affermare a Stephen King (lo leggiamo nella quarta di copertina del volume di cui parleremo) che “il cosiddetto minimalismo per cui Carver si è preso i meriti era in realtà un’invenzione di Lish”.

Altrettanto benevola (quasi in punta di ossequiosità) è l’introduzione di Francesco Guglieri, che di Lish rammenta – anche attraverso le parole di altri celebrati autori statunitensi – la perizia e il potere come professionista dell’editoria.

Introduzione che apre Come scrivere un racconto. Un libro di narrativa, uscito nell’ottobre del 2022 per Racconti Edizioni (traduzione di Roberto Serrai, illustrazione di copertina di Marta Signori). Il volume raccoglie trentadue racconti di Lish, la maggior parte dei quali non supera le quattro pagine.

Poco nuoce all’intelligenza del testo il fatto che manchi, per ciascun racconto, ogni riferimento (specie cronologico) alla prima pubblicazione. Perché la sensazione è che la narrativa di Gordon Lish sia priva di uno sviluppo, graviti tutta attorno a un medesimo centro.

Giusto per prendere subito una posizione scomoda, potremmo dire che si tratta di una prevedibilissima raccolta di buoni racconti scritti da un eccellente editor.

O, per riformulare con più generosità la nostra affermazione, si tratta di trentadue racconti divertiti, talvolta divertenti, in cui Lish mostra una grande conoscenza dei meccanismi narrativi, sia nella costruzione di una trama che – soprattutto – nel depistaggio dei lettori.

Ma, a lettura ultimata, si ha la sensazione di una scrittura algida, tutta intellettuale, priva del vero elemento che fa spiccare il capolavoro dallo sfondo delle pur meritorie altre opere: la tensione verso l’altrove.

Ovvero, anche qui occorre spiegarci meglio, è proprio l’irresolutezza, intesa come slancio verso l’inconoscibile, a dare mobilità e fuoco a una narrazione.

Dicevamo del centro attorno a cui gravita l’intera narrativa di Gordon Lish. Che sembra proprio essere la volontà di esibire maestria narrativa, abilità di saltabeccare tra le svariate possibilità di inventare e gestire una storia, avvicinandola e allontanandola dal desiderio di comprensione del lettore.

“Credi che non mi renda conto della reputazione che mi faccio raccontando barzellette e cercando di convincere tutti che sono racconti?” (p. 279).

Forse questo atteggiamento nasce dalla consapevolezza di Lish, declinata con risultati eccelsi nel mestiere di editor, di saper rendere ogni unicum narrativo un meccanismo perfettamente funzionante.

Da lì deriva forse l’ulteriore consapevolezza, un po’ blasé, di saper prevedere tutto ciò che – in un determinato contesto – possa essere scritto o pronunciato: “È per questo che non provo un grande interesse per la gente, e nemmeno per me stesso. Sappiamo tutti esattamente cosa dire, e lo diciamo: l’uomo seduto davanti a me, che recitava un melodramma col suo bicchiere; io che parlavo con lui allora e con voi adesso; voi, che leggete e valutate queste pagine.
Non c’è scampo” (p. 38).

Ci permettiamo di contrariare Gordon Lish (o, perché lo stesso Lish non rimproveri la nostra ingenuità, il Lish fittizio che ha pronunciato simile sentenza): lo scampo sta nell’affidarsi non alla ricerca ossessiva di un senso, di un risultato, ma alle intercapedini tra un senso e l’altro, tra un risultato e un altro. Affidarsi ai vuoti e non ai pieni.

Forse il grande editor Gordon Lish non è mai stato un grande scrittore perché non ha mai voluto abbandonare le sicurezze del pieno (la struttura) per inoltrarsi nello spaventevole vuoto (la luce che vibra tra gli spazi della struttura medesima).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Un allegro nichilismo cosmico

 
 
 
 

Nicolas è un trentenne incline all’ozio, dotato di un “allegro nichilismo da Labrador” (p. 3, corsivo nel testo), amico di Daria e Andrea.

Sarà proprio Andrea a raccontargli la vicenda di Malakian, mercante d’arte a cui il governo statunitense dà la caccia per i suoi presunti poteri di ipnotista. Andrea finirà presto nel bel mezzo di una contesa globale: “Gli americani si presentano come i difensori del mondo che conosciamo: democratico, scientifico, razionale e individualista, contro il mondo del passato: magico, comunitario ma elitista perché comandano i santoni, magari dionisiaco? Non so se posso dire dionisiaco, forse mi confondo” (pp. 63-4).

Questa è in sintesi la sgangherata trama di Un allegro nichilismo cosmico di Alessandro Sesto, dato alle stampe da Eris nell’ottobre del 2022 come secondo titolo della collana I tardigradi – Nuova biblioteca del fantastico.

Non ci è dato di sapere quanto ci sia di autentico e quanto di presunto o immaginato nelle parole di ciascun personaggio che popola la narrazione. È forse plausibile, dunque, leggere Un allegro nichilismo cosmico come una rivisitazione parodica di tutte le paure e paranoie contemporanee, individuali e collettive, che spesso sfociano in teorie del complotto o nella diffusione, ora ingenua ora calcolatissima, delle cosiddette fake news.

Ma, come per le precedenti opere dell’autore (che abbiamo recensito in due occasioni, qui e qui), non è necessario rinvenire un significato. Quanto piuttosto ribadire la felicissima capacità di Alessandro Sesto di far scaturire la scintilla comica da situazioni che palesano l’umana inettitudine. Un’inettitudine indossata con svagatezza, senza compiacimento, ma che semplicemente rende inadeguati alla durezza e complessità della vita.

Già la presentazione di Daria da parte di Nicolas, l’io narrante, è emblematica in questo senso: “Daria, che tra noi era il vero spirito contrario, aveva l’esistenza in apparenza più normale e ordinata. Come capita, il suo nichilismo aveva travolto anche se stesso” (p. 11).

Il fatto è che al mondo reale si contrappone quello della fantasia dei personaggi, spesso ipertrofica e indomabile, capace di dare luogo a un sottomondo, o contromondo, con una propria logica interna, ferrea e assurda allo stesso tempo. Logica che, oltre a muovere al riso il lettore, governa appunto le vite dei protagonisti del libro, impedendo loro di aderire alla realtà-realtà.

Ad esempio: “Le tre del pomeriggio è l’ora degli sfaccendati, ci riconoscevamo per strada e ci guardavamo come colleghi. Era uscito un sole pallido e faceva freddo, clima romantico da primavera tedesca, con un po’ di fantasia da primavera berlinese sotto i bombardamenti, perfetta per portare a braccetto una giovane vedova di guerra in attesa che crolli il Reich. Andavo allo zoo. Agli scrittori piacciono gli zoo, quando parlano di bombardamenti poi c’è sempre un capitolo sullo zoo, così si può descrivere magari una giraffa ferita che zoppica tra le macerie di un impianto di torrefazione. Se è bianca per i calcinacci, meglio ancora” (p. 23).

Ed ecco quindi trovarci a ripetere quanto già detto in passato, ossia che il talento comico di Alessandro Sesto in verità nasconde (o meglio, si impegna a far intravvedere) la mestizia provocata dall’impossibilità di accordare il proprio ritmo a quello dell’universo: “Non mi piace iniziare o finire le cose. Andare a letto, alzarsi, gli ultimi giorni d’estate, la prima puntata di un telefilm con quei personaggi sconosciuti di cui ancora non mi importa nulla, l’ultima con l’eroe che si allontana verso l’orizzonte. Le esperienze dovrebbero scorrere fluendo una nell’altra senza che neanche me ne accorga. L’universo però non mi asseconda e vuole continuamente terminare cose e cominciarne altre. Gli esseri umani poi sono ancora peggio, sono ossessionati dalle interruzioni, cantano ai funerali, varano le navi con l’orchestra, insomma sono dei folli. Io la nave la varerei di notte, in silenzio, poi quando navighiamo da giorni e il rollio della barca ci sembra naturale quanto la terra stessa direi: «Però siamo su una nave, acqua tutto intorno, notevole.» Poi basta, se no ci pensiamo troppo. Credo di essere l’unica persona ragionevole al mondo, ma così solo posso poco” (pp. 71-2).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

I salici

 
 
 
 

I salici è un lungo racconto di Algernon Blackwood, già uscito in Italia nel 2019 per ABEditore, e ora ridato alle stampe dal Saggiatore (ottobre 2022) nella traduzione di Massimo Berruti e con la prefazione di Lucio Besana.

Blackwood, da più parti indicato come un maestro della letteratura del mistero, con I salici (pubblicato per la prima volta nel 1907) ha scritto un racconto considerato da H. P. Lovecraft come la più convincente narrazione breve di argomento soprannaturale della letteratura inglese.

La trama è esile: il narratore e il suo compagno di viaggio, uno svedese, affrontano un viaggio in canoa lungo il Danubio. Trascorrono la notte in un isolotto circondato da salici. Lì, a poco a poco, il paesaggio diventerà sempre più ostile, irriconoscibile, terrificante.

Dapprima, i due avvertono un progressivo allontanamento dalle umane coordinate, che affrontano con spirito avventuroso: “Entrammo in quella terra desolata quasi volando, e in meno di mezz’ora scomparvero dalla nostra vista le barche, le capanne di pescatori, i tetti rossi e qualsiasi segno di abitazione umana e di civiltà. Il senso di lontananza dal genere umano, il completo isolamento, il fascino di quel singolare mondo di salici, venti e acque istantaneamente ci colpirono entrambi come un incantesimo, tanto che notammo scherzosamente che avremmo dovuto possedere un tipo particolare di passaporto per essere ammessi in quella regione” (pp. 21-2).

L’ironia è qui manifestazione della certezza di un pronto ritorno da questo indecifrabile altrove.

Certezza che, con il passare del tempo, si sgretolerà sempre più, e il senso di estraneità che sprigiona dal paesaggio somiglierà sempre più da vicino a una condizione di prigionia senza scampo: “il Danubio si era fatto più serio. Aveva smesso di scherzare” (pp. 26-7).

I salici è un allucinato viaggio nell’inconoscibile, in ciò che resiste a ogni tentativo di interpretazione, che nella quotidianità viene sottostimato proprio per il suo carattere eccezionale e transitorio. E per la nostra tempestività (forse per mania classificatoria, o forse per spavento) nel leggere l’ignoto per mezzo del noto. Come se l’esistenza fosse pervasa da una luce che tutto rischiara e che a tutto dà senso.

Perciò il narratore, in questo viaggio sempre più angoscioso, in cui “non eravamo graditi. I salici erano contro di noi” (p. 41), accoglie con favore i segnali di umanità, di normalità, che sempre più di rado provengono dallo sbalestrato svedese: “Si rigirava sul materasso di sughero, dicendo che la tenda si stava muovendo e il livello del fiume era salito sopra quello dell’isola; ma ogni volta che uscivo a controllare, ritornavo con la notizia che tutto era normale; infine, divenne più calmo e si coricò in silenzio. Dopo un po’ il suo respiro si fece regolare e mi resi conto che stava russando – fu la prima e unica volta nella mia vita in cui il russare altrui mi riuscì gradito e rilassante” (pp. 92-3).

Il bisogno di far approdare il pensiero e i sensi su sponde rassicuranti è via via più impellente, in un ambiente dai contorni sempre meno plausibili, terrestri, amministrabili. Anche i consueti modi di trovare salvezza rischiano a un certo punto di essere inapplicabili, come ha modo di dire lo svedese: “«Non si tratta di una condizione fisica da cui potremmo liberarci dandoci alla fuga»” (p. 80).

Ne I salici è dunque la natura a farsi figura di ciò che travalica gli umani saperi. Suoni, ombre e aggressioni multisensoriali fanno smarrire ai due protagonisti ogni capacità di discernimento. Il narratore e lo svedese scelgono ora il sonno, come rifiuto del confronto con questa dimensione, ora l’elezione di sé a colpevoli e vittime sacrificali, per il desiderio inesauribile di rinvenire un senso, una logica.

Ma quel mondo, il mondo, continua a esistere secondo le proprie leggi, tra le quali non è compresa la necessità di mostrarsi coerente – né tanto meno confortevole – al cospetto degli esseri umani.

 

(Claudio Bagnasco)