Alfonso Marat che cacava dai dirupi

 
 
 
di Alessandro Guaita
 
 
 
 

Se c’è una cosa che Alfonso Marat ama più di ogni altra sono le cacate d’altura. Lo si è sempre visto partire dal paese di primo mattino e percorrere i sentieri angusti che portano verso le nostre cime, massicce e imponenti e spaventose, con in mano un rotolo di carta igienica. Sarà per una sensazione di onnipotenza, una vibrazione che la natura minacciosa e incontaminata può dare in certe circostanze alle viscere, o forse proprio l’opposto, uno spregio per la vastità delle montagne e di ciò che ci sta sotto, cioè noialtri. Chissà.

Ad ogni modo, la mattina in questione il Marat s’arrampica di buonora su per il dirupo che porta alla malga degli Orfani. È un sentiero impervio e aereo, molto esposto e, da quanto ne so, una parte era pure venuta giù con le frane del disgelo. È una bella scarpinata, ma il Marat se la fa tutte le mattine: è un montanaro autentico, e per quanto beone di natura – e secondo alcuni anche un po’ tocco – gambe e fiato non gli son mai mancati.

Giunge al suo punto preferito. È una piccola piana erbosa che s’affaccia sulla malga, ancora chiusa per la stagione. Si sta per calare le braghe quando si guarda attorno. L’aria è calda, il cielo terso, un venticello fresco e piacevole gli solletica le natiche appena scoperte. Il sole si sta affacciando da dietro la cresta. È già primavera, rimugina. Allora, fattosi ambizioso, si riabbottona la patta e prende uno dei sentieri che vanno alle cime e che si collegano con le vie alpinistiche. Le conosce bene, il Marat. Sale per un ghiaione, passa una cengia nuda, s’arrampica di più. Un cervo spunta dal fianco del monte per prendere il primo sole e quando lo nota si ritira sparendo dietro il versante opposto. L’erba è bagnata e il muschio manda un puzzo agrodolce che lo stimola. Sale ancora.

Vede finalmente il punto che fa per lui: passata la forcella, un crostone di roccia sporge dal fianco della montagna come un pugno teso, lascito forse di una slavina dovuta al disgelo. Una volta arrivato in quel punto, il panorama è spettacolare: la nitidezza della giornata permette di vedere valli e cime e altri orizzonti che di norma la foschia nasconde. Aguzzando bene la vista, si stagliano, grigie e incomprensibili, le città più grosse, fin quasi alla costa, una linea blu che si confonde con quella del cielo. Per il turista sarebbe una cartolina, per il Marat un punto strategico dal quale defecare.

S’abbarbica sul punto più esposto e, fortuna sua, c’è un alberello a cui aggrapparsi. È un vecchio pino mugo, basso, che spunta dal crostone come un ciuffo. Il che gli dà la possibilità di cacare direttamente sul vuoto sotto di lui, una parete calcarea di ottocento e passa metri che dà sul bacino di un piccolo fiume – in realtà poco più che ruscello – che manda piccoli abbagli.

S’appresta alla cacata. Si cala le braghe sino alle caviglie e si regge con ambo le mani a un ramo del pino. Nel fare questo dà il culo nudo verso valle e si volta un poco per godersi la vista. Tra lui e l’immensità s’interpone solo qualche falco che, forse confuso, s’allontana in fretta. Si sporge, caricando tutto il peso sui piedi e reggendosi al ramo. Contrae i muscoli addominali, finalmente pronto.

È un albero solido, di norma, il pino mugo. Resiste a venti e tempeste e ci si fanno utensili che durano. Quello che il Marat ignora, però, è che questo esemplare si attacca alla vita con tutta la sua forza in una linguella di terra e detriti nei quali affonda delle radici poco profonde. Non lo si direbbe, così abbarbicato che pare un monaco in meditazione, ma si sente un po’ precario, il pino.

Un piccolo crac. Un movimento di ghiaia e terriccio. Il Marat accenna a una bestemmia. Poi l’alberello gli resta in mano, portandosi dietro radici e detriti.

Il Marat precipita. Il vuoto improvviso e la sensazione di caduta libera gli liberano le viscere, mentre lui ondeggia e si volta con il ramo ancora in mano. Caga, insomma, appena gli manca il terreno da sotto i piedi.

Vola, il Marat. Sono ottocento – e più – metri di caduta libera fino a terra. Con l’occhio il Marat sa già dove sta andando a finire, ne identifica subito il punto: giusto a lato del ruscello, su una serie di rocce tondeggianti. È spacciato e lo sa. È una cosa che ogni uomo di montagna si figura nella propria testa, quella del volo. È cosa che capita. E tutto sommato ci sono modi peggiori di andarsene. Il Marat, che non ha mai fatto della prudenza e del buon senso le proprie bandiere, un po’ se lo aspettava e, nel volo, accetta la cosa con dignità. Non si dispera, non grida. Abbraccia quell’ineluttabile destino che gli è toccato in sorte e con la testa già si consegna al suolo e all’eterno.

Però accade una cosa. Con la coda dell’occhio, sulla sinistra, il Marat scorge una massa scura: è la sua merda. Benché di fronte a qualcosa di ben più importante, considerando il contesto, al Marat gli rode un pensiero. Perché la merda, infatti, sta un po’ più avanti di lui. Un sette otto metri buoni. E pare aumentare il suo vantaggio. Il pino – controlla il Marat – invece è lento a cadere, ché con tutte le foglie ancora su non è certo aerodinamico e pertanto, non competitivo, il Marat lo ignora.

La gravità, si sa, è uguale per tutti, ma la resistenza dell’aria no, quella varia a seconda del corpo in caduta. Lo stronzo che lo precede – si tratta di un blocco unico, compatto, simile a un pallone da football americano, benché non così ragguardevole nelle dimensioni – è avanti di lui di almeno dieci metri, e lui è ancora lì che agita le braccia, istintivamente, per bilanciare il peso, come capita a tutti noi quando facciamo un tuffo che ci pare un po’ fuori asse.

Dovrebbe, nei pochi istanti che gli restano da vivere, farsi partire il filmino sulla sua vita. Lanciare un pensiero e un bacio alla madre. Ripensare a ciò che di buono – non molto a dire il vero – la vita gli ha serbato. A noi del paese con cui è cresciuto. Alla spola tra il bar e la fabbrica tessile e tra il bar e la sua topaia che ancora divide coi suoi, e alle cime e ai sentieri e agli alberi e ai luoghi che, nel bene o nel male, lo hanno reso il Marat.

Ma il Marat no, non è di quelli. Manco il cazzo. Perché al Marat a farsi battere non c’è mai stato. Gli pare poco lusinghiero che la sua merda macini terreno più in fretta di lui. Lo indispettisce proprio.

E allora quel testardo di un ubriacone fa una cosa: si lancia a missile, minimizzando l’attrito dell’aria, con le braccia distese lungo i fianchi, lo sguardo concentrato e fisso verso terra, l’aria che gli sfigura il volto – già precedentemente abbruttito dalle risse e dal bere – e gli occhi che sono due fessure sottili sottili che, senza spostare la testa, di tanto in tanto scrutano l’avversario, ancora in leggero vantaggio. Battagliero, non si dà per vinto. E guadagna terreno.

C’è poca roba che conta, nella vita. Pochi momenti che, nel becero susseguirsi di azioni sempre uguali, assumono un significato. È lì che le cose si addensano, diventano chiare e compatte. C’è arte, in robe così. Anche se poi, di norma, pure queste passano.

È stata una grande gara, raccontano i testimoni, vinta dal Marat di appena un paio di metri. Poco prima dello schianto, un senso di vittoria gli fa lanciare le braccia in alto, cioè verso il basso, essendo a testa in giù, in un equivocabile gesto d’esultanza, come prima di tagliare il traguardo di una corsa campestre.

Al paese se n’è parlato per un po’. Ancora adesso al bar, anche se con meno frequenza, gli si fanno dei brindisi, come si è usi a fare in onore di chi, volente o nolente, diviene una piccola leggenda. E dalle nostre parti non è cosa da poco.

 

Alessandro Guaita si laurea in Lettere a Padova, sua città natale. Si laurea poi in Storia del Cinema a Roma, dove viene ammesso al CSC. Si laurea anche in Narrativa Culturale in Francia, Canada e Portogallo. Scopre infine che i titoli di studio non vanno di moda. Inizia pertanto a collezionare stage più o meno retribuiti presso fondazioni e associazioni più o meno culturali.
Non usa i social network. Non perché sia contrario, quanto perché irrimediabilmente incapace. Scrive da sempre, occasionalmente pubblica racconti o saggi. Attualmente vive a Venezia.

 

Illustrazione originale di Stefano Mario Zatti.

 

Stefano Mario Zatti nasce a Padova nel 1983.
Si forma all’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Vive e lavora tra la provincia di Venezia e il Cadore.

 

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