Storia del pianto

 
 
 
 

Alan Pauls era stato tentato di svolgere Storia del pianto, uscito in Argentina nel 2007 e pubblicato in Italia da Fazi nel 2009 e da Sur nel 2018 nella traduzione di Maria Nicola, “in un’unica, ininterrotta frase” (p. 9). Ce lo racconta Luciano Funetta nella prefazione all’opera, citando un’intervista rilasciata dallo stesso Pauls a Il manifesto nel 2014. Sarebbe stata una scelta coraggiosa ed estrema, la sua, che avrebbe reso più impegnativo l’approccio dei lettori e forse ne avrebbe scoraggiato un buon numero. Eppure, la forma definitiva dell’opera non può certo essere considerata un compromesso. I lunghi periodi, il susseguirsi frenetico delle proposizioni, le continue digressioni, l’estensione dei paragrafi che distanzia i capoversi, costringono infatti il lettore sulla pagina, imponendogli un’attenzione continua, pena l’inevitabile naufragio tra le parole che costituiscono un flusso pressoché ininterrotto di pensieri riversati sulla carta al tempo presente.

Storia del pianto

Un’unica linea temporale, dunque, lungo la quale la voce narrante si muove avanti e indietro, tra l’infanzia e l’età adulta del protagonista – il cui nome ci è ignoto -, senza apparente coerenza cronologica, per mostrarci le vicende attraverso singoli fotogrammi che come tali sarebbero statici, se ad animarli, a renderli dinamici non intervenisse la sua interiorità ipertrofica, il vero soggetto del romanzo di Pauls. Quest’ultima viene dissezionata per poi esserci mostrata nei momenti apicali, nell’attimo in cui avviene l’epifania.

È già un fedele ammiratore di Superman, sebbene ancora non sappia leggere, quando si rende conto di essere dotato di una sensibilità fuori dal comune. Una caratteristica innata che induce le persone, anche gli sconosciuti, a parlargli, a confidargli segreti, paure e dolori, senza che lui faccia niente perché accada, un peculiare superpotere sul quale non ha alcun controllo: “Questa sensibilità lui non riesce a considerarla un privilegio […] ma solo un attributo congenito, anomalo e naturale” (p. 16). Un dono non richiesto dal quale non trae alcun beneficio, perché “il suo compito […] è impedire con ogni mezzo che qualcuno […] possa credere che la felicità sia ciò che si oppone al dolore” (p. 25), “già a cinque, sei anni, lui è il confidente […] un orecchio assoluto” (p. 28).

Come un’inevitabile conseguenza arriva l’insorgere del senso di oppressione e di repulsione che il protagonista chiamerà “nausea”. Accade in un pub di Buenos Aires, mentre assiste col padre al concerto di un cantautore di protesta appena rientrato nel paese dopo sette anni di esilio. Capace con i suoi versi di rivelargli “la vera natura della causa per cui ha sempre militato” (p. 50) e nello stesso tempo destinato a divenire l’emblema di tutto ciò che più lo ripugna.

Lo scoprirsi incapace di piangere davanti alle immagini televisive del colpo di stato cileno del 1973, per lui che a tredici anni si reputa già un attivista politico, è solo una tappa nell’evolversi del suo rapporto col pianto, le cui dinamiche sono il riflesso di un precoce percorso di maturazione. La sua capacità o incapacità di piangere, di infliggere il pianto, scandisce il trascorrere del tempo, assegna agli eventi la corretta collocazione cronologica e rivela il processo di analisi introspettiva – narrato in soggettiva nonostante l’assenza della prima persona – che costituisce la struttura portante del testo e sarebbe già sufficiente a renderlo compiuto, se sotto gli occhi del protagonista, ad aumentare il peso specifico dell’opera, non scorressero i fatti salienti della storia argentina e sudamericana della seconda metà del secolo scorso.

Nella sua prefazione, Funetta ci dice anche che l’accettazione della realtà è il tema nascosto di Storia del pianto, ed è vero, sebbene, a nostro avviso, in funzione del resoconto circostanziato, quasi maniacale, di un’altra pulsione che ci accomuna tutti, quella che ci spinge a definire la nostra identità attraverso i rapporti che instauriamo col prossimo e il perseguimento dei propri ideali. Da ciò deriva anche il costante riproporsi di un interrogativo: possiamo definirci coerenti con le nostre convinzioni, se ci limitiamo a un coinvolgimento intellettuale, a un’adesione consapevole e ci sottraiamo a un intervento attivo? Pauls non ci fornisce una risposta, ma il desiderio del suo protagonista quattordicenne, ancora una volta alle prese con un evento rivelatore, nell’attimo in cui si appresta a sfogliare le pagine dell’organo di stampa ufficiale del Movimento Peronista Montonero, ci rivela la profondità del quesito: “Questo lui vorrebbe più di ogni altra cosa al mondo: che la lettura potesse essere l’intero spazio del presente, che tutto quanto avviene sulla superficie del pianeta fosse inghiottito in un sol colpo dall’atto stesso del leggere” (p. 117).

 
 
(Gianni Usai)
 
 

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