Quando le belve arriveranno

 

 

 

“Nel tempo libero me ne sto a guardare la TV o YouTube o il soffitto. Imposto sempre il video su muto […] I maghi predicano un futuro insonorizzato, i cartoni animati sono privi di quegli sciocchi suoni squillanti. In questo modo riesco a evocarli e, al contempo, tenerli lontani” (p. 1). Inizia così la lunga visione in muto, senza possibilità di interazione, del mondo brutale racchiuso nel nuovo romanzo di Alfredo Palomba, Quando le belve arriveranno (Wojtek, 2022).

Una visione inquietante, condotta dalla voce in prima persona del protagonista, supplente di sostegno in una scuola del Nord Italia. Un giovane uomo presentato come inerte e apatico, senza nome, incapace di stringere relazioni con chi lo circonda (“Come faccio a spiegarle che non c’è nulla che mi piaccia o non mi piaccia, che mi limito a sopravvivere e basta”, p. 73), che si assimila alla nonna in stato vegetativo rimasta al paese di origine (“La nonna-pianta, con la quale piuttosto condivido una specie di senso di comunanza, per la sua condizione di inerzia”, p. 42).

Copertina PalombaL’unica possibilità rimastagli è assistere, senza pretese di comprensione, allo spettacolo deforme del mondo in cui vive (“Però osservo, l’ho sempre fatto: lo scandaglio analitico di luoghi e persone non mi gratifica, non contribuisce a chiarire nulla, è mera registrazione di dati”, p. 42).

Non gli resta che guardare le smorfie di Haochen, il bambino cinese microcefalo cui è stato assegnato (forse l’unica anormalità positiva del romanzo: “Si agita sulla sedia e ride, emozionato. Lo invidio. […] Sconfitto al pari di tutti gli altri ma senza saperlo, senza potersi pensare, come gli animali. […] È un illuminato, è davvero felice”, p. 67).  

Non gli resta che veder scorrere centinaia di immagini, virtuali e non, con cui si intrattiene nel tempo libero: programmi televisivi spazzatura, tribune elettorali dai toni triviali, incubi, canali YouTube e videogiochi ributtanti, gruppi social pieni di individui patetici. Feticci visivi di una realtà malata, puntellata dalle apparizioni di ratti, aironi in agonia, cimici e conigli infetti in giro per la città, il corrispettivo animale di un mondo umano sempre più ferino, carico di violenza, sopraffazione, sessualità cannibale e autolesionismo; anche nel contesto rassicurante della scuola, per niente immune da meschinità e perversioni.

A tenerci sulla pagina, in un misto di attrazione e sgomento, è il conflitto fra quanto descritto e la voce del protagonista: asciutta, regolare, sobria; anche di fronte alle sequenze horror delle pagine più cupe. Una voce dolente e consapevole che conferisce al testo lo statuto di testimonianza, l’ultimo presidio di civiltà nella bestialità circostante (“Mi sento sempre più come il nano – protagonista del libro in lettura -, un personaggio senza sviluppo che passa attraverso gli eventi e vede la realtà deformarsi ma non intaccarlo, perché è già deforme”, p. 105).

Il tutto reso ancora più drammatico dal ruolo sociale, ed etico, del protagonista: un insegnante – figura cara a Palomba, già presente nella sua opera prima, Teorie della comprensione profonda delle cose (Wojtek, 2019). Anche in questo caso presentata come una guida impotente, priva di riferimenti, un formatore incapace di dare forma, oppresso come tutti dalla distorsione irreversibile di valori e costumi.

Il risultato è una narrazione marcatamente visiva, un montaggio di immagini respingenti, dove tutto è ferocia e barbarie, ma dal quale è difficile staccare lo sguardo.  Una narrazione lontana dal sensazionalismo della denuncia e dagli eccessi espressionistici, che diventa ribellione nei confronti del reale grazie alla registrazione fedele dei fatti. Un romanzo di de-formazione in cui la scelta di fondo è sottrarsi alla bestializzazione in atto, testimoniandola.   

 

(Agostino Bimbo)

 

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