Talib, o la curiosità

 
 
 
 

Una fiaba, un racconto e un crocevia di narrazioni, un romanzo fantastico e d’avventura, erudito e umoristico, al contempo. L’opera d’esordio di Bruno Tosatti, pubblicata da Tunué nel 2019, si apre con una prefazione in cui si ricorda che Talib, o la curiosità è la quarta di una serie di storie raccontate dall’‘Autore’, durante “le sette sere di festa che anticiparono il matrimonio della principessa di Babilonia” (p. 7).

Ed è proprio della principessa che Talib, un lucidatore di pomelli alla corte del re, si innamora. Tuttavia, per sposarla dovrà donarle “un diamante grande quanto la testa di un toro” (p. 10).

Nel corso del viaggio alla ricerca della pietra, Talib incontrerà una folta schiera di eccentrici personaggi impegnati a inseguire qualcosa: ad esempio, Adem, l’astronomo sulle tracce della costellazione mancante, o il burocrate Miralem, “a caccia di selvaggi peruani della giungla”, che sono “«[…] selvaggi perché hanno la fronte bassa, vanno in giro vestiti mezzi nudi e mangiano le scimmie […] e soprattutto non pagano le tasse»” (p. 17). E ancora, solo per citarne alcuni, Issachar, un “frugolo”, cioè un essere che non ha fretta di crescere, che cerca l’animale più grande dell’universo, o Nizar, un monaco deciso a liberarsi dal desiderio.

Presto si comprende che il principio e la fine, il motore e la direzione del racconto sono pretesti per dare una forma a ciò che si rivela più urgente, ossia seguire e assecondare il rigoglio incessante delle storie.

Ecco che le digressioni dedicate a personaggi apparentemente secondari rispetto all’impresa di Talib diventano deviazioni che testimoniano il proliferare del movimento e della vita. La narrazione arriva a superare i singoli individui al punto che non esistono protagonisti, ma curiose figure che si agitano ciascuna dentro il proprio mondo.

Al contempo, il movimento centripeto del romanzo è dato dalla descrizione precisa di una fantasia.

Da un lato, perdersi, cioè liberarsi di sé e delle forme a cui si è abituati, è inevitabile per conoscere. Eppure, dall’altro, la conoscenza consiste anche nel sapere come funzionano le cose, cioè nella costruzione di una scienza.

Ecco cosa accade a Talib impegnato a lucidare la luna:

“[…] ti assegnano uno spicchio di cupola che va da est a ovest, poi ti danno uno scopettone, e con quello devi lucidare il tuo spicchio, avanzando di ventitré chilometri al giorno, ogni giorno, per quattordici giorni. E devi essere estremamente preciso, perché è proprio guardando la cupola, che la gente della luna tiene la misura del tempo che avanza. Solo che la cupola è un po’ più che semisferica, perciò nel tratto iniziale e finale è verticale e per lucidarla devi tenerti appeso con due ventose, e non sempre le ventose si attaccano perché qua e là, nel corso dei secoli, la superficie della Luna si è arrugginita e non è più liscia come una volta, perciò è anche pericoloso” (p. 174).

Un mondo descritto minuziosamente in tutta la sua simpatica bizzarria, oltre che popolato da originalissimi animali: “[…] dopo cinque giorni l’elefante elegante è praticamente completo: è alto due giraffe e mezzo, ha un grande cesto per trasportare i frugoli, quattro zampe con altrettanti bruciatori, un pancione che si gonfia di aria calda, le orecchie per stabilizzare il volo e la proboscide per soffiare” (p. 43).

Il ritmo del racconto è segnato dai continui incontri tra i personaggi, che sfociano molto spesso in dialoghi:

“«Mancano le zanne» osserva Issachar «senza le zanne come fa ad attaccare l’elefante elegante degli adulti che vengono a rubarci la salamandra?».

Non ci avevano pensato, i frugoli, a questo pericolo per nulla remoto. «Però gli abbiamo già appiccicato i capelli in testa» dice il capofrugolo, indicando il ciuffo di peli di noci di cocco posto sulla sommità del pallone. «Ormai è un elefante asiatico, e l’elefante asiatico le zanne non ce l’ha»” (p. 43).

Ciò che affascina del romanzo è l’immissione all’interno di una dimensione fantastica di riferimenti a modi di ragionare e agire degli esseri umani: un connubio che crea straniamento ed effetti umoristico-grotteschi, svelando la sostanza assurda di ciò che chiamiamo comunemente realtà.

“Il quarto giorno di cammino, mentre attraversano un ruscello, i frugoli sentono un verso da papera provenire da dietro a un sasso: è un platipo, non c’è dubbio, e i frugoli odiano i platipi. Il fatto è che, studiando i risultati dell’Istinto, un eminente biologo di Andamane ha deciso che tutte le bestie e forse pure gli uomini sono il frutto di un’evoluzione dettata dalla selezione naturale. E di questa cosa ora tutti, nella capitale dei frugoli, sono convintissimi. ‘Che senso ha un animale con la coda e il corpo di un castoro grasso, il becco e i piedi di una papera, che è mammifero ma depone le uova, che allatta ma non ha le mammelle?’ pensano quindi ogni volta che vedono un platipo, e ogni volta lo inseguono, lo riempiono di mazzate e lo mettono in un sacco” (p. 41).


Un romanzo densissimo di elementi e suggestioni, di rimandi alla tradizione letteraria e di invenzioni dettagliate, che diverte, cioè volge altrove, e al di là, lo sguardo, seguendo una immaginazione precisa, affilata.

In Talib, o la curiosità, ci si trova calati dentro una realtà fantastica dominata dalla quantità e dal caos, dall’incontro e dallo scontro, dalle domande e dall’apparente assenza di senso, da personaggi che compaiono e scompaiono, una realtà sempre attraversata dal movimento delle azioni e delle parole.

E poi?, sembra chiedere la voce bambina nascosta tra le pagine.

Raccontare, allora, probabilmente significa imitare l’inarrestabile, visibile e invisibile, procedere della vita, o forse addirittura è il tentativo di crearne una infinita.

 
 

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