RICONOSCIUTA

 
 
 

di Stella Poli
 
 
 
 
L’hai riconosciuta da un tatuaggio. Ti hanno mostrato solo quello, d’altronde. Era coperta da due teli spessi: uno fissato attorno al seno, come se lo annodava lei quando usciva dai suoi lunghi bagni alla lavanda. L’altro le copriva il collo e il viso, un po’ rimboccato. Ti hanno chiesto, con garbo, se riconoscevi le due rose che le aveva tatuato Sonja sulla clavicola, il giorno che tuo padre se n’era andato. Hai detto solo sì, anche se non sembravano più quelle, il brigadiere ha fatto un cenno con la testa e, per un po’, non ha saputo cosa aggiungere.

 

L’avevate aspettato quattro giorni, tuo padre, lei sperava tornasse, chissà perché poi, per Pasqua, per il banchetto coi cugini, nell’aia. Passavano, in quei giorni, a turno, alcune donne a vegliarvi, come un lutto ma attutito.

La nonna taceva. Aveva i capelli ancora scuri, la nonna, come i tuoi, con una riga dritta in mezzo. Tu avevi gli occhi di tua madre, azzurro chiarissimo: come il ghiaccio che non si sa se tiene, diceva la nonna, con una certa riprovazione nella voce.

 

Siete scappati di martedì, le uova sode colorate con la cipolla in un fazzoletto di seta damascata e un maggiolone nero, che tua madre guidava troppo veloce. Ti sembrava magnifica, tua madre, gli occhiali scuri fino al tramonto, che lanciava sigarette fumate a metà fuori dal finestrino e pensava di ingannarti piangendo da un occhio solo.

 

Quando siete arrivati in quel paesino d’Appennino di provincia vi ha accolto un rosario straordinario, indetto in fretta e furia dal prete, resosi conto della situazione: tua madre era alta, bellissima, comunista. Sfrontata come i serbi di mare, sola. S’invocava aiuto dal cielo, ce ne fosse.

 

È uscita un giorno di sole a cercare lavoro. Era rientrata a sera tarda, con una ruga verticale incisa dai rifiuti in mezzo agli occhi. Aveva in mano però una corona d’aglio e cucinò lo stesso i cevapcici, come fosse festa. Pianse di notte, quando pensava tu dormissi già.

 

Trovò settimane dopo lavoro fuori dal paese, tornava tardi, tu cucinavi zuppe rudimentali che lei mangiava sempre con grandi lodi. Forse fu la voglia di crederle che ti fece scegliere poi una scuola per cuochi. Ma hai smesso presto di andarci. Suonavi il basso, ma senza convinzione. Piacevi alle donne senza curartene, come in patto di fedeltà triste.

Tua madre, anche, provò due o tre volte a innamorarsi, ma finì così male che si tagliò i capelli. Voleva aprire un negozio di prodotti serbi, perché non ne poteva più di struggersi per il formaggio dolce da mettere nelle palachinke.

 

Era scomparsa da ventisei giorni, quando ti hanno chiamato. Non le davano i permessi, per il negozio, marcivano nel retro dei sir che i creditori si vergognavano a chiederti di pagare.

 

Appena hai riattaccato la telefonata del commissariato, hai aperto una bottiglia di rakja tenuta in una credenzina di mogano speciale. Sapevi da giorni come sarebbe andata a finire e sapevi che saperlo, a grandi linee, non avrebbe aiutato affatto. Sei andato in motorino, da solo. Hai fumato una lunghissima sigaretta prima di entrare.

 

Hai detto un paio di volte più del necessario , è lei. È lei. È lei. . È lei.

Volevi chiedere dove l’avevano trovata, ma all’ultimo hai pensato non servisse. Te lo dicono comunque, con lo sguardo basso: incastrata in una gora, ottanta chilometri più a est. Aveva due sassi legati con delle corde, ti dicono anche, pensando forse che desiderassi saperlo. Uno per polso, aggiungono, poi portano dei moduli che firmi senza una parola.

 

Torni a casa, ti versi dell’altra rakja, chiami me, chiami Sonja intanto che ti raggiungo.

Sonja dice magari lo dico io a tua nonna, tu pensi sia una buona idea.
 
 
 
 
Mi chiamo Stella, ch’è un bel presagio. Da piccola non volevo mai dormire, mi piacevano le storie. Ho un dottorato in filologia, dodici traslochi alle spalle, voglia di mettere radici.
Sono implacabilmente felice il primo secondo dopo essermi tuffata in acqua e le sere che torno in bicicletta d’estate e non fa freddo. Le volte che sono implacabilmente triste è più complicato.
 
 
 
Illustrazione originale di Carlotta Mazzi
 
 
 
Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado.

 

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