Fata morgana

 
 
 
 

Raramente i Gamuna, popolazione del deserto raccontata da Gianni Celati nel suo romanzo Fata morgana (Feltrinelli, 2005), trovano il coraggio di arrampicarsi sui costoni che chiudono la valle a nord-est perché “la vertigine dell’altezza sembra loro un segno certissimo che tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo fenomeno di fata morgana e che ogni immagine di vita sulla terra non sia altro che un miraggio” (p. 10). Allo stesso tempo però, “i Gamuna onorano le visioni di fata morgana come il maggior fenomeno della vita, e ritengono che i miraggi siano incanti in cui l’anima si perde lanciandosi fuori dal corpo” (p. 34) e ancora: “i miraggi del deserto […] mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie” (p. 35).
 
Il sonno, al contrario, “è una dimensione della vita più importante di quella diurna” (p. 58) ed è il grande sonno della terra che “all’inizio di tutto ha prodotto le visioni di fata morgana, origine del mondo sensibile che ci circonda. Quel sonno originario è chiamato «il Largo Riposo»” (p. 73) mentre l’Essere del Largo Respiro, la principale divinità gamuna, “è l’iridescenza da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata a durare soltanto per un attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche granello di polvere vagante nell’aria” (p. 27). Polvere che si posa in virtù dell’«incanto greve», lo stesso fenomeno che provoca l’attaccamento dell’uomo ai suoi miraggi, la tristezza di quando viene sera o il peso che attira i passi verso il suolo, polvere che “dà a tutto un aspetto stupido o insignificante” (p. 82), ma insegna agli uomini la “virtù di ignorare sé stessi come la terra ignora se stessa, di affidarsi all’incanto greve che trascina tutto, senza avere nulla da dire, nulla da lamentare…” (ibidem).
 
Fata Morgana La realtà è un’illusione, quindi, ma di quelle che non si accompagnano alla speranza: alla rassegnazione, piuttosto. Soprattutto, un’illusione che il capitalismo non può piegare ai propri scopi commerciali: i Gamuna non producono e non riparano, e abitano le rovine di una città abbandonata dalla popolazione precedente. “Il lavoro è un grandissimo errore da cui non c’è scampo” (p. 18). E chi si rifugia nel mestiere, “con l’idea di essere un bravo falegname, o vasaio, o fabbro, o guaritore di bestiame o, meglio ancora un furbo affarista […] torna a casa perplesso, con uno sguardo serale che vuol dire «Perché devo fare tutti questi sforzi? A cosa serve?»” (pp. 46-7).
 
La sera, finalmente, “gli abitanti si radunano per fare delle chiacchiere dette «medicinali» perché curano i pensieri cattivi. Sono chiacchiere come un canto a bocca chiusa, in cui si rivangano i pensieri della vita, ma diventando assenti da sé stessi e pacificati dal parlare al buio” (p. 51). Finite le chiacchiere, “in certe sere estive si sente nell’aria l’essenza del «tempo perso», come un profumo che ti lascia tranquillo nel buio senza pensieri, senza i turbamenti dell’insonnia carica di ricordi, ma anche con la dolcezza del vivere sospeso e transitorio fino alla luce del mattino” (p. 164).
 
Una vita sempre uguale a sé stessa, fuori dalla Storia, se non fosse per gli avventurieri occidentali che visitano il popolo gamuna “carichi di inquietudini che prosperano nelle nostre nazioni” (p. 51) e che “credono di avere diritto a una vita speciale […]; e cercandola devono sempre fuggire da dove sono, siccome hanno sempre l’idea che la vita altrove debba essere meno noiosa” (p. 53). Ben presto, però, “cominciano a detestare tutto quello che vedono, a trovare tutto sporco e puzzolente, a schifarsi per lo squallore e la desolazione del posto” (p. 16). Come non bastasse, le donne gamuna lanciano sguardi che “metterebbero in imbarazzo chiunque; perché paiono apertamente voluttuosi, ma al tempo stesso fanno insorgere nei maschi un forte sospetto di essere attirati in un tranello per venire poi svaligiati, massacrati, castrati” (p. 14). Così, la malsana infatuazione per la bellissima Buabìa Sangìto, fa sorgere in Astafali – uno di questi avventurieri, nonché la principale fonte di appunti che permettono al narratore di descrivere i Gamuna – “la limpida sensazione che la vita sia del tutto insensata: «Insensato stare qui, insensato tornare a casa»” (p. 78).
 
Nichilistica rassegnazione? Ascetica rinuncia? Difficile a dirsi perché “se qualcuno pensasse che quel miraggio non è nulla, dovrebbe pensare che tutti i movimenti durante la giornata sono senza senso, benché ognuno cambi qualcosa nella nostra vita attraverso le visioni che andiamo inseguendo. E se l’incanto della vita è un fenomeno unico, allora ogni movimento lo trasforma per effetto delle visioni che ci spingono a spostarci continuamente, di qua e là nella conca del mondo” (p. 184). 
 
Immaginario saggio antropologico redatto grazie alle testimonianze di tre viaggiatori – il già citato Astafali, compagno del narratore ai tempi dell’università, il pilota argentino Bonetti e la suora vietnamita Tran – Fata morgana, raccontando di un popolo che basa la propria vita su convinzioni e consuetudini opposte a quelle occidentali, descrive parimenti la nostra società e dimostra quanto sia ampio lo spettro delle sue possibili interpretazioni e quanto sia vanità di vanità l’atto stesso di interpretarla. Proprio l’Ecclesiaste risuona spesso lungo il romanzo: “Tutti sono diretti verso il medesimo luogo: tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna”, recita il libro della Bibbia, e sono parole che non stonerebbero sulla bocca di un vecchio gamuna seduto fra le macerie di una città semiabbandonata, impegnato insieme ai suoi sodali nelle “chiacchiere medicinali”. E il narratore, ma forse anche l’autore, deve aver assorbito l’atmosfera creata da queste chiacchiere attraverso i resoconti dei tre viaggiatori. Così, al termine del romanzo, dopo alcune pagine confuse sulla conquista dei Gamuna da parte di un esercito nemico, quasi senza preavviso confessa di non credere più nelle storie che racconta: “Ma io sono stanco di tutte queste vite eccezionali, stanco di questa materia per romanzi a cui si cerca di fare somigliare le nostre vite” (p. 188).

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...