Rituali d’amore

 
 
 
di Giorgio Mannacio
 
 
 
 

I.

Finito questo sabba dove andare?
Il cliente importante si ritira
e tutto ciò che offerse
comincia a fermentare.
Che confusione nel suo triste sacco
fa questa cena crepilavarizia:
e in mezzo a essa torna la memoria
di Olivia una sua amica trascurata
(le farò tosto una telefonata).
Non sa dire di no: vieni t’aspetto
e nell’attesa come in tempi andati
rispolvera tutti i lini del suo letto.
Egli arrivava intanto cautamente
seguendo un vecchio e strano rituale
che imponeva la scelta di una strada
determinata (un’altra porta male).
Insidie della sorte sempre teme
studia di evitar la mente scaltra.
Prima avvertenza: quella di toccare
per tre volte l’albero d’un giardino;
per tre volte sfiorare la ringhiera;
salire al piano senza l’ascensore
sussurrare una magica parola
imparata sui banchi della scuola.
Quindi alla porta per tre volte suona.
Non deve salutare ma soltanto
andare là dove tre grossi ceri
ardono come coda di cometa.
Qui s’abbandona senza più pensieri
e il rito si completa.

 

II.

Le dita del vento:
lungo lamento
dalla chitarra del tetto,
canzone a dispetto
lungo i camini pericolanti,
le grondaie vacillanti
e le finestre con qualche fessura
che porta a sepoltura
e assieme qualche storia
di un cortile del primo novecento.
E siamo arrivati a quello
che doveva accadere
ordito da gelide stelle dal firmamento
cedendo senza sorriso
e questo avvertimento:
hai conquistato con un colpo solo
un piccolo inferno, un piccolo paradiso.
Da allora mi hai sedotto
con le tue dolceamare
nuove e antiche follie:
il pane, il letto, le buone malattie
ed anche le bugie
di questa nostra breve eternità
quel minimo che sempre basta
di fede, di speranza e carità.

 

III.

Obliquo e necessario
il verso delle parole ora pretende
di rivelare, infine, la verità del tempo,
il tempo che li vide lontani e prossimi
consolati per un momento da reciproci inganni.
Per questo osò la mano a catturare
nella veste leggera di più leggera veste
prima condivisione e, dopo, oblio.
Quasi tastiera al tocco delle dita
ebbe risposta nel leggero tocco
simile all’altro, identico fruscio.

 
 

L’immagine proviene da qui.

 
 

Giorgio Mannacio (1932). Vive a Milano. Ha scritto sei libri di poesie (di cui uno satirico); alcuni articoli di varia cultura; ha collaborato a numerose riviste letterarie e, attualmente, alla rivista on-line Poliscritture. Su questo blog ha pubblicato quattro brevi testi in prosa (qui e qui) e sei poesie tratte dalla silloge inedita Festa. Farina e forca (qui e qui).

 
 
 

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