Cincillà

 
 

di Maria Serra

 
 

Con questa sono sette, e abbassò il dito indice della mano destra.
 
Ancora tre e ho finito, si disse paziente. Poi, Padrenostro e Angelodidio. Quest’ultimo già se lo pregustava con l’acquolina in bocca, come un amaretto panciuto con la mandorla al centro. Era il suo preferito, lo recitava tutte le notti. All’Angelo gli lasciava pure un posticino nel letto, vicino a lei, anche a Ferragosto. Non si schifava mica del suo sudore, lui!
 
Erano le Avemarie la vera scocciatura di quella sera. Per fortuna gliene aveva date solo dieci. E se non gli avesse risposto? Forse gliene sarebbero toccate venti. Magari cinquanta? Sarebbero state troppe per lei, anche se ormai era diventata velocissima a infilarle una dietro l’altra.
 
“Da sola o con altri?”, le aveva chiesto il Padre.
 
“Da sola!”. Perché mai avrebbe dovuto farlo in compagnia? L’idea l’aveva fatta inorridire. E poi, altri, chi?
CincillàDa quando aveva fatto la Comunione, in bagno doveva entrarci sempre da sola. Ma se farlo con altri fosse meno grave? E se, in quei casi, cinque o otto Avemarie fossero sufficienti? Come stabilirlo? Di chiedere a sua madre non se ne parlava.
Le rimase il dubbio, ma quel giorno imparò che esisteva un peccato in più che prima ignorava, forse due.
Perché le toccasse chiedere sempre perdono alla Madonna, anziché al Padrenostro, era invece evidente. I padri, di quegli atti impuri lì, non ne sapevano nulla. Figuriamoci! Era una cosa da femmine, l’aveva capito benissimo.
 
Chiuse gli occhi per concentrarsi meglio.
 
La Madonna era lì, lo sapeva, seduta in fondo al lettino. Con il velo bianco intorno al viso e tutto il resto. Piena di grazia, lei sì che era davvero bella. Arrivava sempre alla fine delle penitenze, l’aveva capito una volta che aveva sbirciato con un occhio solo, senza farsi accorgere. BenedictusfructusventristuiIesus, l’ultima Avemaria gliela recitò in latino per fare più bella figura. Quindi abbassò solenne il mignolo e sgranò gli occhi. La Madonna non c’era più, ed era buon segno: voleva dire che era rimasta contenta. Evviva! Le avrebbe mandato l’Angelo.
 
Quando non era contenta, invece, si precipitava subito a chiamare sua madre, la signora Assunta, che giungeva puntuale a farle tutte quelle domande difficili. Chi fa la spia non è figlia di Maria! Ma per la Madonna non valeva perché lei era la Madre di tutte le madri, anche della sua. Perché, allora, le domande, non gliele faceva direttamente lei? Sarebbe stato più semplice. Si conoscevano così bene. Ci avrebbero messo pochissimo a spiegarsi, anzi si sarebbero capite con uno sguardo. Invece a sua madre non sapeva mai cosa dire. E quando le balenava in mente una risposta da darle, era già scomparsa. Come faceva a sparire così in fretta? La camera da letto dei suoi genitori era dall’altro capo del corridoio. Ma Lalla finiva con l’addormentarsi prima di aver trovato una risposta sensata.
 
“Sicura che non ti sei toccata? Ti sei guardata?”, le aveva chiesto a bruciapelo la Signora Assunta la notte precedente. Che spavento! Non si sarebbe mai abituata a quelle apparizioni della madre. Non aveva fatto in tempo a raccontarle com’era andata, che subito l’aveva rimproverata. Guardata si era guardata, toccata pure. Come avrebbe potuto evitare di fare quelle cose, proprio lì, nella vasca da bagno? Aveva sviscerato mentalmente il dilemma, ma non era stata abbastanza veloce da tradurlo in parole. “Hai commesso atti impuri. Devi subito confessarti”, aveva tagliato corto la signora Assunta. L’indomani mattina l’avrebbe portata dal Padre.
 
Lalla aveva un’unica certezza: le tentazioni sono sempre in agguato. La madre non faceva che ripeterglielo, e glielo avrebbe detto anche prima di partire per le Terme, ne era sicura. Perché non la portava con lei, almeno per una volta? Quanto le sarebbe piaciuto! “Vado a curarmi l’asma, mica a fare la villeggiatura!”. Si sarebbe seccata, quella storia della villeggiatura la faceva innervosire. Diceva che se l’era inventata il marito per farla adirare. “Devi stare qui, a occuparti del babbo”, le avrebbe intimato.
Cucinare, stirare, rassettare. “Ormai sei una fanciulla, non più una bambina.”

 
Questa volta, però, la piccola Lalla non si era disperata. Mentre cercava di prendere sonno, si sentì eccitata all’idea di essere diventata finalmente fanciulla. Lo confessò imbarazzata anche all’Angelo, più tardi, quando fu certa di avercelo accanto. Di lui si poteva fidare. L’Angelo le garantì che a pensare così non faceva peccato: tutte le bambine ormai fanciulle desiderano che la madre parta ogni tanto per la villeggiatura.
 
Il giorno dopo anche il babbo le disse che le avrebbe fatto bene stare sola con lui per qualche giorno. Anche loro si meritavano una vacanza, una bella “villeggiatura domestica”. “Anzi, domestica un corno”, si corresse dopo un lungo silenzio. Per loro due aveva altri programmi. “Ce ne andiamo al Cinegiardino!”, le annunciò.
 
“A vedere Cincillà?”
 
“Macché! Le ballerine di fila. Fanno l’Avanspettacolo, Arte e mondanità!”
 
Le ballerine le stavano simpatiche, le aveva già viste l’estate scorsa. Il babbo diceva che sembravano delle madonnine, anche se non portavano il velo. Ma la sua passione era Cincillà!
 
Cin Cin La è un’operetta, tesoro di babbo. Bisogna aspettare la stagione invernale.”
 
La stagione, giusto. Ci voleva ancora così tanto. Per andare a teatro al chiuso avrebbero dovuto attendere che la madre partisse per il Continente. Ci andava ogni anno, a trovare la nonna che abitava a Torino. Un’altra scusa per farsi una villeggiatura senza di loro, a detta del padre.
 
Peccato, sospirò Lalla. Il teatro era molto meglio del Cinegiardino perché le signore d’inverno portavano la pelliccia, anche se il babbo diceva che non erano per niente eleganti quei “topi di Eritrea”. Ma quanto le piaceva strusciare la mano su quel morbido e liscissimo pelo! L’aveva fatto più volte e in più occasioni. Poco prima dell’inizio dell’Operetta, quando le signore si affrettavano distratte a prendere posto in platea, e anche all’uscita dal teatro. Forse anche quello, si domandò a quel punto, era un atto impuro? Fatto con altri, però. Soppesò le possibili differenze. Be’, in realtà, lei lo faceva senza che le signore se ne accorgessero, quindi forse la regola della “compagnia” in questo caso particolare non si applicava. Come penitenza retroattiva, quella notte recitò comunque due Avemarie precauzionali.
 
Per fortuna siamo in estate, pensò. E Il bagno settimanale, quello lungo, ormai l’aveva già fatto. Le tentazioni, se si nascondevano in fondo alla vasca, non le avrebbero potuto tendere alcun agguato. Alla madre promise che in sua assenza si sarebbe lavata soltanto a pezzi. Ma quando la Signora Assunta la salutò sulla porta con un frettoloso gesto della mano, non le sembrò persuasa dei suoi buoni propositi. La sentì perfino raccomandare al marito sottovoce “Assicurati che la bambina faccia il bagno”, e si sentì più confusa di prima.
 
“Lo devo fare per davvero, babbo?”, gli domandò incredula.
 
Il padre fece spallucce. “Mettiti un vestito da signorina, ti porto a prendere un gelato e poi al Cinegiardino!”
 
“Andiamo già stasera?”
 
“Tanto per cominciare”
 
Al Cinegiardino si divertì più del previsto. Anche senza pelliccia, le signore erano belle, con le gambe abbronzate! Alcune indossavano abiti a fiori svolazzanti, ma suo padre diceva che non erano di seta come credeva. Tuttavia, Lalla era riuscita a sfiorarne qualche lembo qua e là, mentre si accalcavano all’ingresso dell’arena, e ci avrebbe scommesso che quel tessuto delicato e fuggevole fosse seta per davvero!
 
In platea avevano conversato con alcuni amici del padre. Le loro mogli erano state molto gentili con lei e l’avevano fatta persino arrossire per i tanti complimenti che le avevano rivolto. “Tutta suo padre!”, aveva esclamato una signora con il cappello di paglia. Si era anche inchinata per farle una carezzina sulla guancia.
 
“La prossima volta, però”, disse strizzandole l’occhio, “fatti comprare da mamma un vestitino leggero per il Cinegiardino, dille che qui fa molto caldo!”
 
Il commento non sfuggì al padre, che subito assicurò che gliene avrebbe acquistato uno lui stesso, nei giorni seguenti. “Sai com’è Maria Assunta…”, e affondò lo sguardo nella cascata di balze dell’abito della figlia. “Le fanciulle hanno bisogno di pieghe… Così dice lei”.
 
“Me lo compri per davvero il vestitino leggero?”, domandò la piccola mentre tornavano a casa, mano nella mano.
 
“Certo!”, la rassicurò lui, ma poi non le badò più e cominciò a borbottare tra sé e sé, sempre più agitato. “Che figure mi fa fare, che figure!”. Lalla capì che non ce l’aveva con lei ma con la madre, per questo l’aveva chiamata “Maria Assunta” parlando con la signora con il cappello di paglia. “Maria Assunta in cielo!”, esclamava quando la moglie se ne correva in chiesa, alla messa della sera. Lalla si pentì di aver tirato fuori l’argomento.
 
A casa, per fortuna, il padre sembrò aver dimenticato del tutto della questione. Mise Lalla a letto, come faceva quando era ancora bambina, e la baciò sulla fronte. “A domani, mia fanciullina”.
 
“Buonanotte, babbo!”. Lo ringraziò per averla portata al Cinegiardino quella sera. “È stato bello come Cincillà!”
 
Cin Cin La”, la corresse lui. “Hai ancora due stagioni per imparare a dirlo.”
 
Lei abbassò il pollice, poi l’indice e il medio. “Sono tre! Estate, autunno e inverno!”
 
Il padre annuì e le diede la buonanotte. Lalla si sentì felice, per la seconda volta in una settimana intera.
 
Si preparò per le preghiere. Padrenostro e Angelodidio, come d’abitudine. Ma prima di cominciare la assalirono i soliti dubbi. Non c’erano penitenze da fare quel giorno, niente Avemarie. E se la Madonna si fosse risentita? Se fosse andata a scuotere la madre nel letto, lì alle Terme?
 
Ripensò ai vestiti delle graziose signore del Cinegiardino, erano così setosi che non aveva resistito alla tentazione di accarezzarli di nascosto! Forse sarebbe stato meglio recitare anche qualche Avemaria. Ma quante? E se la Madonna, che compariva sempre al termine delle penitenze, si fosse contrariata? Al suo capezzale sarebbe comparsa la Signora Assunta, al posto dell’Angelo. Sudò freddo nel figurarsi la scena.
 
Provvidenziale giunse tuttavia la realtà, sotto forma di un rumore, uno strano sibilo che Lalla non riuscì a decifrare ma che la tenne all’erta, sottraendola all’incubo.  
Proveniva dalla camera da letto matrimoniale. Che cosa stava accadendo, di là? Il rumore cresceva, acuto e stonato, e le pareva che ormai rimbombasse in tutta la casa.
 
Ma certo! Era lui, suo babbo. Russava come un grammofono rotto, non lo diceva sempre sua madre? Quanto a lei, era la prima volta che ci faceva caso, forse perché di solito era troppo impegnata con le preghiere. Già, le preghiere. Ancora non ne aveva detta una! E il pensiero tornò alla Madonna. Bisognava scongiurarne l’arrivo.
 
E se quella sera, prima dell’Angelodidio, avesse recitato un bel Pateravegloria?
 
Fece il conto per bene, per assicurarsi che l’esperimento funzionasse sul serio: per un Pateravegloria completo bisogna dire prima un Padrenostro, poi dieci Avemarie e infine un Glorialpadre. Le Avemarie stanno nel mezzo, a metà della preghiera. La Madonna, ne dedusse, non può mica arrivare alla fine! Al massimo sarebbe potuto arrivare il Padre.
 
Lui però, in camera sua, finora non si era però mai presentato. E il suo, di babbo, non sarebbe di certo venuto a farle domande difficili. Quando in casa c’erano solo loro due, le preghiere prima di addormentarsi manco le diceva, ci avrebbe scommesso. Si rimise in ascolto del rumore: l’uomo russava ancora, innocuo, in fondo al corridoio. L’esperimento avrebbe funzionato.
 
Fintanto che sua madre sarebbe rimasta in villeggiatura alle Terme, a curarsi quell’asma non ne voleva sapere di guarire, anche la Madonna si sarebbe presa una vacanza. Così decise Lalla, e in quel momento si sentì intoccabile. Tanto, pensò, a proteggerla dalle prossime tentazioni sarebbe giunto l’Angelo, Illuminacustodiscireggiegovername. E per il resto, Amen.

 
 

Maria Serra nasce e cresce a Cagliari. Dopo il diploma al Liceo Classico si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della sua città ma prosegue gli studi a Leiden, in Olanda, e poi a Bologna, dove si laurea in Storia contemporanea. Agli inizi degli anni Duemila si trasferisce a Milano e comincia a lavorare con parole e immagini: è redattrice presso importanti case editrici e scrive su riviste di design, arte e musica. Fa una breve esperienza a Londra, ma capisce che il capoluogo lombardo è il punto più a nord a cui il suo corpo può acclimatarsi. Tuttora vive a Milano e lavora nel campo dell’editoria. Il suo primo romanzo Il Karma del Camaleonte è di prossima uscita presso l’editore indipendente romano Alter Erebus.

 
 

Illustrazione originale di Dario Frascoli.

 
 

Dario Frascoli vive e lavora a Milano, dov’è nato alcuni decenni fa. Prima di diventare free lance ha lavorato sei anni in una piccola agenzia di promozioni e pubblicità. Illustra in prevalenza testi scolastici, collaborando con i maggiori editori italiani. Potete trovare qui la sua bio illustrata.

 
 

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