Le nostre anime di notte

 
 
 

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio”, p. 7.

Così inizia Le nostre anime di notte, romanzo postumo di Kent Haruf pubblicato nel febbraio del 2017 da NN Editore, che ha già dato alle stampe la Trilogia della pianura, composta da Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo (quest’ultimo recensito su questo blog); tutti e quattro i volumi sono stati tradotti da Fabio Cremonesi.

Addie e Louis sono due anziani vedovi che abitano in una cittadina del Colorado, Holt. Alla telefonata di Addie seguirà un incontro in casa di Louis, durante il quale la donna – dopo un breve imbarazzo – rivelerà le sue intenzioni: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me. […] Non parlo di sesso. […] Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”, p. 8.

Louis, il giorno successivo alla richiesta di Addie, accetterà. Assisteremo così a questa insolita e struggente relazione tra due individui carichi di anni ed esperienze che, pacificati più che rassegnati, paiono essersi lasciati alle spalle le ansie della vita, e decideranno di condividere non solo le ore notturne ma anche gli episodi più importanti del proprio passato.

Si confesseranno reciprocamente debolezze, paure, viltà, nonché una non comune attitudine a sopportare la ripetitività dell’esistenza; e non esiteranno a rivangare alcuni momenti drammatici, come la morte dei rispettivi coniugi o, nel caso di Addie, quella di sua figlia Connie.

A Holt non passeranno inosservate le passeggiate serali di Louis verso l’abitazione di Addie, né i suoi rientri mattutini. Ma egli saprà redarguire gli impiccioni con esemplare fermezza e pari compostezza: “L’uomo disse, Vorrei avere la tua energia.
Come mai?
Per stare fuori tutta la notte e averne ancora abbastanza per funzionare il giorno dopo.
Louis lo guardò per un istante.
Sai, disse, ho sempre sentito dire che con te nessuna storia è al sicuro. Ti passa direttamente dalle orecchie alla bocca. Al posto tuo, in una cittadina di queste dimensioni eviterei di farmi la fama del bugiardo, che racconta le cose a modo suo. Una reputazione del genere ti seguirebbe ovunque”, p. 27.

E dopo che Louis racconterà ad Addie la spiacevole intromissione, la reazione di lei testimonierà un disinteresse ancor più sovrano verso il rumore del mondo. Disinteresse che significa anche estraneità alla brama di possesso, come sarà per Louis alla fine del dialogo, quando egli vagheggerà una tenerezza affidata alla vista, il meno prensile dei cinque sensi: “Lo apprezzo. Ma non possono farmi del male. Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.
Lui la guardò. Perché dici così? Sembri me l’altro giorno. Non pensi che dureranno? Magari anche per un bel po’?
Spero di sì, rispose lei. Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno.
Giusto. Vorrei avere il tuo buonsenso. Hai ragione, ovviamente.
Ti è passata adesso?
Ce la sto mettendo tutta.
Vuoi un’altra birra?
No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta”, p. 30.

Il loro rapporto si movimenta quando Gene, secondogenito di Addie, per tentare di risolvere una crisi matrimoniale affida alla madre il proprio figlio Jamie. Il bambino a poco a poco si adatterà alla sua nuova famiglia e Louis, con parole e gesti misurati, saprà conquistarne la fiducia; una notte in cui Jamie è preda degli incubi, l’uomo lo farà coricare nel letto tra sé e Addie e riuscirà ad addormentarlo cantando. L’inopinata presenza di Jamie non disturberà affatto i due; libererà anzi un’ironia velata di tenue erotismo: “Addie disse, Non ti avevo mai sentito cantare.
Cantavo sempre per Holly.
Per me non hai mai cantato.
Non volevo farti fuggire. O farmi cacciare.
Questa è buona, commentò. A volte sei davvero simpatico.
Immagino che dovremo restare così, separati per tutta la notte.
Ti spedirò i miei buoni pensieri dall’altro lato del letto.
Non pensare cose troppo spinte. Potrebbero disturbare il sonno.
Non si sa mai”, p. 71

L’intero romanzo è attraversato da questo mirabile senso del pudore, come se per i due protagonisti la maturità corrispondesse alla consapevolezza che la vita non è catturabile; nella vita poco si può pretendere e della vita poco si può sapere, perciò superfluo risulterebbe qualunque atteggiamento aggressivo o anche solo qualunque speculazione che troppo si discostasse dall’organizzazione concreta dell’esistenza.

Ecco dunque che la morte di Ruth, ottantaduenne vicina di casa di Addie, non libererà che una semplice domanda, cui peraltro non sarà data risposta alcuna: “Louis osservò, Era una brava persona, vero? La ammiravo.
Mi manca già, rispose Addie. Che ne sarà di noi – di te e di me?”, p. 100.

Con lo stesso animo disincantato, i due sapranno affrontare un evento per loro catastrofico: Gene, venuto a conoscenza della relazione tra Addie e Louis, riprenderà Jamie con sé, e – pur di impedire che la propria madre continui a frequentare l’amico – la ricatterà minacciandola di allontanarla per sempre dal nipote.

Allora i due anziani, senza esprimere rabbia né eccessiva malinconia, accetteranno che la loro relazione si assottigli, diventi un filo, metaforicamente rappresentato dal telefono, unico mezzo rimasto a loro disposizione per comunicare:
“Di cosa vuoi parlare stasera?
Addie guardò fuori dalla finestra. Vedeva il proprio riflesso nel vetro. E l’oscurità subito oltre.
Fa freddo lì stasera, tesoro?”, p. 162.

Le nostre anime di notte, pur nell’esilità della trama e della scrittura, reca un insegnamento fondamentale: dice della dignità nell’avvicinarsi al limite ultimo, al cospetto del quale non è dato di essere più o meglio equipaggiati di altri.

Quindi forse, da un certo punto della vita in poi, dignità significa cominciare a spogliarsi, lasciare che tutto si allontani da sé, prepararsi alla nudità assoluta della fine.

 
 
 

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