Pong

 
 
 
 

Nel 2021 Del Vecchio Editore ha pubblicato la prima traduzione italiana, firmata da Paola Del Zoppo, di Pong, romanzo d’esordio della scrittrice tedesca Sibylle Lewitscharoff, risalente al 1998.

Il titolo del libro coincide con il nome del suo protagonista. È un ottimo punto di partenza, questo esiguo lemma di appena quattro lettere, per varcare la soglia di un testo che a ogni capoverso contraddice la semplicità – in effetti solo apparente – di una pallina rimbalzante.

D’altra parte, l’onomatopeico Pong è stato onomatopeicamente messo al mondo:

“Perché si generasse Pong, un’altra persona, questa non particolarmente significativa, sebbene significativa per Pong, ha subito uno strappo. [ … ] Ciò che importa è che questa persona, di fatto piuttosto ordinaria prese la decisione, una volta, anche solo per un secondo, di vivere secondo verità. In quel momento inaudito ogni frastuono cessò. Pong[ … ] Una quiete, che rizzò l’udito di tutte le creature, si posò come un velo di panna lucente sul mondo, ed ecco il grande Zac! Ecco Pong. Ma già adulto. Con tutti i denti e tutti i capelli. Sapeva camminare, sapeva parlare. Eccome!” (pp. 18-9).

Prendendo alla lettera questa nascita, così come la voce narrante ce la presenta, bisognerà dunque considerare l’essere vivente Pong come il prodotto di una tensione alla verità. Ciò ne fa – anche – un personaggio astratto e metafisico, oltre che smaccatamene terreno come in più punti si dimostra: “L’undicesimo giorno la fame – quell’eterno difetto dell’uomo – lo spinge fuori dal letto.” (p. 86), oppure, in un solenne monologo rivolto alla sua Fanciulla (sic): “E però prima che io proceda nell’elencazione dei doveri e dei piaceri della nostra vita matrimoniale, devo andare a fare la spesa.” (p. 99).

La contraddizione ontologica che il lettore si troverà così a esperire nelle prime pagine, mentre inizia a delinearsi la peculiare mescolanza linguistica e tematica del libro, in cui un umorismo che vira volentieri al grottesco – connesso agli squilibrati solipsismi di Pong – convive con questioni ultime e teologiche, viene man mano riconsiderata e acquisita non solo come precisa e ben condotta scelta autoriale, ma anche come unico corrispettivo formale possibile dell’essenza di Pong. La contraddizione, in poche parole, non potrebbe non essere: la si accetta nel momento in cui ci si accorge che il testo non fa che rimbalzare tra spinte centripete e centrifughe, confondendo di fatto il suo interno col suo esterno, le sue forme con i suoi contenuti, e ciò su almeno due piani: quello più generale della posizione del romanzo rispetto al mondo e ad altri testi letterari – l’intertestualità è caratteristica fondante di Pong e in esso mondo e letteratura difficilmente potrebbero disgiungersi –; quello metatestuale, per cui si finisce per identificare il personaggio Pong con il testo stesso, che non solo quindi sta narrando di Pong ma che Pong sta essendo.

Se questo discorso può apparire difficile è perché lo è: Pong è un rifiuto in forma di libro della semplificazione di questioni complesse, è un inno alla problematizzazione della letteratura – e del mondo, come sopra – e sembra un invito, pubblicato e letto oggi, a non cedere alla trappola dell’equazione tra facile e vero, tra emozionante e autentico. Pong non emoziona e non coinvolge per definizione, poiché il mondo e la letteratura non coincidono se non in minima parte con un acritico godimento di attimi giustapposti e irrelati.

Uno sguardo più ravvicinato ai due piani di lettura citati, quello del testo in sé e quello del testo fra i testi, può essere utile ad accostarsi a Pong.

A p. 76 si legge: “Nel nucleo dell’enigma si trova sempre Pong, che ridacchia e batte le mani. Ma non vaga come un principiante nell’incirca, bensì si dirige subito verso il miracolo dei miracoli: la trasformazione di se stesso in lingue di cento forme e colori, in bagliori accecanti e fiamme, segni cogitabondi e scherni amorosi, talvolta cosparsi con mano leggera, altre volte costretti da mano pesante.”

È lecito domandarsi di quale enigma si stia parlando, a proposito di questo personaggio narrato da una terza persona che sembra entrare e uscire da una prima pur rimanendo terza, che cita indifferentemente Beckett e la Bibbia, che fa piazza pulita del proprio albero genealogico per poi autoriprodursi – a partire da un uovo e senza intervento di donna – in infiniti esserini stipati su un tetto, che elenca le sue paure e i suoi fastidi, che si espone al pubblico dall’interno di una casa trasparente e che ricorda alternativamente un santo e Ubu Re. È lecito domandarselo poiché i continui spostamenti di prospettiva, le incessanti risemantizzazioni, i tortuosi percorsi associativi, le ardite analogie non fanno che differire di pagina in pagina l’approdo a un nocciolo di senso, quasi si trattasse degli infiniti paratesti di un testo forse assente, di un dislocato Nuovo Commento di Giorgio Manganelli. Eppure questo nocciolo lo abbiamo costantemente sotto gli occhi e non ce ne accorgiamo, benché sia dichiarato sin dall’incipit: “A un pazzo il mondo piace come è perché lui ci vive al centro.”

Si tratta quindi degli sproloqui di un pazzo? Anche: la principale fonte di “riscrittura” di Pong, dichiarata, è Memorie di un malato di nervi di Daniel Paul Schreber. Ma se limitassimo la fruizione di Pong a questo solo dato, l’enigma sussisterebbe per il pazzo, non per chi legge le parole – o il resoconto delle idee – del pazzo. L’enigma, al contrario, una volta insinuato nella mente del lettore, vi persiste, poiché il pazzo al centro del mondo, quello citato nell’incipit, altri non è che ognuno di noi, nella misura in cui ognuno di noi s’impegna in un costante corpo a corpo con ciò che la traduttrice, nel saggio che chiude il volume, chiama “impossibilità di riduzione dei significati al dicibile”: è la lotta, antica come il pensiero, contro il terrore del vuoto dietro il linguaggio di cui siamo fatti.
 
 
(Carlo Sperduti)

 
 

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