L’era dei dati fossili

 
 
 
di Francesco Quaranta
 
 
 
 

Sogno un’epidemia che eradichi dal mio feed tutti i blogger da click bait, un virus selettivo che elimini uno a uno gli articolisti delle webzine; con loro, sogno l’annientamento delle critiche alle serie tv del momento e i report scientifici mal interpretati. Desidero veder avvizzire tutte le parole spese per confutare le cazzate insignificanti degli avversari politici. Sogno l’apocalisse dell’opinione, l’epilogo del commentaresimo. Vorrei che chiunque posti regolarmente l’oroscopo finisse per crederci ciecamente; da domani ortodossia zodiacale: fazioni di Scorpione che si armano per sterminare armate di Acquario, Capricorno che bombardano Gemelli, attentati di Ariete negli scantinati frequentati da Pesci. E nel frattempo, attendo un’infezione che intacchi le sezioni video delle testate nazionali con conseguente estinzione di animali buffi e metà della popolazione calcistica. Fall-out nucleare sui blog letterari e le paginette satiriche. C’è troppo da sapere, troppo da vedere, troppo da leggere. Troppo.

Mi sento il cattivo di questa storia. Se c’è una cosa in cui l’invenzione di Internet ha avuto successo è stata quella di dare categorie e volti alle nostre insicurezze; dovremmo avere psicologi automatizzati che ci affiancano per tutta la giornata e invece ci auto-diagnostichiamo i disturbi su Google e i nostri terapeuti scrivono articoli di opinione.

Cercheranno Davide e non lo troveranno. La sua assenza sarà lo sputo nell’occhio del Grande Fratello aziendale; dalla sede centrale un ordine verrà diramato attraverso innumerevoli intermediari: trovatelo, sta sprecando ossigeno senza guadagnarselo. Mi dispiace, dirò, oggi non sono in grado di leggere le mail, ho impostato come spam qualsiasi tipo di contatto, qualunque sia l’oggetto. La mia casella di posta è immacolata come se fosse vergine e la cosa mi commuove.

A volte ho degli incubi in cui il mondo mi accusa di ghosting e io non so reggere la pressione, ma ho bisogno di aria, devo poter dormire, respirare, ascoltare un disco, meditare; per reazione divento un topo grigio e ricurvo, un Gollum senza Wifi. Il mio vicino di casa neurocapitalista folle mi bussa alla porta e dice che devo essere reperibile accaventiquattro settesusette altrimenti come posso pretendere di avere diritti? Mi viene concesso di non postare nulla la domenica tra le quattordici e le venti e nel giorno della Festa della Repubblica.

Osservo mio padre tramutarsi velocemente in mio nonno, giorno dopo giorno. Mi dispiace ma non ho tempo per parlargli, devo stare al passo con lo scorrere delle informazioni e già arranco: non c’è una quantità ottimale di dati da assimilare, però bisogna tenere conto che ogni minuto trascorso fuori dal feed è un’occasione persa per migliorare il proprio profilo social-culturale.

Conosco un tizio che conosce un tizio che gestisce una pagina memetica di sinistra: lui, per restare aggiornato con quello che succede online, gira con in testa un casco a cui ha collegato un visore VR custom costantemente connesso con il feed. Il feed me lo immagino come una materia di viscosità simile al dentifricio con microgranuli: bisogna imparare a nuotarci, ma la visibilità non è mai ottima. Questo tizio con il casco, lui nel feed ci sguazza proprio, è in grado di saltare da un layer all’altro attraverso dei wormhole ironici; se non stai attento te lo ritrovi alle spalle che ti ha già appiccicato un meme sulla schiena – bisogna galleggiare nell’ironia, volteggiarci: se vai troppo in profondità sei un cretino. L’ironia è come la caffeina, Davide è intossicato dall’ironia.

Davide sono io, ma Davide è anche l’immagine residua di me, la proiezione mentale del mio ego digitale. Spesso non combaciamo, spesso noi non si va d’accordo.

Davide, per esempio, ha mollato la sua ragazza perché lo imbarazzava il modo in cui lei commentava gli articoli di cronaca politica. Non è questione di ideologia, cara, gliel’ho detto: la pensiamo uguale, è che tu sei faziosa, sei fallace, se sei fallace fai figure di merda e poi mi tocca difenderti nel thread. Non mi sento a mio agio a difendere una persona fallace, non dovrei esserne costretto, ne va della mia reputazione. Così l’ho mollata e lei ha riempito Facebook di post che mi riguardano indirettamente e io ho fatto tutto il pomeriggio con le orecchie che mi fischiavano, a scacciare zanzare che suggevano la mia autostima. Per fortuna no danni irreparabili.

Non ho abbastanza spermatozoi per tutti i porno di Internet e, con tutti questi video a disposizione, è peccato disperdere il seme su una strada già battuta. Mi rendo conto di avere un problema quando mi sento obbligato a consumare tutti i contenuti: mi sento il cattivo di questa storia con la smania di finire l’Internet.

Qualcuno ha detto che l’informazione è il rifiuto più abbondante prodotto dalla razza umana, ma io rinnego questa versione: Davide elabora la teoria secondo la quale l’informazione è una risorsa grezza il cui principale scarto di lavorazione è la comunicazione. La sovraesposizione alla comunicazione prende il tempo biologico neurale e lo spezzetta, lo frulla, lo shakera, lo deresponsabilizza e desensibilizza. Mi vedo restituito un tempo di densità gelatinosa uniforme, una SPAM in scatoletta che io devo spalmare su ogni attività vitale. Davide parla di questa sua teoria in lunghi post forbiti – di come ogni interazione andrebbe letta come l’occasione persa per stare in silenzio – ma il ragionamento gli si ritorce contro, passa per nemico del cyber-umanesimo, e guai a…

I blastatori sono esserini piccoli e scattanti con le facce verdi da rospo. Si muovono rapidissimi, ti raggiungono e ti si aggrappano a un braccio, a una gamba o alla schiena e dopo esplodono portandoti con loro nella tomba. Mai rispondere a uno di loro e pensare di farla franca: si muovono in branco e rigenerano i compagni caduti in battaglia.

L’altra sera sono uscito a correre e il peso delle notifiche mi ha fatto venire i crampi.

Davide decide che Instagram ha bisogno di una vacanza e allora lo porta al mare – io ne approfitto per abbandonare il telefono in spiaggia, seppellito in un castello di sabbia. Dovremmo smetterla di fare metafore sul mare, penso perdendomici dentro: è chiaro che nessuno di noi l’ha mai capito davvero; penso che dovremmo regredire a ben prima dei nostri avi per capirci qualcosa. Mi sono spinto troppo al largo sul materassino, fa freddo e vorrei rientrare, ma non vedo più la costa; i muscoli mi dolgono e l’acqua sembra una massa collosa. Noto delle sagome scure attorno a me, ombre senza forma che scorrono veloci, e non posso fare a meno di pisciarmi sotto. Mi accorgo che si tratta di ammassi di plastica, filamentosa, dolorosa, commovente plastica. Urlo per ore ma nessuno viene in mio soccorso. Finché su un’isola di PET non trovo un cellulare, lo accendo, allora Davide si connette e denuncia tutta quella merda di inquinamento davanti a migliaia di persone. Ma non ce n’è uno solo disposto a venire a prendermi.

Per fortuna, nella mia deriva, vengo intercettato da una motovedetta della Guardia Costiera. A bordo mi fermo a guardare un agente che scruta l’orizzonte e canta una canzone di De André, fuma, mi fa scoppiare in lacrime. I marinai sono molto gentili, mi offrono del caffè e un cambio di vestiti; a Davide non vanno molto a genio, ma io penso che per un certo periodo potrei stare qui con loro, senza capire né il mare né molto altro e chissenefrega di tutto. A riva mi affidano a un commando di Carabinieri: sarò portato dal ministro in persona, mi dicono.

Per parlare con il ministro non bisogna entrare al Viminale, come ci si aspetterebbe; bensì i Carabinieri mi traducono nello scantinato della loro caserma dove un vecchio processore Pentium 4 viene fatto girare, quasi totalmente spoglio di gusci e periferiche, collegato a uno schermo LCD Philips da trenta pollici. Il maresciallo accende il router, immette due password e apre il portale.

Entrare nello schermo è più facile del previsto perché sono abbastanza magro. La Rete al tatto fa un po’ di solletico, è come stare in un batuffolo di zucchero filato, solo più compatto e alcalino: un cotone dalle fibrille arcobaleno che ingannano la percezione visiva – capisco cosa significhi districarsi in una quinta dimensione. Prima di farmi entrare, il maresciallo mi ha avvertito che il cervello umano non è fatto per questo genere di stimoli e che stando troppo tempo immerso nel puro web rischio di compromettere le mie facoltà mentali, come è successo a molti dei suoi compianti colleghi: devo trovare il feed in fretta. Per fortuna mi basta seguire la corrente: la naturale forza di gravitazione dell’Internet che inchioda tutti i pesi al presente.

Il ministro risiede in un mondo virtuale in cui il Paese è sotto attacco alieno e lui, per proteggerci, ha fatto erigere muri insormontabili di energia pulita bianchissima e decorosa, e si è nascosto in un bunker ricavato all’interno di un punto vendita Eataly. Offre una ciambella acchiappa-like che Davide rifiuta; ormai è chiaro che se lui è l’eroe allora io sono il cattivo di questa storia.

Mi rende suo schiavo, non ho modo di scappare finché egli è in possesso dei miei dati sensibili. Il ministro sfrutta le mie visioni per distrarre la massa, manipola le loro paure, alimenta l’odio nei confronti di tempolinee parallele irrealizzabili, racconta storie marce, genera un rumore di fondo che distorce ogni tipo di comunicazione. Egli defeca nel feed e poi indica le feci trasportate dalla corrente dicendo che quelli sono i cadaveri dei suoi nemici. Immagino, altrove, un esercito di memer con il casco a realtà virtuale mentre tentano di organizzare un contrattacco nei suoi confronti, invano si arrabattano poiché il ministro inietta il suo veleno al di sotto della corteccia razionale dell’uomo, in quel midollo dove ancora risiede un piccolo animale in gabbia che non conosce ragioni né empatie. Mi chiedo se esista qualche amico disposto a venire a salvarmi o se si stiano tutti facendo infinocchiare dal bot che invia messaggi al posto mio.

Infine è un blackout a tirarmene fuori. La materia del feed si destabilizza e poi si blocca, smette di scorrere. Libera il tempo di tutti. Mi salvo fuoriuscendo da un pc a batteria in modalità screen-saver, nella vetrina di un MediaWorld desertificato. Il ministro tenta di inseguirmi, ma è troppo ingombrante per passare attraverso lo schermo incolume: di lui rimane solo una larva viscida che abbandono tra la polvere. Qualcuno prenderà il suo posto.

 

Mentre torno a casa, immagino una spiaggia al limitare della civiltà: l’acqua lambisce le coste di una Milano sabbiosa e cadente, eppure stanno tutti bene – chi voleva ha imparato a nuotare; qualcuno si è accorto che parlando meno è più facile respirare anche sott’acqua. Saluto l’ultima grande chiazza di petrolio che galleggia sull’oceano come unico negativo fotografico rimasto a testimonianza del paleozoico, così come tutti i database resteranno in nostra memoria per le specie future, e sarà l’era dei dati fossili e noi non saremo più. In questa mia visione, abbiamo bruciato tutti i combustibili e scartato tutti i rifiuti, adesso l’aria è talmente calda e densa che l’uomo può volarci. Capisco di essere io il cattivo della storia, perché non è così che l’umanità vorrebbe finire.

Finirà invece che la corrente verrà ripristinata ancora una volta e il feed riprenderà a scorrere come se nulla fosse successo. Ma io non ci sto più. Vi lascio Davide, la mia impronta, sarà l’Anticristo su misura pronto a espiare per i vostri neuroni smaniosi; vi riprenderete così il vostro Eden sovrappopolato – il vostro universo schiacciato in una dimensione che non ha tempo, né spazio, soltanto regole e protocolli avvilenti: non è più lo spazio dell’uomo, ma dei culti personali, dei bot, degli algoritmi e dei tempi istantanei. Non è più la frontiera.

Io sono già dati crudi, ossa assiderate e sinapsi mercuriali, anni luce da qui in campi stellari, a inseguire la nostalgia del futuro.

 

Francesco Quaranta (1989) è laureato in lingue, suona la chitarra e fa un buonissimo cappuccino. È redattore di Verde Rivista e Nuova Edizione. Ha partecipato all’antologia Vocabolario Minimo delle Parole Inventate, curato da Luca Marinelli ed edito da Wojtek. Suoi racconti sono comparsi su Crapulaclub, l’Inquieto, Narrandom e Scrittori Precari. Vive ai margini della propria bolla Facebook.

 

Illustrazione originale di Nadia Sgaramella.

 

Nadia Sgaramella si occupa principalmente di illustrazione. Negli anni ha collaborato con piccole realtà editoriali. Da qualche tempo illustra articoli per l’inglese Breathe Magazine e di recente ha pubblicato per Hop! Edizioni Diana, Kate, Meghan – le nuove principesse, il suo primo libro interamente illustrato. Vive e lavora in Puglia.

 
 
 

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