Memorie di un’avventuriera

 
 
 
 

Aphra Behn (Canterbury, 1640-1689) fu la prima scrittrice di professione della letteratura inglese. La sua vita, a cavallo fra il regime puritano di Cromwell e gli allentamenti morali della Restaurazione, è anzitutto l’avventura di una donna d’ingegno, osteggiata e perlopiù incompresa dalla società degli uomini.

Il nuovo romanzo dell’anglista Emanuela Monti, Memorie di un’avventuriera (Il Ramo e la foglia), verte proprio su questa interpretazione, che non è soltanto di genere: in Aphra Behn sembrano incarnarsi i conflitti spirituali e il destino tragico dell’età libertina, in cui la gaia scienza dei capricci amorosi si deteriora nell’incongruità di sentimenti esclusivi e di possesso, nel bisogno di protezione e cura, nella vulnerabilità che le convenzioni dell’epoca imponevano di nascondere.

Per la sua ricostruzione romanzata, Emanuela Monti si affida alla voce della Behn stessa, che, ormai in rovina e incarcerata per debiti, racconta la propria vita all’attrice Lady Slingsby. I trionfi delle commedie sono lontani; in preda ai dolori della gotta, Aphra non riesce nemmeno a tenere in mano la penna. Può sperare giusto nella magnanimità di Re Carlo II, che già una volta, in passato, l’aveva liberata.
 

Memorie di un'avventuriera

Tutta l’esistenza di Aphra Behn è stata condizionata dai debiti. Di umili origini (la madre era balia, il padre barbiere), aveva a lungo rifiutato il matrimonio di convenienza. Un’amica di famiglia, Lady Elizabeth Willoughby, aveva tentato di metterla in guardia: “noi donne dipendiamo completamente dagli uomini. Prima dal padre o dai fratelli, poi dai mariti. Ogni tipo di carriera ci è preclusa. Non possiamo avere proprietà e non abbiamo neppure diritti sui nostri figli. Se abbandoniamo i nostri mariti perché ci maltrattano, non possiamo portare nulla con noi, tantomeno del denaro, e loro possono costringerci a ritornare a casa. Dal momento in cui ci sposiamo diventiamo come il torrente che confluisce nel fiume: perdiamo il nome e l’identità. […] Non siamo nulla dopo il matrimonio, ma siamo ancora meno senza il matrimonio.” (p. 73)

Aphra Behn aveva trascorso l’infanzia nella bottega paterna, in un ambiente maschile che già sembrava introdurla al patriarcato della società inglese: “Mi piaceva passare il tempo in mezzo a uomini che venivano dai luoghi più disparati […]. Mia madre mi rimproverava perché [lo] trovava sconveniente […]. Cercava di dissuadermi proponendomi gli usuali lavoretti femminili, per i quali non mostravo alcun interesse e che eseguivo in modo approssimativo.” (p. 24)

Presto si innamora. Soffre per uomini ricchi e già promessi che non si ribellano a un destino negoziato tra casati. Aphra potrebbe scegliere l’agio di una vita da mantenuta, ma preferisce l’integrità e la solitudine. Quando per disperazione si piega al matrimonio, ha già venticinque anni: non pochi per gli usi del tempo.

Il marito, Johannes, è un gretto olandese che occulta in cassaforte rimasugli di aringhe e avanzi di pudding. La costringe a elemosinargli perfino i soldi per andare a teatro. La notte, i suoi occhi scaltri da commerciante scrutano i segni di piacere in Aphra. Lei, sopraffatta dalla nausea, deve spesso “lasciarlo in tronco” (p. 81). E alla relativa fortuna di restare vedova durante la pestilenza di Londra (1665-66) consegue la scoperta dell’espoliazione ereditaria, e un futuro di stenti.

La biografia di Aphra Behn è avventurosa non solo in un’accezione romantica. Una serie di calamità storiche la movimenta: prima l’epidemia; poi il grande incendio che rade al suolo interi quartieri di Londra; infine, l’instabilità politica, con gli strascichi della guerra civile tra realisti e parlamentari.

Aphra assiste sgomenta alla sorprendente carriera di suo padre (da barbiere di Canterbury a sovrintendente dei poveri e consigliere comunale; in ultimo, Luogotenente del Surinam e di altre trentasei isole). Lo segue nella traversata che porta la famiglia nelle Indie, e lì, nell’ozio della colonia, scrive la sua prima commedia.

“La situazione politica è tale che schierarsi è diventato d’obbligo.” (p. 158) Lei, come già il padre, si schiererà con i realisti. Per conto di Carlo II, agisce da spia nella città di Anversa. Confida sugli emolumenti della monarchia; li sollecita, li aspetta per anni, invano, sull’orlo della bancarotta.

Dei mesi spesi nell’attività di spionaggio dirà: “non mi avevano fruttato né fama né ricchezza. Al contrario, quella missione al servizio del Re mi avrebbe gettato nell’abisso della miseria e mi avrebbe spalancato le porte della galera per debitori.” (p. 111)

L’attività letteraria si configura come l’unica possibilità di sostentamento, e il registro licenzioso delle commedie di Aphra Behn è quello in voga adottato da tutti gli altri autori londinesi. Lei si distingue, trova il successo con The Forced Marriage e The Rover. Ma è una donna, e sembra essere questa la colpa imperdonabile. Ostenta consapevolezza. A proposito di un libello anonimo in cui si dileggia il suo dramma The City Heiress, Aphra dice: “l’epiteto di vedova lasciva riferito alla protagonista […] era chiaramente indirizzato a me.” (p. 159) Glielo conferma (e argomenta) anche il suo ultimo amante, John Hoyle: “Credo che l’opinione pubblica non vi dia della puttana tanto per la vita libera che conducete, ma soprattutto per quello che scrivete.” (p. 152)

Continuerà a scrivere finché potrà. “Da quando, due anni or sono, è morto il re Carlo, tutto è cambiato. Il mondo del teatro sopravvive a malapena. Alcuni sono morti, gli altri stentano ad andare avanti o si trovano nei guai.” (p. 159)

Si cimenterà anche nel novel, “un nuovo genere di prosa” (p. 162), e in Oroonoko, rielaborerà la propria esperienza in Surinam con un romanzo ante litteram contro la schiavitù.

Morirà da sconfitta. Ma in Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, il mondo ancora oggi può leggere: “E con Aphra Behn arriviamo a un importante svolta della nostra strada. Restano dietro di noi, rinchiuse nei loro parchi, fra i loro libri, quelle nobildonne solitarie che scrivevano senza pubblico e senza critica, per il proprio diletto soltanto… La signora Behn era una donna di classe media, che possedeva le plebee virtù dell’umorismo, della vitalità e del coraggio […] Doveva lavorare sullo stesso piano degli uomini. […] E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn… perché fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare…” (p. 179)

 
 
Giulio Neri
 
 

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