Il giro del miele

 
 
 

Scritto da Sandro Campani e pubblicato da Einaudi nel gennaio del 2017, Il giro del miele è un romanzo che narra, anzitutto, un incontro.

O meglio, un dialogo notturno tra Davide, giovane apicoltore e buttafuori, incapace di accettare la fine del proprio matrimonio con Silvia, e l’anziano Giampiero, per anni aiutante nella falegnameria di Iuliano, il padre di Davide.

La vicenda si svolge in un paese dell’Appennino ed è raccontata da Giampiero, che riceve la visita inattesa di Davide a casa propria. Fin dalle battute iniziali si colgono la precisione e la potenza della scrittura di Campani, che poggia su una sintassi in odore di dialetto e su una lingua semplice, vivida eppure visionaria, con cui si prova a restituire le impressioni suscitate dalla realtà più che a interpretarla: “Ho aperto: era Davide. Grandone, alto com’è sempre stato, tanto che cammina preparato a chinarsi per passare dalle porte. È proprio dalla stazza che l’ho riconosciuto, perché la luce esterna era strinata e lui non ha parlato, inizialmente: ho ravvisato un uomo che nel momento in cui aprivo si tirava indietro, al buio”, p. 4.

La medesima esigenza di chiarezza informa i personaggi: a poco a poco, davanti a una bottiglia di grappa, i due si confesseranno segreti sempre più dolorosi, che culmineranno col resoconto (ciascuno dalla propria prospettiva) dell’incendio alla falegnameria, nel quale Giampiero ha riportato gravi ustioni a una mano.

È un alternarsi di ricordi struggenti e drammatici, in cui si delineano le figure di questi due uomini di poche parole, di forti sentimenti, coerenti sino alla cocciutaggine, aperti alla vita come bambini, come animali. Nel brano che segue, ad esempio, Giampiero rievoca un momento subito successivo alle nozze di Davide: “Avevo tenuto l’Ida a braccetto, andando verso la macchina – forse era lei che sosteneva me, perché due bicchieri in più, alla fine, li avevo bevuti anche io: dal fiume veniva un fresco sfrontato, che ci aveva preso al collo. Ci eravamo stretti. Cercando le chiavi nelle tasche, mantenevamo la certezza dei nostri due corpi attaccati, del nostro calore, di fronte al greppo nero e disabitato al di là del torrente, così straniero, visto da lì sotto, come se il greppo non fosse terra ma un’ombra generata dalle luci del ristorante, temerarie, presto spente – tanto, dopo due curve, io e l’Ida non avremmo più visto quelle luci, sarebbe stato tutto nero intorno, e la cosa da fare era perciò tenersi stretti. Me lo ricordo, quel pensiero, come un pensiero piacevole. La dose di fortuna che c’è al mondo, che ha fatto sì che io incontrassi l’Ida, e fa sì che siamo ancora qui, e a ogni momento io possa accostare, lasciare il volante e stringerle le spalle; la fortuna di cui senti investita ogni cosa dopo uno sposalizio riuscito, e che sospende le disillusioni, il cinismo, le malinconie – che pure sono faccende scontate, e dovranno arrivare per forza: non è che non lo sai, che arriveranno, è che ti senti più forte”, p. 45.

Ogni frase pronunciata dall’uno o dall’altro pare un tentativo di addomesticare il mistero del mondo; con la paura sempre in agguato di allontanarsi irrimediabilmente da esso: “Ero sorpreso di avergli detto queste cose. Lui ha riempito il mio bicchiere. Mi ha fissato gravemente, diventando un’altra persona ancora: così distante, questa, da credere che al di là del tavolo, a un metro e mezzo da me, lui fosse in un tempo diverso, il tempo in cui stanno le statue”, p. 86.

Qui è Davide a rammentare: “Che giornata. Ero lì da solo, era un giorno di quelli, sai quando tira l’Ostro e piove sabbia, ma appena smette c’è così nitido e aperto che le case sembrano più dritte, più grandi, e gli alberi anche, e più distanti fra loro, come se il mondo fosse raddoppiato. Le querce erano come monumenti, come se a ogni ramo fosse stato rifatto il contorno, e ogni quercia aveva la sua gazza. Quanto avrei voluto che ci fosse anche la Silvia”, p. 104.

Questa avvincente rassegna di amori, amicizie, tradimenti e fallimenti, corrisponde forse allo sforzo di consacrare due esistenze alla verità, di esporsi al mondo senza ripari (corsivo nel testo): “Fare le cose per davvero, stando bene – non per scherzo. Invece certa gente deve dar mostra di fare le cose con un distacco ironico, come se le facesse tra virgolette”, p. 164.

E allora, magari, l’animale in attesa fuori dalla casa di Giampiero (“La lince aspetta Davide, là fuori”, p. 121; “La lince ha un segreto e vuole qualcosa in cambio”, p. 228) potrebbe identificarsi sì con la minaccia dell’inconoscibile o della ferinità ma anche, al contrario, con la tentazione di farsi bestia, di consumarsi cioè senza la protezione del ragionamento, del calcolo.

Il giro del miele, libro scritto con un’attenzione alla parola che raramente si riscontra negli scrittori contemporanei, sembra esprimere in fondo un solo desiderio, o meglio una sola tensione: quella di organizzare attraverso la parola lo spavento di esistere, di trovare un punto d’incontro tra sé e l’universo, punto che in qualche modo somigli a un senso, a una posizione da cui spendere senza rimpianti la vita: “Guidavo lento, preciso, sentivo le marce nel palmo della mano, sai, i gradi delle curve. Non sbagliavo mai traiettoria, via che scivolavo […]; ero sigillato nella macchina, c’era il mondo e c’ero io, che avevo uno sguardo lucidissimo. Vedevo ogni dettaglio e anche l’insieme, alla perfezione, Giampiero, ma le cose non mi rimanevano in testa, la testa girava a vuoto”, p. 227.
 
 
 

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