Guarda le luci, amore mio

 
 
 
 

Negli ultimi sessant’anni, il consumismo ha modificato la geografia dei nostri ricordi: lungo i nuovi itinerari della felicità, l’ipermercato si erge come una cattedrale del desiderio. È questo l’assunto di Annie Ernaux in Guarda le luci, amore mio (L’orma editore, 2022, traduzione di Lorenzo Flabbi).

I non-luoghi della grande distribuzione sono considerati nella loro incidenza sulla quotidianità, “estensioni dell’universo intimo” (p. 66), meta di quel “farsi un giro” (ibid.) che scappa da noia e angosce, che si mescola tra gli scaffali a moltitudini di storie, delusioni, speranze che non sono mai così diverse dalle nostre.

È una ricompensa sociologica, il piacere degli acquisti, e non ci si ribellerà mai al sistema infallibile “che detta legge sulle nostre voglie.” (p. 61) Eppure, in questo libro, gli intenti di Annie Ernaux non sono polemici.
Guarda le luci, amore mio
Per circa un anno, dal novembre 2012 all’ottobre 2013, la scrittrice francese ha registrato in un taccuino la sua esperienza di cliente all’Auchan di Trois Fontaines, “il più grande centro commerciale della Val-d’Oise” (p. 15). Ha così raccontato la vita, “la nostra, oggi.” (p. 14)

La questione, nel complesso, non è il giudizio sugli ipermercati, ma l’umanità eterodiretta che si ritrova a spingere il carrello. Tutti o quasi siamo coinvolti, e attraversiamo “il silenzio di morte della merce a perdita d’occhio. Gli avventori [dell’Auchan N.d.R.] paiono muoversi con lentezza, come presi da un torpore, quello sprigionato dalla visione pressoché irreale dell’accumulo di cibo e oggetti.” (p. 81)

E ancora:

“I supermercati, più o meno grandi non sono riducibili alla loro funzione domestica, alla corvée del «fare la spesa». Suscitano pensieri, fissano in ricordi sentimenti […] Fanno parte del paesaggio dell’infanzia di chiunque.” (p. 12-3)

Nello spazio delle compere il tempo è scandito con il variare stagionale delle offerte; dagli addobbi natalizi alle uova di Pasqua, dalle zucche di Halloween all’attrezzatura scolastica. È una bolla che estromette perfino il meteo: al suo interno non ci accorgiamo se fuori stia piovendo, se il vento soffi o il sole splenda; l’ambiente è contemperato e gli altri, intorno a noi, sono “tutt’al più presenze che si incrociano e distinguono a malapena. È soltanto in fila [alla cassa, al momento di pagare N.d.R.] che diventano individui.” (p. 70, corsivo nel testo)

Questo ridursi a nulla o, al limite, a oggetto di analisi (perché il nostro stile di vita è nella merce che abbiamo scelto), testimonia un progressivo rarefarsi delle relazioni umane – anche nel lavoro, nei servizi.

Annie Ernaux porta a esempio la cassa automatica e il disorientamento di alcuni clienti al cospetto della voce sintetica che dà istruzioni su come bippare e posare gli articoli sulla bilancia. “Con uno stupefacente ribaltamento, è la macchina a sembrare intelligente mentre l’essere umano si fa notare per la sua ottusità.” (p. 86)

Lo scadimento antropologico – una bancarotta di usi e consumi – si configura perciò come alimento principale della catena: più si va a fondo, meglio si acquista. “Anche i disoccupati francesi danneggiati dalle delocalizzazioni sono ben contenti di potersi comprare una maglietta a 7 euro.” (p. 43)

Resta da capire dove ci condurrà questo risparmio strepitoso.

Un appiglio, forse, lo individua il titolo: Guarda le luci, amore mio è l’invito di una madre rivolto al suo bambino. Che la speranza sia, davvero, nella magia dello stupore?

 
 
Giulio Neri
 
 

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