Il condottiero

 
 
 
 

Pubblicato nel 1996 da EMI quale primo volume di una trilogia ancora in fieri, Il condottiero di Kpan Teagbeu Simplice è un appassionante e densissimo racconto di formazione, scritto in lingua italiana. Sebbene autobiografica, la narrazione è offerta al lettore da uno sguardo capace di comprendere contemporaneamente l’autonomia delle cose, degli accadimenti e il calore e la necessità di un’esperienza attraversata, accolta ma ancora vivida.

Protagonista e voce narrante è il figlio più giovane del capo di un villaggio della Costa d’Avorio, il futuro condottiero destinato a superare per primo la prova del rito d’iniziazione che sta per compiersi nella comunità e a diventare quindi figura esemplare per i compagni.

Quasi a mostrare fin dal principio la reale misura e posizione dell’essere umano, la prima parte si apre con la descrizione di un universo antico e mitico, regolato dalla natura e dai rituali, popolato di segni e intriso di legami, un universo improvvisamente turbato da insoliti eventi:

“Quella notte, Katia, la madre-elefante che da anni batteva con note musicali il tronco del baobab in segno di ringraziamento verso gli abitanti del villaggio che le avevano salvato il piccolo intrappolato nelle radici di un grande albero, mancò per la prima volta il suo appuntamento. Nelle capanne buie e silenziose alcuni anziani davano di tanto in tanto qualche scossa ai tizzoni per ravvivare il fuoco che la notte aveva affievolito. […] Il gallo dell’anziano H…, ingannato dalla luce filtrata troppo tardi nella fustaia, fece in una sola sequenza il suo chicchirichì che, abitualmente, scandiva a valle in tre tempi diversi il sorgere del nuovo giorno, quando le pecore iniziavano a prendere la strada del pascolo tra i monti” (pp. 11-12).

L’interruzione nel movimento di questo universo innesca una tensione che si insinua nell’anima del protagonista, per lungo tempo ignaro di quanto gli accadrà, e attraverserà l’intero racconto, dandosi come una danza intorno a un fuoco inafferrabile, l’approssimarsi incessante che fa de Il condottiero anche una narrazione sull’attesa e sul cambiamento, sulla continua preparazione alla forma e alla vita che prevede lo stare al mondo.

Tuttavia, l’inatteso non è collocato fuori dall’universo, ma è parte della quotidianità degli uomini: “[…] in casa Téa, c’era sempre pronto uno ziangbah in più per l’arrivo improvviso di un visitatore non annunciato, quello che noi bambini chiamavamo «il piatto dell’ospite invisibile»” (p. 42).

L’umanità che Kpan Teagbeau Simplice tratteggia è presa tra il desiderio di unità e permanenza e la molteplicità dell’esperienza, tra l’inevitabile appartenenza alle relazioni e la solitudine dei corpi pronti a uscire dall’anonimato, lo stesso che il giovane condottiero dodicenne è sul punto di abbandonare lasciando l’infanzia. Nonostante la presenza di luminosi commenti dal sapore sapienziale o di brevi digressioni informative, utili anche a delineare la dimensione culturale del mondo rappresentato, inserti che affiancano con naturalezza il puro racconto degli eventi, in queste pagine non c’è un giudizio sulla coesistenza delle due direzioni, che vengono riconosciute e accolte con eguale misericordia e distacco.

“Come il tempo, il lavoro appartiene agli uomini e ha i ritmi della natura. La divisione del lavoro non è mai rigida e non dà luogo a caste. Chi lavora conosce il senso di ciò che fa e nessun lavoro è migliore di altri” (p. 14).

La madre del protagonista viene osservata nei suoi movimenti e presentata in tutta la sua saggezza, come se i personaggi fossero profondamente umani ma, al contempo, portatori e testimoni dell’oltre: “[…] visibilmente imbarazzata e sorpresa dalla mia determinazione, abbozzò un falso sorriso. In breve tempo il suo viso cambiò più volte espressione. […] Con calma imperturbabile scelse bene le sue parole. […] «[…] Dio ha fatto la notte, ma l’uomo l’oscurità ed è dall’oscurità che devi difenderti e non dalla notte»” (p. 46).

Le figure non sono quindi idealizzate, ma esplorate con una visionarietà che coinvolge tutti i sensi, senza mai il ricorso di meccaniche morbosità, a prova di quanto la naturale attenzione al tutto non sia separabile dalla cura e dalla conoscenza dei particolari.

“Stavo ancora pensando alle porzioni che avrebbero mangiato le donne e a quelle che sarebbero toccate al cacciatore, quando uscirono in fretta dalla casa dei nonni due bambini in preda a crisi di sbadigli tanto larghi che lasciavano intravedere bianche file di dentini di latte saldati dal tartaro. Il primo puntò il bacino contro il muro di fango rosso appena levigato della casa. Il getto d’acqua calda che zampillò portò via un pezzo di muro. Il secondo bambino, più piccolo, si liberò il corpo con totale naturalezza. L’odore nauseabondo di quella poltiglia, mescolato a quello acido della pipì, invase l’ambiente circostante e mi penetrò dal naso fino in gola, scacciando definitivamente il profumo acre della terra bagnata dalla pioggia caduta oltre la montagna” (p. 16).

Non mancano, inoltre, rapide e profonde indagini e descrizioni psicologiche del protagonista nei confronti di se stesso e dei tanti personaggi che popolano, più o meno silenziosamente, la storia: “Tutti la chiamavano «cavallina pazza» e lei rispondeva sempre con parole di orgoglio e fierezza, che lasciavano tuttavia trapelare quel singolare sentimento, a metà tra il disagio e la vanità, che conoscono tutte le donne forti” (p. 23).

Se più di metà del racconto riguarda la preparazione al mistero che sta per compiersi, la seconda è dedicata al rito vero e proprio. Particolarmente emozionanti sono le pagine che descrivono l’incontro con l’amico “DD.”, figura introdotta già alla fine della prima sezione (“Verso l’ora di pranzo, un ragazzo che aveva sicuramente dentro di sé pensieri più grandi di lui, con grandi occhi neri, un visetto affilato e molto teso per l’attesa del rito, e un sorriso sulle labbra asciutte, mi si avvicinò e senza dire una sola parola mi gettò le braccia intorno al collo”, p. 79) e le righe dedicate alla maschera: “L’altra stanza, più piccola, era riservata alle maschere. Essa comunicava con quella dello stregone ed aveva un’apertura verso la foresta. Da questa stanzetta, le maschere, guide invisibili che precedevano e annunciavano ogni spostamento dell’intero gruppo, avrebbero vigilato sulla salute e sull’incolumità di tutti” (p. 92); o ancora: “Anche se è portata dagli uomini, la maschera non è un uomo mascherato. La maschera è un’istituzione che nessuno può governare” (p. 91).

La preparazione al rito è l’inconoscibile raccontato attraverso i gesti, le azioni, i sentimenti della famiglia e della comunità; è la prolungata sospensione davanti al senso, come se ogni spiegazione fosse un atto che viola il sacro: “«Tu sei grande, ma devi ammettere che sei anche piccolo. A volte mancano le parole giuste per descrivere una situazione o trasmettere un’emozione. Il rito è molto difficile da spiegare. Il rito non si racconta. Il rito si vive. È vero che sono passato attraverso il rito, ma, come vedi, il processo non è ancora terminato, perché il rito condiziona tutta la vita»” (p. 106), così dirà il fratello del protagonista, davanti alle domande sempre più incalzanti del condottiero.

Parimenti, alla fine del racconto il narratore scriverà queste parole: “Il rito si era appropriato del bambino che è dentro di noi” (p. 116), parole che ­– come in un racconto nato da una voce chiara che si fa scrittura asciutta ed essenziale, eppure caratterizzato da circolarità e segnato dal ritmo e quindi anche dalla ripetizione tipica di un testo orale ­– accompagnano il lettore al principio della narrazione, alla ricerca di un universo in cui unità e apertura si tengono, lì dove “un adulto è un bambino a più strati” (p. 26).

 
 
 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...