Come si sta al mondo

 
 
 
 

La figura intorno a cui ruota l’intenso romanzo di Davide Martirani, Come si sta al mondo (Quodlibet 2018), è Maria, una ragazza che ha paura.

Della vita, di stare al mondo. Una donna che cerca il proprio posto, purché riparato; che vorrebbe per sé un luogo e un tempo di tregua.

Perché la vita è anche volontà di affermazione e di potere sugli altri. La vita, in questo senso, è violenta e prenderne parte è assumere su di sé la colpa di esserci.

Maria abita con l’anziana signora De Siervo, della quale si occupa, in una grande città italiana mai nominata. Conduce un’esistenza appartata, interrotta soltanto dai pranzi domenicali con la madre Natalia e dal servizio nella chiesa del quartiere, una volta a settimana, durante il giorno di riposo.

Ecco come il narratore dà voce allo sguardo di Maria davanti alla donna che assiste: “Tutti i suoi gesti avevano qualcosa di abominevole, una sorta di candore infantile reso ripugnante dalla determinazione che vi si leggeva sotto, quella volontà sorda e inflessibile di accomodare la realtà al proprio desiderio che tutti i viventi condividono, e che in lei si manifestava indecente, crollato con la vecchiaia lo schermo opposto dall’educazione” (p. 19).

Le acute e sottili percezioni della protagonista non si trasformano in azioni, sono in ogni caso schiacciate in una vita anonima, sebbene turbata da un segreto inconfessabile: da quando è bambina Maria avverte infatti la presenza del diavolo.

“[…] a un certo punto si accorge di un odore strano che le entra nella testa dal naso e invece di perdersi rimane lì e si agita e sbatte, e poi è come se le colasse dagli occhi coprendoli tutti e la chiesa si tinge di un giallo ammalato dove le persone sono macchie nere simili a mosche” (p. 16).

Tuttavia, si tratta di un’esperienza che – seppur ogni volta inedita e sconvolgente – sembra non bastare da sola a produrre dei veri cambiamenti nella sua esistenza: sarà piuttosto l’arrivo in Italia della cugina Roxana a innescare una serie di accadimenti che stravolgeranno la quotidianità della protagonista.

“L’idea di crescere e vedere il mondo, di imparare e incontrare persone, l’ha sempre riempita di sgomento, come una minaccia talmente lunga e articolata da non lasciare modo di aggirarla o di respingerla. Da che ha memoria, vedere gli altri che andavano lieti incontro alla vita le ha fatto provare solo rancore. Come una bestia alla catena, ha smesso molto presto […] di provare a inseguire quelli che vedeva passare spediti di fronte a sé. E ogni volta le è parso di essere un chiodo conficcato nel muro, incapace di qualsiasi movimento che non fosse l’andare più a fondo nella stessa direzione di sempre. Se mai ha creduto che Dio potesse esistere […] non era certo nel trionfo affermativo della vita che sente vibrare adesso in quel canto. Se Dio esiste, pensa Maria, è solo nel buio e nel silenzio che lo si può trovare, quando la vergogna si attenua e l’anima ha un poco di tregua” (p. 233).

Questo denso e appassionante romanzo, con una scrittura in equilibrio tra analisi e sintesi, approfondimento e ritmo, è composto di due parti: la prima intitolata Lo snido e la seconda Il regno, tra le quali è collocato l’intermezzo Sepolta, interamente dedicato a una tragica vicenda del passato di Maria. L’Epilogo sigilla l’opera e, al contempo, pare mostrare un varco nell’esistenza della protagonista.

La narrazione prende avvio da due movimenti, uno verticale e uno orizzontale.

Da un lato, ogni esperienza che Maria fa nel mondo è una scommessa di parità perduta, per lei che “ama le cose a un verso solo” (p. 46); lo scambio le rivela soltanto l’impossibile gratuità di ogni gesto umano, è degradazione e svilimento. La logica del favore a cui la madre ha educato Maria, se è vero che alimenta il legame sociale e il mutuo sostegno, agli occhi della giovane appare però fondata sul potere e sull’interesse personale, e pertanto si dimostra unicamente una lotta incessante che logora chi la pratica o la subisce e che produce vincitori e sottomessi. Ecco che per Maria l’unica soluzione pare essere la strenua difesa e il rifiuto di affidarsi all’altro e di coltivare legami profondi.

“Il trucco, Maria aveva capito, stava nel lasciare il debitore in una perpetua indeterminatezza, senza dargli un appiglio per quantificare la portata del beneficio ricevuto e commisurarvi la grandezza della ricompensa” (pp. 46-47).

Dall’altro, secondo la prospettiva in cui è immersa Maria, anche il dono è insostenibile, schiaccia chi lo riceve o si riduce a una dimostrazione di superiorità da parte di chi lo porta: il movimento verticale pare essere principalmente verso il basso, lo sprofondamento e la repressione che generano soltanto immobilità. Il timore delle altezze, anche quando sotto il velo della paura della superbia e della volontà di dominio, maschera il terrore della vita.

È possibile quindi vivere senza dare o subire dolore? Le pagine dell’Epilogo forse provano a rispondere a questa domanda.

Il romanzo pare dipanarsi lungo tante altre dualità più o meno sotterranee, quali ad esempio l’incontro o lo scontro tra giovani e anziani, tra maschile e femminile, tra madri e figlie, tra passato e futuro, tra l’appartenenza a un luogo e l’essere stranieri e tra città e natura.

Probabilmente, solo appartenere a un luogo più grande di sé stessi, sospendere qualsiasi forma di giudizio, accettare di essere dentro il movimento della vita, in un’animalità mansueta, permette di interrompere l’ambiguità dello stare al mondo:

“Seduta con scolopendre intente a scavarsi una via al nutrimento, vedeva il volo forsennato dei bombi, il meccanico passare di fiore in fiore, e sulla pelle avvertiva il fruscio degli steli ad ogni strisciare di lucertola. Tra cose che funzionano, rivolte all’utile e mai turbate dalla scelta, trovava infine pace”, p. 45.

 

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