Titanio

 
 
 

Letteratura del trauma, periferie, famiglie ai margini: oggetti insidiosi per qualsiasi narrazione. Stefano Bonazzi li affronta con grande sensibilità nel suo Titanio (Polidoro, 2022), romanzo psicologico costruito attorno a un protagonista multiforme, sempre in bilico fra verità e menzogna.

Si chiama Fran, diminutivo di Francesco, ed è un ragazzo sotto custodia in una comunità per giovani con disturbi psichiatrici e crimini alle spalle. Attorniato da un gruppo di osservazione composto da assistenti sociali e psicologi, riesce a creare una relazione solida solo col suo educatore, Alan. Grazie ai lunghi dialoghi con lui, che costituiscono la linea narrativa principale, il giovane racconta il proprio passato in un quartiere popolare, la Ciambella, dove i genitori invalidi si barcamenano fra varie attività illegali.Titanio

Attraverso incongruenze e contraddizioni, Fran porta il lettore al cospetto del trauma, descritto senza sentimentalismi, maturato proprio nel contesto familiare (“La famiglia è un cannibale. Una cosa che si divora da sola”, p. 20).

In parallelo ai lunghi dialoghi, segmenti narrativi di forte impatto visivo raccontano la guarigione del corpo ustionato di un uomo di cui non conosciamo l’identità.

La famiglia, nonostante quanto confessato da Fran, resta il suo modello affettivo di riferimento. La cerca dappertutto, anche nel degrado della Ciambella (“Una grande comunità, una famiglia. C’è rispetto e protezione. (…) Persino a noi non dissero mai nulla, noi che eravamo la famiglia più strana di tutto il quarto palazzo. I «matti storti», ci chiamavano”, p. 27) e nelle amicizie costruite al suo interno (“Scoppiammo a ridere. A vederci da lontano potevamo sembrare un gruppo di amici qualsiasi. Tre sagome con i piedi nel vuoto. Tre sagome felici. Una specie di famiglia”, p. 182)

Ma c’è altro, nel suo passato. Ci sono i conflitti per l’affermazione della propria identità negli anni dell’adolescenza, l’attrazione e la repulsione ambigua verso le persone che lo circondano. I luoghi in cui è ambientata la storia sono profondamente connotati in senso spaziale – sopra/sotto, dentro/fuori – dalle cantine agli attici, dai relitti di barche dentro cui nascondersi ai ghetti urbani da cui evadere. Un continuo celare e svelare che dà spessore alla vicenda e al percorso di formazione del suo protagonista.

Il corpo ustionato dell’uomo ignoto, nel filone narrativo parallelo, serrato in uno scheletro metallico che ne permette la sopravvivenza (“Carne e metallo uniti in una morsa, tutt’intorno solo ruggine, leucociti in via di decomposizione, pustole, infezioni, croste. Carne e titanio”, p. 81) sembra il correlativo oggettivo del percorso psicologico tracciato dal libro. È grazie a quello scheletro – fuori di metafora: le atrocità vissute da Fran – che si riesce, nel finale senza colpevoli né innocenti, a comprendere la vera pelle di cui è rivestito il protagonista e percepirne il calore, a contatto col metallo freddo, in tutta la sua forza e contraddittorietà.

 

(Agostino Bimbo)

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