All’estremo limite

 
 
 

Appare quest’anno per i tipi di Quodlibet nella traduzione finora inedita di Gianni Celati All’estremo limite, romanzo di Joseph Conrad pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1902.

La trama si dipana attraverso la rappresentazione dei protagonisti: il narratore governa infatti il racconto entrando di volta in volta nell’universo di ciascun personaggio.

Quattro figure spiccano sulle altre nel corso della narrazione.

Emerge fin da principio il dignitoso e fiero Capitan Whalley, un uomo di sessantasette anni con “una specie di aria maestosa” (p. 29) alla guida del piroscafo Sofala: egli che confesserà il segreto che a tutti nasconde al signor Van Wick, il quale ha abbandonato il mare per dedicarsi alle piantagioni di tabacco. Così viene descritto quest’ultimo: “Esigente, abile, lievemente scettico, abituato alla miglior società […], egli aveva una latente cordialità ed una capacità di sintonia con gli altrui sentimenti, dissimulate da una specie di altezzosa, spregiudicata indifferenza di modi derivante dalla sua educazione giovanile, e da un certo non so che nel suo modo di parlare che un nemico avrebbe potuto definire frivolo – come un’eco distorta di lontani fasti d’eleganza”, p. 149.

Si legge anche di Massy, l’avido proprietario e primo macchinista della nave con il vizio del gioco, dominato dal risentimento e dall’ira, costretto dalla Capitaneria a trovare un socio e ad affidare a Whalley il comando dell’imbarcazione: “Era lui che pagava gli stipendi e procurava loro il cibo. E quelli mangiavano e intascavano soldi più di quanto meritassero; loro non avevano nessuna preoccupazione al mondo, mentre tutti i fastidi connessi con la proprietà d’una nave ricadevano sulle sue spalle. Quando rifletteva sulla sua posizione, con tutti i pericoli che comportava, gli pareva d’essere da anni in balia d’una banda di parassiti”, p. 73.

Anche di Sterne, il secondo di bordo, un ufficiale desideroso di farsi strada e per questo pronto a sfruttare la disgrazia di un compagno di imprese, è offerto un vivido ritratto: “In quella società di navigazione sembrava che nessuno mai morisse o se ne andasse: stavano tutti aggrappati alle loro sedie fino a far la ruggine; era stanco di aspettare; e prevedeva che quando si fosse liberato un posto, i dipendenti più apprezzati avrebbero avuto senza dubbio un trattamento di favore. […] S’era presentato a Capitan Whalley rasato di fresco, con la faccia rossa, fianchi stretti, il magro petto all’infuori, ed aveva recitato il suo raccontino con aperta e virile sicurezza di sé”, pp. 93-94.

Altri personaggi gravitano attorno a queste figure: Whalley è infatti padre di Ivy, la cui famiglia è afflitta da una sciagura, e allo scopo di aiutarla coglie l’occasione di un ultimo viaggio per mare dopo aver ascoltato il racconto di Capitan Elliot, il “Sovrintendente Aggiunto” (p. 49): sarà poi accompagnato nell’impresa dal serang, il fidato malese che lo affianca al comando: “Le sue registrazioni del mondo visivo erano trasmesse dagli occhi a una mente priva di sospetti, come su una lastra sensibilizzata attraverso le lenti di un apparecchio fotografico. Le sue cognizioni erano precise e assolute; e tuttavia, se gli avessero chiesto il suo parere, e specialmente se interrogato con le maniere sbrigative e allarmanti dei bianchi, egli avrebbe esibito l’esitazione dell’ignoranza”, p. 85.

Ad aiutare invece Massy alle caldaie ci sarà Jack, che risponde agli ordini solo con urla e grugniti: “Durante tutti gli anni da lui trascorsi sul Sofala, nessuno ricordava ch’avesse mai scambiato parola con i suoi compagni oltre ad un sonoro «Buongiorno!». Non sembrava rendersi conto che in questo mondo gli uomini vanno e vengono, perché sembrava proprio che non li vedesse”, p. 78.

Ogni figura è legata all’altra da vincoli o da affinità, da reciproci inganni e da una comune solitudine.

Eppure due sono le direzioni, coesistenti e inconciliabili, che determinano la narrazione: da un lato, c’è chi si prepara a lasciare tutto e ad agire dall’assenza, da un luogo altro, non preoccupandosi di rendere continuamente visibile la propria presenza, non vivendo per il mondo, quindi nemmeno per sé, senza cercare alcun riconoscimento per un’esistenza ancorché retta: “Non aveva nulla di suo – anche il suo passato d’onore, di onestà, di giusto orgoglio, era perduto. Tutta la sua vita senza macchia era precipitata in un abisso. Le aveva dato l’ultimo addio”, p. 194; dall’altro, c’è chi lotta per conquistare un posto, per affermarsi nel mondo, impiegando le proprie energie in congetture, intrighi e macchinazioni: “Se mai il signor Sterne avesse avuto qualcosa di nuovo da dirgli sul suo socio, gli avrebbe potuto rispondere che le disgrazie di qualcuno potevano essere sfruttate, senza cacciar via l’individuo in questione e differire d’un anno un difficile pagamento. Mantenere il segreto su quelle disgrazie ed indurlo a restare era una mossa migliore. Se era senza mezzi, avrebbe fatto di tutto per restare: il che avrebbe sistemato la questione della parte di capitale da rifondere”, p. 195.

L’inconciliabilità dei due movimenti del romanzo, che ingenera l’avventura, e la tragedia, riguarda quindi i modi di intendere la propria esistenza da parte dei personaggi: vivere con un instancabile desiderio di rivalsa, di ricompensa e di salvezza oppure accettare gli eventi senza rifugiarsi nella rassegnazione, rimanendo sospesi con il proprio coraggio – che non sempre dà frutti visibili – ad aspettare la fine?

L’eroe di questo romanzo è Capitan Whalley, un uomo che – come più di una volta scritto – cerca di “tenere assieme il suo corpo e la sua anima” (p. 69), che è votato alla grandezza, una grandezza antica: il suo segreto appare simile per innocenza e ingenuità a quello di un bambino e al contempo esso deve inevitabilmente e necessariamente rimanere tale perché lui sia, anche nella realtà del mondo, intero com’è sempre stato, come se il mondo non fosse capace di accettare la nuda verità senza farne oggetto di saccheggio, senza utilizzarla per i propri scopi. Il capitano sosterrà fino alla fine il peso di quanto ha tenuto nascosto ai compagni di viaggio e pagherà in solitudine la propria scelta, per tutti incomprensibile e inaccettabile.

L’esistenza per Whalley consiste semplicemente nell’assolvere al proprio compito, nel dispiegarsi assecondando la propria vocazione ma senza agire per se stesso e sopportando su di sé le conseguenze delle proprie azioni: è assente in lui ogni eccentricità o volontà di distinzione, il suo orgoglio si dà come capacità di affrancarsi dai piccoli bisogni umani, l’autonomia e la solitudine anche nella disgrazia incarnano il suo desiderio di non gravare sul prossimo, che egli è sempre propenso a considerare incompleto piuttosto che malvagio.

Il capitano arriverà quindi all’estremo limite di sé, dopo un’esistenza chiarissima ma imperscrutabile ai più, nell’indifferenza e nell’egoismo di chi ha condiviso con lui l’ultima impresa: “«[…] E adesso se n’è andato in modo un po’ inesplicabile, com’era venuto. Non riuscii mai a capirlo veramente»” (p. 213) oppure “«È stata una gran sfortuna per me»” (p. 212), diranno alcuni personaggi.

Sembra quasi che – mentre gli uomini si affannano a costruire e conquistare un’esistenza di cui essere gli unici proprietari – per Whalley la vita sia un paesaggio, anche quando egli si trova tra i propri simili, e che egli viva secondo la dismisura e vastità di quei luoghi che ha veduto e attraversato: “[…] era divenuto sperso come una pagliuzza nel vortice di un ruscello, in mezzo a sciami di umanità gialla e bruna che riempivano la grande arteria, la quale, in contrasto con il vasto e vuoto vialone che s’era lasciato alle spalle, pareva stretta come un viottolo e brulicante di vita più che mai. I muri delle case erano azzurri: i negozi dei bottegai cinesi si spalancavano come cavernose tane; mucchi di merce indistinta traboccavano nella cupa penombra d’una lunga fila di porticati; e l’infiammata serenità del tramonto invadeva una metà della strada da un capo all’altro con bagliori simili a riflessi d’un fuoco”, p. 29.

 
 
 

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