Benevolenza cosmica

 
 
 
 

“«Il problema è che Dio, o l’Universo, o qualche altro potere impersonale ha deciso di esaudire tutti i miei desideri. Tutti. Compresi quelli che non mi sono mai nemmeno sognato di esprimere»”, pp. 79-80.

Con queste parole Kurt O’Reilly, protagonista di Benevolenza cosmica (romanzo d’esordio di Fabio Bacà, uscito per Adelphi nel marzo del 2019), spiega all’amico Bob Lewis la sua bizzarra, nonché ossessionante, condizione.

La vicenda di O’Reilly ha inizio nello studio del suo medico, il dottor Halliwell, che gli diagnostica una lesione intraoculare, manifestazione di una forma tumorale maligna nel novantasei per cento dei casi; le analisi cui O’Reilly si è sottoposto, tuttavia, lo collocano senza dubbio nel restante quattro per cento.

Da qui prende il via una rocambolesca serie di curiosi episodi, in cui Kurt – che lavora in un istituto statistico londinese – viene investito da una fortuna prima curiosa, poi inquietante, infine asfissiante: egli ottiene profferte sessuali, inopinati successi economici, piccoli e grandi favori, e il suo atteggiamento – che dopo l’iniziale incredulità si fa via via più oppositivo – moltiplica la comicità delle scene. Come quando un tassista, all’ultimo turno lavorativo della sua vita dopo quarantadue anni di servizio, vorrebbe offrirgli una corsa (corsivo nel testo):

“«Non è possibile» mormorai.
«Prego?».
«Non ci posso credere. È ridicolo».
«Ridicolo? In che senso?».
«Nel senso di assurdo».
«Non capisco».
«Non importa. Tanto ho intenzione di ristabilire un minimo di normalità, quantomeno relativamente al tuo caso. Perché adesso tu non solo mi porterai a destinazione, ma prima di fare un solo metro inserirai quello stramaledetto tassametro, emblema del tempo e del denaro che domina ogni cosa. Perché è questo che avrai alla fine della corsa, amico: denaro. Denaro in cambio di tempo. Avrai il tuo stramaledetto, meritato compenso, cui aggiungerò pure una mancia. Non sognartela nemmeno, l’ipotesi che io interrompa un rito lungo quarantadue anni Ti pagherò quanto dovuto e andrò per la mia strada».”, p. 50.

Chi scrive queste righe, tuttavia, ha tratto sicuro divertimento anche dalla scrittura di Bacà, di rara precisione. La puntualità e ricchezza semantica, rafforzate da un uso sempre creativo e intelligente della metafora, crea un felicissimo contrappunto con la vivacità dei dialoghi. Altrettanto gustose sono le descrizioni dei personaggi, affidate a un piglio quasi espressionistico. Si leggano ad esempio alcune righe tratte dalla presentazione del dottor Halliwell: “Si era sposato quattro volte e aveva sempre divorziato: da ognuna delle mogli aveva avuto due figli, seguendo un oscuro modello archetipico di compiutezza familiare alla cui realizzazione faceva immancabilmente seguito un rapido declino del suo interesse di padre e marito esclusivo – come se l’idea di un solo nucleo di parenti fosse inconciliabile con i suoi princìpi di fondamentalismo poligamico. Invecchiando aveva raggiunto un’insperata pacificazione sentimentale, grazie alla quale era diventato un placido sessantacinquenne che intratteneva una solida relazione con una professoressa di immunologia della stessa università in cui insegnava da trent’anni. Aveva i lineamenti arrotondati di un amante di birre scure e occhi di un azzurro un po’ losco”, pp. 10-11.

Proprio il divertimento di cui si è preda durante la lettura impedisce di addentrarsi in pericolose chiavi interpretative, benché venga quasi da sé la tentazione di notare che la prospettiva professionale del protagonista – abituato a leggere gli eventi da un punto di vista probabilistico – è sbaragliata senza fatica dalla mastodontica fortuna di cui egli è… vittima. Come se l’illeggibilità della vita resistesse a ogni tentativo di chiuderla in una norma (che peraltro, nella scienza statistica, è sinonimo di moda, e indica il più frequente di un insieme di valori esaminati).

Nelle ultime pagine del romanzo si assiste a un colpo di scena che sovverte il senso di questo scorcio di biografia fantastica, oltre a chiuderlo in una cornice. Se ci si guarderà bene dal dire di più, non ci si esimerà dal supporre come questo finale – che in qualche modo giustifica e doma l’eccezionalità di quanto fin lì letto – possa forse nascere dal dubbio dell’autore di avere troppo osato.

Probabilmente la trovata non aggiunge bontà al romanzo. Ma non scalfisce la qualità della scrittura dell’autore, e la facilità con cui dà vita a situazioni di grande verve comico-paradossale.

Viene da immaginarsi, da augurarsi, una prossima prova di Fabio Bacà, condotta con altrettanta abilità stilistica, magari dall’intreccio più articolato e priva di metafinali forse un po’ pretestuosi: abbandonarsi al godimento estetico di un’opera condotta con maestria (la maestria che Bacà possiede) è già un sollievo non piccolo dal terrore dell’universo.

 
 
 

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