Potrebbe trattarsi di ali

 
 
 

Pubblicato nel 2017 da L’Iguana editrice, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo raccoglie sette racconti, ciascuno dei quali ha per nucleo una figura femminile, non sempre coincidente con il personaggio protagonista della storia.

Il titolo di ogni racconto è accompagnato infatti da un sottotitolo recante un nome di donna, che risulta essere il motivo profondo e il fuoco della narrazione.

È evidente fin dal principio che la narrazione ruota attorno al tema del corpo: i corpi incarnano qui la coincidenza di identità ed estraneità; sono corpi usati e inaccessibili, corpi che riaffermano la propria traboccante presenza o evocano la propria assenza attraverso la sola voce, corpi debordanti ed eccessivi e corpi che vorrebbero stare nascosti, corpi mutilati o salvati e corpi di figli che perpetuano e interrompono il corpo della madre.

I personaggi sono spesso presentati proprio come esistenze corporali, attraverso precise descrizioni di colori e tessuti degli abiti indossati o, in generale, mediante l’accumulazione dei dettagli del loro aspetto esteriore: forse si potrebbe dire che lo sguardo di chi scrive mostra quindi il carattere immediatamente visibile delle loro esistenze – dall’abbigliamento ai particolari fisici per giungere fino alle azioni – nonché il bagaglio di miserie e piccolezze che anche l’apparenza si porta appresso.

“[…] la signora Rachele non la riconosce subito, la ragazzina magrissima dall’aria sbattuta è diventata una donna secca, ancora più emaciata, i capelli sono inesistenti e le rughe sono comparse sulla fronte e sotto gli occhi. Veste un paio di jeans, un twin-set azzurro e un piumino blu, tutto ben fatto e ben accostato, la sciarpa le nasconde il collo e i guanti le mani, ma è lei”, p. 151.

Tuttavia, nello sguardo di chi narra, gli aspetti minimi ed evidenti – sebbene caratterizzino e dicano senza dubbio qualcosa di vero della natura dei personaggi – non risolvono l’intera figura: ecco perché nel passaggio dall’ordine del minuto al vasto, cioè dal dettaglio fisico alla totalità del personaggio, alla sua possibilità di essere altro, di eccedere il proprio corpo o di sottrarvisi, dalla vicinanza dello sguardo all’inafferrabilità della visione (che si dà come sospensione del giudizio del narratore), pare realizzabile il cambiamento, l’apertura, che è o sarà – di nuovo – un fatto minimo, concreto, dalla misura umana.

In Potrebbe trattarsi di ali, il primo racconto che dà il titolo alla raccolta, si legge di Colomba, una cinquantenne che si sente abbandonata dai figli e dal marito e che è presa in una vita muta e senza scopo, in una condizione di benessere materiale che la illude di essere al riparo da se stessa. L’incontro con un’altra donna, che si attua in maniera inaspettata attraverso la condivisione di una parola pronunciata con trasporto in dialetto, scioglierà in lei le resistenze a guardarsi e a esprimersi. E sembra quasi che il corpo, fin dal principio, le abbia lasciato un segno per intuire ciò che sarebbe avvenuto: “Ma lei sente che potrebbe trattarsi di ali, quando la schiena comincia a bruciare. Le sente annunciarsi con un prurito violento, come se tentassero di sbucare dalle ossa facendosi spazio tra la massa muscolare. Ne avverte il frullo la sera, prima di addormentarsi, come un arpeggio lieve tra le scapole. E ne ha quasi la prova, quando si guarda allo specchio il mattino e porta le dita della mano sue due piccolissimi avvallamenti seguiti da due bozzi. Nel suo corpo qualcosa sta cambiando”, p. 11.

Anche Camillo Gussone, il commerciante senza una mano protagonista di Soul doll, immerso in un mondo di presenze familiari femminili (la madre Assunta De Luca, la sua assistente ucraina Kathrine e il fantasma della sorella morta Ernestina) realizzerà in qualche modo il proprio compimento: dopo aver cercato soddisfazione e rifugio nella compagnia del corpo perfetto di Rebecca, con un atto violento egli prova a liberarsi della finzione che sembra avvolgere la sua vita: “Ritorna improvviso e forte il desiderio che lo aveva preso la prima volta che era uscito con Fulvia Barone, la smania di andare oltre la camicia e il reggiseno, oltre il seno, oltre la bocca, di guardare dento, di vedere sangue, ossa. Apre il cassetto del comodino, trova a tastoni il coltello svizzero che usava ai tempi degli scout. Ha fretta, il sudore gli cola giù dalla fronte alle reni, gli occhi carichi di lacrime. Deve trovare una risposta a quel che avrebbe voluto sapere da sua madre, da sua sorella: di che materia è fatto l’amore che mi dai?”, pp. 57-58.

L’eccesso caratterizza anche il racconto successivo: Fuori misura è infatti il corpo di Agnese, una donna di centoquaranta chili alta centosessanta centimetri, che vive continuamente sospesa tra realtà e desiderio, in un mondo in cui il sovrappiù di apparenza coincide con il massimo nascondimento e la menzogna, all’interno di un perpetuo gioco: “Io continuo a ingrassare. Continuo a dimagrire. Ho finito per convincermi che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Grace è contenta. Ho aggiunto un’altra foto a quella sul comodino. Un ritratto in posa regale, stola di visone e capelli dietro le orecchie. Ho scritto Ad Agnese, con amicizia, che con me si è comportata come una vera amica”, pp. 72-73, corsivi nel testo.

La narrazione metaletteraria del quarto testo, Come si fa a dire se, costantemente in bilico tra letteratura e vita, mostra proprio il dolore del corpo strappato alla realtà o forse troppo immerso nella realtà – una dimensione che diventa perciò irreale e quindi ostile e inquietante (come se non si potesse credere troppo al mondo senza distruggersi): la prevedibile quotidianità di Giovanna verrà interrotta dalla sua scelta di partecipare a un corso di scrittura e dalla conoscenza che farà di Natalina in una lavanderia a gettoni: “Ne scrivo per allontanare un infondato senso di colpa che mi ha ossessionata e che ancora mi assedia. Se non avessi parlato con lei di quella scrittrice tanto brava che viveva in Canada, se non le avessi mostrato il libro con quel racconto, se non avessi ceduto alla sua preghiera di lasciarglielo in prestito. Sara non fa che ripetermi: Come si fa a dire se? La letteratura non è un comandamento. Mica tutte le donne morte sotto un treno hanno letto Anna Karenina, o tutte le mogli che tradiscono si credono Emma Bovary”, p. 75.

Così ti passa la paura racconta la storia di Laura, che perso il lavoro in un’agenzia di viaggi spera di trovare una nuova occupazione grazie all’aiuto di un’amica d’infanzia, Bianca, la quale le offrirà invece l’occasione di superare la propria paura di vivere: “Andò a fondo, troppo, era un buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, mosse veloci le gambe, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”, p. 123.

Chiuso in un dolore che sembra troppo grande, nonostante conduca una vita all’apparenza normale, è anche il personaggio di Norma in Se stasera sono qui: la splendida voce della figlia Francesca le mostrerà che forse è possibile comunicare l’indicibile attraverso l’arte e la bellezza e che anche la sofferenza più straziante ha una misura umana: “Nessun dolore poteva essere comparato a quello, e forse nessuna gioia. Lei partiva da meno qualcosa, sempre, le altre da zero, magari qualcuna perfino da due, tre, dieci, ma non le importava la differenza, non era invidiosa, no”, p. 137.

Conclude il volume Sangue mio: una ragazza rumena, Anna, accetta di concedere in cambio di denaro il proprio corpo per concepire e dare alla luce una figlia destinata a una facoltosa coppia italiana. Allorché scoprirà di essere gravemente malata, la donna farà ritorno in Italia per tentare una cura e si troverà costretta ad affrontare il proprio passato: “Versa il vino lentamente, alza il calice, Benvenuta, e la guarda fissa, senza bere. Non può sfuggire a quello sguardo, Anna lo sa bene. Prova a resistere, a portare il bicchiere alle labbra, ma Rachele d’Arienzo è ferma e fredda come una roccia, di fronte a lei. Non chiede. Aspetta.
Sono malata, pronuncia Anna. Ho la leucemia.
Ora può bere, un sorso dopo l’altro il vino sembra rianimarla, mastica piano la torta rustica salame, ricotta e uova, la sfoglia leggera, croccante. Avevo fame, dice Anna, solo che non me ne rendevo conto”, p. 154.

Ambientate nella provincia italiana, principalmente quella di Avellino, e narrate in una lingua in cui, accanto all’italiano medio sorvegliato, affiorano termini non comuni (ad esempio, “gragnolare”), parole in lingua straniera (come inglese e rumeno), locuzioni mimetiche del parlato degli stranieri (ad esempio, “Signora molto agitata, tutto il giorno senza mangiare niente, nemmeno biscotti e the”) ed espressioni e parole proprie del dialetto (“pannizzari”, “marenna”, “fa’ ‘o serio che ti spezzo ‘e cosce”, ecc.), le storie di Emilia Bersabea Cirillo sono popolate da figure femminili che cercano una propria autonomia senza perdere la capacità di contenere e lasciare entrare in sé il mondo, da corpi che lottano per non essere più solo un cumulo di parti e di ferite, che tentano cioè – ciascuno secondo le proprie possibilità – di divenire interi.

“C’è una sfida della storia, al divino, di cui non abbiamo consapevolezza. Vivere in questa certezza è presunzione, incoscienza. Ma ci aiuta e ci dà tanta forza”, p. 168.

 
 
 

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