Il libro della volpe

 
 
 
 

Un romanzo senza inizio né fine, senza copertina, senza numero alle pagine e senza paragrafi, rilegato con una spirale che permette a ciascun foglio di essere il primo o l’ultimo indifferentemente, racchiuso in una scatola, indispensabile supporto su cui stampare titolo, autore e logo della casa editrice: così si presenta “Il libro della volpe” di Enrico Ferratini (Pièdimosca Edizioni, 2021).
 
Un libro di storie che si susseguono intrecciandosi, sfumando l’una nell’altra, in cui ogni pagina può essere scelta per iniziare l’avventura o, completato un numero di giri a piacere, per terminarla. C’è un narratore chiuso in cella, poi (prima?) catturato dalle streghe, c’è un messaggio segreto che emerge dagli abissi, una volta sotto forma di pesce nero, l’altra di bottiglia, c’è un papiro da decifrare, c’è una volpe in difficoltà e un coyote che è disposto ad aiutarla, c’è un fabbricante di chiavi, l’unico a lavorare in un giorno di festa, c’è un ciabattino che “sa benissimo cos’è la felicità, conosce la via per arrivarvi e sa pure che è a un palmo dal suo naso, ma per qualche motivo non potrà imboccarla mai” (senza numero di pagina, così come le altre citazioni).Il libro della volpe

Una scelta originale che, unita a un’atmosfera misteriosa e magica in cui umani, streghe e animali parlanti interagiscono, produce un effetto molto simile all’andamento delle fiabe raccontate dai genitori ai bambini, in cui il punto di inizio può cambiare ogni sera e la fine sfuma nei sogni. “Con la notte, vedrai, arriverà anche il sonno, e nel sonno sarai perdonato, perché il sonno ha pietà di tutti, anche di chi giace nei crepacci dell’inferno”.
 
Quello che stiamo leggendo è quindi solo un lungo resoconto onirico?
 
Oppure è un libro circolare i cui protagonisti sono condannati a ripetere all’infinito gli stessi gesti: l’ipnotista continuerà ad annotare le parole contenute nella bottiglia nascosta nel vascello sprofondato nell’inconscio del paziente senza comprenderle; i due bambini a perdersi e ritrovarsi nel bosco, senza essere catturati dalle streghe come succede invece al narratore; il principe a ordinare al mago di procurargli l’elisir di lunga vita e a ottenerlo da una donna che nasconde la propria identità reggendo un ritratto davanti al volto.
 
Pare ci sia un antefatto, una colpa terribile che esclude la volpe dal consesso animale costringendola a raggiungere il mare per convincere il Leviatano a raccontarle le 300 storie che, imparate a memoria e raccontate dapprima al coyote e poi, ci si immagina, a tutti, le permetteranno di redimere la colpa. Proprio questo precedente suggerisce di sostituire l’ipotesi di circolarità con una nuova interpretazione: forse il libro descrive un istante immobile, tutto accade contemporaneamente e i concetti di inizio e fine devono essere abbandonati. L’eterno presente reca del passato solo un’ombra, ma un’ombra che lo sovrasta: “…si cela il fantasma di un passato che è più forte del presente, perché ogni oggetto, ogni luogo contiene sempre in sé il fantasma di ciò che è stato nel momento in cui [quel luogo, ndr] era più forte e vivo”.
 
Allora forse l’antefatto nemmeno esiste, e la colpa della volpe consiste proprio nel non avere forza sufficiente per raccontare le 300 storie trasmesse dal Leviatano. “«No, devi andare avanti», risponde il coyote, «è la tua salvezza, lo sai, se non finisci di raccontare le 300 storie sarò costretto a cacciarti via da qui perché, non dimenticarlo, tu sei maledetta, sei un’esiliata.» «Concedimi una pausa, una pausa sola, ho tanto bisogno di dormire.»”. Di nuovo un accenno al sonno. E poi più avanti (o più indietro): “No, non è la logica che ci può aiutare in questo caso, è nei sogni, nei vaticini che dobbiamo cercare la risposta”. Il che ci riporta alla prima interpretazione. Suggeriamo di rileggere la recensione.
 
Un libro sul potere salvifico delle storie, ma senza lieto fine. Anzi senza fine.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

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