Prima o poi incontreremo il mare

 
 
 
di Eduardo De Cunto
 
 
 
 
 
Giorno 177

Anna, mia adorata,

non potrai leggere queste righe, ma ti scrivo lo stesso, giacché è l’unico conforto di questo tempo disperato.

La staffetta non dà notizie di sé ormai da due settimane. Né potrebbe: è partita prima che l’agguato alle gole di Sudbina ci costringesse a ripiegare verso ovest. Le comunicazioni sono interrotte, nemmeno noi conosciamo la nostra posizione.

In mancanza di direttive, ho deciso che muoveremo verso nord. Prima o poi incontreremo il mare; da lì, proseguendo lungo la costa in direzione di levante, raggiungeremo la capitale. Se Dio vorrà, ci ricongiungeremo al resto dell’esercito alle porte di Ničije Mesto.

Ora il nemico da affrontare è la penuria di viveri. Non vi è possibilità di rifornimento: pochi giorni ancora e finiranno.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 181

Anna, mio bene,

per la prima volta in vita mia soffro la sete.

I territori del Nord si sono rivelati inospitali: lo scenario è desertico, non abbiamo incontrato corsi d’acqua, né flora, né fauna, fatta eccezione per i serpenti. La truppa si nutre di quelli, ma ormai è allo stremo. All’orizzonte, verso ponente, si scorge un profilo montuoso. Andremo lì, nella speranza di trovare l’acqua.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 183

Il Tribunale delle Nazioni non mi assolverebbe. È dunque un bene che non possa consegnare queste carte alla staffetta, altrimenti nemmeno potrei scriverle. Non potresti perdonarmi neanche tu, Anna, moglie mia, pur conoscendo l’uomo che sono. Prego allora che mi assolva Dio.

Nella valle ci siamo imbattuti in un villaggio.

Più ancora che questa terra ostile, stiamo esplorando la nostra natura. Gli uomini, dopo giorni di fame e fatica, avevano sguardi di bestie. La guerra fa anche questo, ci consegna uno specchio che riflette la verità di ciò che siamo.

Ho lasciato che mettessero a sacco il villaggio. L’ho fatto per la mia salvezza: tenere a freno i soldati non era più possibile. Alcuni ordini non possono esser dati, per quanto li impongano le leggi scritte e i trattati della guerra. In certe situazioni, vigono leggi non scritte, più crudeli ma più coerenti con il nostro mestiere.

L’insediamento era pressoché sguarnito: i loro uomini sono tutti a difesa della capitale. La poca resistenza che abbiamo incontrato è stata spezzata con ferocia. Ogni casa è stata depredata.

I miei soldati non avevano solo fame di cibo, ma anche di donne. Ho lasciato che saziassero anche questo bisogno: non mi trovo in una posizione di forza e non posso rischiare ammutinamenti o diserzioni.

Non consentirò tuttavia che accada ancora.

Lo sguardo di una donna mi ha ferito. Aveva i tuoi occhi, quelli che hai dato a nostro figlio Andrea, la loro stessa malinconia. Mi ha ferito e ha risvegliato un demone che alberga anche in me: ho provato a mia volta un desiderio di bestia.

Aveva i tuoi occhi ma non sei tu, mia salvezza, mia luna sempre piena nella notte.

Non ho violentato quella donna.

Proseguiremo ancora verso nord. Il contatto con la popolazione ha giovato al corpo degli uomini, ma non al loro spirito. Sono spaventati. Sostengono che le donne di Istina possiedano arti magiche, e che il Nord sia terra di stregoni. Ho vietato che si diffondano tali dicerie, pena la fustigazione. Non voglio che le superstizioni di questo popolo barbaro entrino nelle menti dei miei soldati. Andremo a nord, mostrerò loro che non c’è nulla da temere, se non l’esercito nemico. Se Dio vuole moriremo in battaglia. Quando ci penso non provo dolore, ma sollievo. L’unico rammarico è per te. E forse per mio padre: non tramanderò il suo cognome.

Tuo,

Cristiano

 
 
Giorno 191

Anna, amore mio,

il mare è ancora lontano.

Non abbiamo incontrato altri insediamenti, e questo è un bene per la salvezza delle nostre anime. Ci siamo imbattuti però in un camposanto, con migliaia e migliaia di sassi disposti a cumuli. È segno che altri insediamenti non sono lontani.

Quella dei sassi è l’usanza del luogo. L’interprete mi ha spiegato che sono deposti sui sepolcri in caso di morte prematura, e rappresentano gli anni non vissuti. Deve allora trattarsi di un cimitero di guerra; i seppelliti sono giovani, a giudicare dalla quantità di pietre: una per ogni anno in meno rispetto ai cinquant’anni d’età, la loro aspettativa di vita. Ogni sasso è posato perché gravi sulla terra e l’affanni.

Accanto a uno dei cumuli, su una tavola di legno, era incisa una scritta. Ho chiesto all’interprete di tradurla. Lui non voleva. Mi ha detto che era una poesia, e che non era stata scritta per noi stranieri. Persino quest’uomo che tradisce il suo popolo, di fronte ai sepolti, ha avuto un sussulto di dignità. Non l’ho punito per questo, ma l’ho pregato di tradurla ugualmente, perché anche il carnefice potesse tributare omaggio alla vittima. Allora lui ha mormorato:

Accanto

alle rovine

rimane

la piazza,

Dule mio,

a contenere il tuo ricordo.

A volte vi ritorno

a spiare

le bocce dei vecchi

rotolare,

e sollevare polvere.

Mancassero,

potrei immaginarla

anche senza di te.

Non so se fosse un lamento di madre o di moglie. Mi ha commosso.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 192

Anna, anima mia,

la scritta accanto al cumulo di sassi ha fiaccato la mia determinazione. Ma sono un comandante, e devo anteporre il dovere verso la Patria alle bizze del cuore. È sera tarda e per stanotte ci accamperemo. All’orizzonte appare un altro villaggio.

Proteggi il mio sonno,

tuo,

Cristiano

Giorno 193

Abbiamo ancora viveri, ma non so se potremo recuperarne altri prima di arrivare al mare. Spero ci consegnino le scorte senza combattere: questa volta le donne andranno risparmiate, e se possibile anche i pochi uomini rimasti. Ho disposto la fucilazione per chi trasgredisce.

Anna, il filo di cui tieni un capo mi trattiene alla soglia della follia. Ma ho paura si spezzi. Tra i soldati si sono diffusi racconti di stregonerie, nonostante il divieto, e la loro paura mi contagia. Solo a te, e solo per immaginazione, posso confessare ciò che a loro nego: questo popolo ha qualcosa che mi turba. Le loro parole, i loro sguardi, suonano stranamente familiari. È come se condividessimo gli stessi fantasmi.

Tieni stretto il filo, mio amore, mio irritrovabile approdo.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 195

Cara Anna, moglie mia (o mio sogno d’ambra?),

la realtà sembra smembrarsi davanti ai miei occhi, a stento trattengo il ricordo del tuo viso e della tua figura.

La sortita nel villaggio ha avuto un esito del tutto imprevisto. Gli uomini sono stati respinti, ma non dalle armi. Sono tornati indietro in preda a un sortilegio, piangendo come bambini. Sostengono che i villani abbiano facce cangianti, e di aver visto nelle case…

Follie, mio fiore, follie che non riporto. Soffrono la mancanza dei propri cari e qualcosa deve averli suggestionati. Ho detto loro di riposarsi: sono uomini stremati. Ho provato a quietarli. Ma a me niente porta quiete, se non la tua ombra.

Ieri non sono entrato nel borgo, ho lasciato che a presidiare l’operazione fossero i luogotenenti. Ma è stato un errore: non possiamo rinunciare al rifornimento, domani andrò io stesso a vedere.

Tuo,

Cristiano

 
Giorno 196

Anna, mia ragione smarrita,

il filo che tenevi si è spezzato, e io non sono più né un soldato, né un uomo assennato. Non raggiungeremo Ničije Mesto, non morirò combattendo.

Le vie del villaggio erano deserte, ma dalle finestre una foresta d’occhi controllava ogni nostro passo. Gli Istini hanno occhi scuri di noce, occhi come i tuoi, mio spirito del mattino.

Ho varcato la soglia di una casa. Era minuscola, e sembrava vuota. Stavo per uscirne, quando un fuciliere mi ha fatto notare una piccola porta, celata da un pesante cassettone. Un nascondiglio. Abbiamo spostato il mobile e sono entrato.

Ho lasciato che gli occhi si abituassero al buio del ripostiglio. Per ciò che ho visto poi, ho temuto che il cuore mi cedesse.

Lui era lì, accanto al cibo, rannicchiato con le spalle al muro e le braccia avvolte alle ginocchia. Il colore dei suoi capelli era quello che abbiamo amato. La sua pelle di seta scura, la pelle che ti ha rubato, era la stessa, la medesima, proprio quella che sai. E lo sguardo che mi ha trafitto, quando ha sollevato il capo… pure quello era il suo, di nessun altro al mondo.

Lì, sul pavimento di quella casa, in quel borgo remoto e straniero, c’era Andrea, nostro figlio. Aveva l’età di quando lo perdemmo.

 

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme, nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, sulla rivista Voce del verbo. Altri racconti appariranno a breve su altre riviste: non si impara mai dagli errori passati. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

 

Illustrazione originale di Sara Camagnoni.

 

Sara Camagnoni (Reggio Emilia, 1980). Vive e lavora da sempre in natura e con gli animali. Ama disegnare, soprattutto cavalli, le piace sperimentare e sperimentarsi con altre tecniche, strumenti e temi.

 
 

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