La solitudine del ciclista in fuga

 
 
 
di Andrea Viola
 
 
 
 

Lo specchio rifletteva una figura. Mi fissava. Ho messo un attimo a capire che ero io. Nove del mattino. Colazione fatta, non come le altre mattine, più leggera. Casco, spalle strette, cuffietta della radiolina all’orecchio. Divisa impeccabile. Occhiale da sole veramente figo. Oggi, finalmente, tocca a me. Mi è passata davanti tutta la vita nei cinque minuti allo specchio. Io bambino, io adolescente al Liceo Classico, io all’Università, io da tre anni qui. Ma ne avrò di tempo per pensare. A tutta oggi, da subito. È una tappa di trasferimento, come si dice in gergo, e io mi lancerò per la prima volta in fuga. In verità lo ho già fatto, nelle categorie junior, ma qui non è lo stesso. Milioni di persone mi vedranno, tiferanno per me, proveranno emozioni. Chi scendendo per strada per salutare il gruppo vedrà prima me, chi comodamente seduto sul divano vedrà la mia gara, la mia impresa.

Duecentocinquanta chilometri la tappa, tre GPM, ovvero Gran premi della Montagna. Uno di prima, uno di seconda e uno di terza categoria. L’ultima salita all’otto per cento medio, tre chilometri. Poi quaranta chilometri di pianura e l’ultimo strappo a duecento metri dall’arrivo. Tre traguardi volanti di cui uno in salita. Ho studiato la tappa come faccio con gli esami di Geografia. Sul famoso Garibaldi. Bel nome per un libro sulle tappe di un Giro che attraversa l’Italia. Sa veramente di impresa, come normalmente viene definita quella dell’Eroe dei due mondi con i Mille sbarcati in Sicilia per riunificare l’Italia. Che, in fondo, è un po’ quello che da tempo fa il Giro d’Italia. Sarà bellissimo. In compagnia o da solo, ma sarà bellissimo. Ieri sera il direttore sportivo nella riunione di squadra mi ha guardato. Ha fatto un discorso alla squadra sui valori dello sport, sullo spirito di sacrificio del nostro sport, dell’importanza che riveste la televisione per gli sponsor. Mi ha guardato. E poi: “domani tocca a te, dacci dentro”. Il cuore che batte forte. Pacche sulla spalla, sorrisi dei compagni. Tutti che mi incoraggiano. Sarà bellissimo. Prima di andare in stanza vado a controllare la bici. Accarezzo il telaio, fisso l’adesivo col mio nome. Quante storie. Quante corse, quanti chilometri. Controllo i freni, provo il cambio, un orologio, come deve essere. Grande il lavoro dei meccanici.

Mamma, papà, fratello. Sempre primo e ultimo pensiero della mia giornata. Stasera non voglio pensarvi tanto, quei pensieri me li tengo per domani. In fondo spero sia una questione di solitudine. Io. Il vento. La bici. Per almeno sette ore sarà la mia casa, la mia sedia, il mio tavolo, il mio mondo, più di altre volte. Sarà bellissimo. Sono pronto. Stare soli è per me, è per noi. È la condizione intima dove tu finalmente ascolti il tuo corpo. Oggi la tecnologia si sostituisce a noi sempre di più. Sono i sensori che ci ascoltano e ci dicono cosa fare. Più watt, meno watt, più battiti meno battiti, più cadenza, meno cadenza. Una volta non era così. E per l’occasione ho deciso di tornare a una volta. Ho già avvisato tutti in ammiraglia e, a malincuore, hanno accettato la mia scelta. Tornare a quando da bambino guardavo Pantani volare sulle montagne del mondo. A quando non sapevo neanche cosa fossero i gregari. E oggi sono uno di quelli. Fatica, fatica, fatica. Quella fatica alla quale non riesco a sottrarmi. Ma io sono contento, sono sempre stato ligio agli ordini che mi impartisce la squadra, perché in questo sport essere ligio spesso significa anche solitudine. Quella che manca a questo mondo, sempre costretto tra socialità virtuale, umana, e non riusciamo più a conoscerci. Gnòthi seautòn, conosci te stesso dicevano i greci, perché in fondo siamo tutto e niente, razionalità e follia, capacità e incapacità.

“Dai Andre che domani sarà bellissimo”, me lo dice anche il mio compagno di stanza Fabio. E lui di fughe ne sa, ne avrà fatte decine, mai andate fino alla fine, come è la normalità. Non è normale se i fuggitivi vincono, anche se ultimamente è successo. Dal punto di vista puramente epico è meglio quando la fuga va o non va? Se guardassi il lato sentimentale, e lo considero, sarebbe meglio non andasse perché la gente proverebbe simpatia nei miei confronti, un po’ l’Ettore di turno che al novanta per cento della gente sta simpatico perché perde da secoli. Sarei simpatico anche io se venissi ripreso a tre chilometri dal traguardo.

Sono combattuto se chiedere a Fabio cosa si vive quando si va in fuga. Non so sinceramente se lo voglio sapere. Voglio tenermi la sorpresa. L’emozione. E infatti mi giro verso di lui e gli dico, “Fa, non dirmi un cazzo per favore”. “Andre, solo questo, goditela tutta la tua scena”.

Aver potuto studiare e andare in bici è stata una fortuna. Potrò pensare a tante cose. Anche se di solito da ragazzino chinavo la testa a guardare le gambe che ruotavano, fissando il movimento centrale della bici. Mi calmava. Seguire il movimento rotatorio delle mie gambe, pensare che forse Aristotele avesse ragione nel definire il movimento circolare come quello dei corpi eterni e incorruttibili, visto l’effetto salvifico sulla mia mente.

Ci sono solitudini e solitudini. Quella del ciclista è sempre relativa. Anche in fuga bisogna ritagliarsi il proprio spazio nonostante quello che si può pensare. Le motostaffette, l’ammiraglia che ti segue, le moto della televisione. Devi trovarla nella tua estrema fatica la solitudine, in quella specie di dolore che ad un certo punto assale il corpo, e sai che dovrai portarlo fino alla fine, fino alla sottile linea bianca. Non importa se alzi le mani o meno, l’importante è che tu abbia dato tutto quello che hai dentro, nei muscoli, nella testa. Aver aiutato il tuo capitano. Se vince lui vinciamo tutti, se perde lui perdiamo tutti. Ci sono solitudini e solitudini. Il tennista è solo. Lo schermidore è solo. Il portiere di calcio è solo ma con una certa responsabilità, si capisce. Il ciclista è solo in un gruppo.

Ogni momento oggi è unico. Anche se le ho già vissute mille volte quelle cose. La firma alla partenza. Il saluto della gente. Un po’ di riscaldamento sui rulli. Il saluti degli altri ciclisti del gruppo. Qualche battuta. Sorrisi, a volte un po’ tesi. Stare in gruppo non è sempre facile. Le velocità sono sostenute, cadere è semplicissimo, avere antipatie anche. Tuttavia è altrettanto facile avere simpatie, che vanno per la maggiore. Io sono sempre stato simpatico a tutti, parlo poco, sorrido, sgobbo. Cerco la solitudine. Ed è per quello che la specialità più bella del ciclismo per me è la cronometro. Solo. La bici. Il corpo. Il cuore. L’aria. Il tempo assoluto da battere. La linea bianca aspetta, devo andare.

La macchina è già davanti, vedo la mia immagine riflessa sul lunotto posteriore. Il giudice di gara esce dal tettuccio. Ha la bandiera a scacchi del via e gli occhiali da sole. Non penso a nulla. Scatto. Non mi giro. Il cuore pompa. Le gambe bruciano. La velocità si alza. 40, 50 all’ora. Non mi giro.

“Tu vai, non ti deve importare nulla di quello che succede dietro”. Me lo ripetevano sempre. E oggi lo faccio. Guardo dritto davanti a me. Gli occhi fissi. Strada a perdita d’occhio, ma non esiste nulla. Per un tempo che mi sembra infinito. E poi, finalmente, mi giro. Il gruppo è lontano, siamo rimasti in tre. Le moto staffette e della televisione. Ci guardiamo. Mancano duecentoquarantotto chilometri. Non sono ancora totalmente solo. Ci diamo i cambi, tiri tu, tiro io, tira lui. Il gruppo è sempre più lontano. Li osservo. Vengo totalmente catturato da quel gesto che si svolge oltre me. E che io ripeto. Da quella posizione che fa di uomo e macchina una figura bellissima, circondata da perfezione quasi erotica. Facciamo fatica in tre, la velocità è sempre sostenuta. Dobbiamo prendere vantaggio. Sempre più vantaggio. Oggi forse staremo insieme e lotteremo su tutte le linee bianche

Penso. Sono senza sensori, non vedo battiti, né cadenza di pedalata, né wattaggio. Penso al mio corpo, e cerco di adattarmi a quella fatica infinita. Mamma, papà e Fra, vi ricordate quanto vi ho stressato per la bici. Volevo solo quello e giocare a pallone. Cinquanta chilometri. Passa la moto, sette minuti di vantaggio. Tra cinque chilometri il primo traguardo volante. Andremo allo sprint, dei tre sono il più scarso, devo stare a ruota fino all’ultimo. E se vinco a chi lo dedico? Perché magari a fine tappa mi intervistano e io devo dirlo che lo dedico a qualcuno. Ne ho tanti a cui farlo. Ma sì, in fondo non posso che essere loro, i primi, lassù. Se lo meritano. Quattrocento metri, ci guardiamo. Cerco in tutti i modi di non stare davanti. Trecento metri, rallentiamo. Penso a chi dei due può essere il più veloce. Duecento metri, il tempo sembra essere al nostro servizio. Centocinquanta, rompo gli indugi. Testa bassa, muscoli che bruciano. Esisto solo io. No purtroppo. Di tre, faccio terzo naturalmente. Fossimo stati in quattro, avrei fatto quarto. È comunque un podio, ve lo dedico.

Il vantaggio è costante. Sembriamo un corpo unico noi tre. La gente in tutti i paesi che attraversiamo ci applaude. Penso che la dedizione a questo sport non solo degli atleti ma anche dei tifosi sia qualcosa di esaltante. Ci vedono passare per un attimo. Eppure mollano tutto ciò che stanno facendo e vengono a tifarci, salutarci, testimoniare che facciamo parte di una comunità. Preti, avvocati, impiegati, pensionati, bambini, nessuno escluso. E non importa di che squadra sei o se sei straniero o italiano. L’importante è portare avanti questo spettacolo della fatica unico al mondo, rompere, per un giorno, la vita di quel paese che per trecentosessantaquattro giorni all’anno non aspetta altro che il passaggio del Giro d’Italia.

La prima salita l’avevo studiata bene. Quattro chilometri al cinque per cento. È la mia. Mi hanno fregato al traguardo volante ma questa volta non lo faranno. Giuro. Rimaniamo in due, l’altro compagno di fuga all’inizio della salita ha forato. Questa è sfortuna, non si può dire nulla. Attesa dell’ammiraglia, cambio bici. Non riuscirà a rientrare. A noi due.

Andiamo su forte. Ho mangiato prima, ho preso il gel energetico per preparare al meglio questo sprint. Non guardo il contachilometri, immagino la velocità dall’aria che mi arriva addosso. È una questione per due. La linea bianca non può fare sconti. Ne consacra uno, due, tre. E basta. Questo mi rincuora, siamo io e lui. Cento metri, tiro giù un rapporto. Questa volta è per tutti voi. Tutti. Un ottimo secondo posto.

L’ultima salita fa male. Tre chilometri all’otto per cento medio. Punte al dodici per cento. Dopo duecento chilometri. Fa male. A metà salita lui molla, e allora non posso fare altro che andare a tagliare la linea bianca. Immagino davanti alla televisione gli applausi di chi mi conosce. Vi ringrazio tutti, è per voi. Ve lo dedico. Brindate per me. Gioite per me.

Ora inizia il bello, discesa. Ultimi quaranta chilometri. In perfetta solitudine. Spazi sconfinati, solo a perdita d’occhio. Cerco di immaginarmi dal di fuori. Non mi posso vedere, mi immagino. Io e la bici. Posizione aerodinamica. Guardo per un attimo il contachilometri. 44 all’ora. Meno di un’ora alla linea bianca. Sono distratto da una motostaffetta, il vantaggio è sceso a 4 minuti. Va bene lo stesso. È l’unica cosa a cui non devi pensare. Vai tra i prati, tra le campagne, tra le case, testa bassa e pedalare, come ti dicevano da giovane. Attraverso i paesini. Penso a quelle vite uniche e che scorrono spesso sempre uguali nei giorni e nell’alternanza delle stagioni. A come deve essere in inverno quando alle cinque della sera è già buio e fa freddo. E ti alzi per andare a lavorare alle sette quando è buio e fa freddo. Penso che se sto facendo uno sforzo incredibile sono comunque fortunato. Trenta chilometri mancano, quattro minuti, vantaggio stabile. Crederci o non crederci? Questo è il problema. Dall’ammiraglia mi spronano, ho il via libera del capitano. “Andre, giocati le tue carte”, mi urlano con la testa fuori dal finestrino. Io faccio “ok” col dito, mi avvicino per la borraccia e i gel, ma ora vorrei che mi lasciassero solo. Abbasso la testa a guardare le gambe che ruotano. Mi viene da pensare a quando studiavo greco e latino e il giorno andavo ad allenarmi sulle salite intorno a casa. Nonostante facessi allenamenti intensi la bici era già libertà per me. Studiavo la sera quando tutti dormivano, mi allenavo di giorno quando tutti studiavano. Stavo all’aria aperta e mi ripetevo quello che ascoltavo la mattina a scuola, così, come dicevano i professori, facevo metà del lavoro. Venti chilometri, mi hanno recuperato un minuto, ancora tre di vantaggio. Mi prenderanno. Accelero finché ne ho. Ed è strano, non penso a nulla in quei secondi di picco dello sforzo. Nulla, neanche dove mi può portare quello sforzo. E poi sono solo, solo nell’immensità del mondo che mi circonda. Io, il mio cuore, i miei muscoli. La mia vita. Non importa quando mi prenderanno, è stato bellissimo. Dieci chilometri, due minuti. Sono stanco. Duecentoquaranta chilometri che vado forte. Mi rimane poca solitudine. Chiudo gli occhi. Ci siete voi, mamma, papà, fratello che mi aspettate sul ciglio per incitarmi. Magari, mi rimane solo il pensiero. Ma va bene così, vi voglio bene. Cinque chilometri, un minuto. Tre chilometri, trenta secondi. Due chilometri, quindici secondi. Mi prendo gli ultimi incitamenti delle persone. Mi giro. Arrivano. È stato bello. Domani si riparte.

 
 

Andrea Viola, nato nel 1977 a Sanremo, la città di Calvino e dell’arrivo della Classicissima Milano-Sanremo, ha vissuto per 20 anni nella vicina Arma di Taggia. Si forma al Liceo Classico G.D. Cassini della città dei fiori, e gioca a clalcio nel ruolo più impegnativo, più curioso, più solo: il portiere. Concluso il Liceo emigra a Genova, dove vive tutt’ora, per studiare Storia Antica e prendersi un master in “Responsabile di scavo archeologico”. Continua a fare il portiere, ma di calcio a 5. Poi la bici, l’amore primordiale. Oggi fa l’impiegato, scrittore, poeta e ciclista in una squadra amatoriale. E gli piace da morire il calciobalilla.

 

Illustrazione originale di Agata Argentina.

 

Agata Argentina è il nome d’arte di un’ostinata amica di Andrea Viola, da lui contagiata dalla passione per il ciclismo e le biciclette d’epoca. Pedala, disegna e scrive ogni volta che può. Dottoressa di ricerca in Letterature Comparate, ha scritto articoli vari sulla letteratura di migrazione tra l’Italia e l’Argentina, su De Amicis, Fenoglio, Pariani. Nel luglio del 2016 ha cavalcato la preziosa Wilier Toni Bevilacqua di Andrea Viola.

 
 

2 comments

  1. Accattivanti il modo di scrivere, le analisi, le descrizioni degli stati d’animo o dell’approfondimento della conoscenza di sé. Bella la fine che rimanda a domande e continuità.

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