Gli occhi degli alberi e la visione delle nuvole

 
 
 

Come si fa a volare adoperando similitudini e metafore, con cui non è possibile che immaginare un universo ulteriore?

Per volare occorre proprio abitare un altro universo. Quello, ad esempio, de Gli occhi degli alberi e la visione delle nuvole, narrato da Chicca Gagliardo e fotografato da Massimiliano Tappari. Il libro, pubblicato da Hacca nell’ottobre del 2016, ha un emblematico sottotitolo, Racconto in voci enciclopediche, che testimonia l’approccio scientifico – non ironico, non estemporaneo – all’argomento trattato: e cioè, appunto, la descrizione di un universo governato da regole ed eccezioni, norme e abnormità, confini e sconfinamenti del tutto diversi da quelli che determinano il nostro.

Un universo nel quale, ad esempio, vivono le statue: “Il tempo della nascita delle statue si divide in due fasi. Appena la mano dello scultore si è definitivamente allontanata, e il corpo di pietra sembra ormai finito, in quel momento iniziano a formarsi i polmoni, il cuore, lo stomaco, il fegato” (p. 12, L’interiorità delle statue).

Universo in cui, si diceva, manca l’appiglio della metafora. Quando dunque esso si mostra come capovolgimento dell’universo che di consueto abitiamo, lo fa nel senso più concreto possibile del termine capovolgimento: “Prima che la notte ricopra il cielo, si solleva la marea delle ombre.
L’orlo, frastagliato, viene facilmente scambiato con quello delle normali montagne.
Le punte, a contatto con l’aria fredda, si ghiacciano e diventano affilate” (p. 20, Le Montagne d’ombra).

In questo universo lo spazio dell’uomo – deprivato di ogni ausilio tecnologico – è ancora più precario, ancora più minacciato da una natura vivida e spietata: “Come la mandragora, che quando viene strappata lancia grida umane, l’erbavora è metà vegetale e metà animale.
[…] Questo tipo di erba si riproduce facilmente sui tetti, nei giardini e nei parchi pubblici. Si annida sotto le panchine, con l’aspetto di un innocuo ciuffo d’erba. Quando la parte animale prevale, all’improvviso si moltiplica. Nel giro di pochi secondi è in grado di sbranare un uomo senza lasciare traccia di carne e ossa” (p. 30, L’erbavora).

In un ambiente simile, ogni cosa che esiste è ugualmente viva: “Le case vanno piantate nella terra con la luna crescente.
Se la luna è calante, la casa avrà radici e pareti irrequiete, che seguono gli umori delle maree.
Nei giorni di tempesta senza nubi […] le voci rimaste impigliate dentro i muri della casa cigolano. Il portone sbatte, si chiude.
E l’uscio si solleva” (p. 45, La semina delle case).

La fissità delle cose non certifica affatto la loro estraneità all’esistenza biologica ma semmai una sorta di estrema coerenza, di placida accettazione di un unico e immodificabile stato: “Un sorriso è formato dall’inarcamento delle labbra, che misurano l’intensità, e dall’espressione degli occhi, che rivelano la profondità.
Il primo sorriso della vita non viene appreso per imitazione: è un bagliore. Le statue ci pensano bene, prima di mostrarlo.
Se una statua inizia a sorridere, continua a farlo per tutta la sua esistenza” (p. 54, Il sorriso esistenziale).

Il sorriso esistenziale

Eppure anche qui hanno luogo l’imperfezione, la casualità, l’evento straordinario: “Quando la Terra inizia a inclinarsi per effetto del moto basculante, il senso della Metamorfosi si inverte e prende il nome di Palinmorfosi.
Le rane diventano di nuovo girini, le farfalle perdono le ali e si posano sulle foglie come bruchi, le rocce laviche si sciolgono in liquidi incandescenti. E in tutti gli animali trasformati in piante riappare la forma originaria.
Se il passaggio non è abbastanza rapido, appena la Terra torna nella consueta posizione, la Palinmorfosi si blocca, resta incompleta.
Nel 1989 il poeta Paolo Bertolani notò che l’albero del suo giardino aveva assunto l’aspetto di un calamaro. Nei giorni di tempesta i rami ondeggiavano come tentacoli, gli occhi sgranati si riempivano di lacrime di pioggia.
Sette anni dopo, quando la Terra si inclinò nuovamente, dell’albero non rimase più traccia, a parte un buco nella terra e qualche radice secca.
Le cronache locali riportano la notizia di un gigantesco calamaro avvistato nelle acque delle Cinque Terre” (p. 69, Il senso inverso della Metamorfosi).

Il senso inverso della Metamorfosi

Chicca Gagliardo e Massimiliano Tappari credono nell’universo che ci raccontano, come appare evidente dai loro stili descrittivi, sobri ma nel contempo perentori.

E se le loro due voci sono libere dagli artifici retorici, allo stesso modo leggiamo di gesti compiuti senza risparmio, di azioni che non prevedono retrocessioni difensive né sono eseguite per ricompensa alcuna. Viene allora da pensare che ci troviamo in un universo in cui la vita coincide col corpo e il corpo col desiderio. Un universo, per tornare alle nostre righe iniziali, dove è davvero possibile volare: “Dopo avere sentito il peso, la sonorità, il movimento, il respiro, la forma, finalmente puoi raggiungere la nuvola.
Per riuscirci devi immergere lo sguardo nella sua sostanza fino a impregnarti gli occhi. Fino a quando la tua attesa diventerà così forte che sarà la nuvola ad attenderti.
E allora la nuvola ti permetterà di avvicinarti, di sfiorare la superficie, la gradazione delle luci e delle ombre, di entrare.
Contraendoti e dilatandoti respirerai vento in un movimento incessante, per un istante ti fermerai – per un istante tutte le nuvole che attraversano il paesaggio dell’aria si fermeranno girandosi verso di te che diventi nuvola” (pp. 96-7, La visione delle nuvole).

 
 
 

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