Il sacrificio del fuoco

 
 
 

Il sacrificio del fuoco di Albrecht Goes (uscito per Giuntina nel gennaio del 2017 nella traduzione di Giada D’Elia, con una prefazione di Anna Ruchat e una breve recensione di Nelly Sachs del 1954, anno della prima edizione in tedesco del libro) ha forse nell’esilità il suo aspetto più sorprendente.

Non solo perché questo racconto, in appena quarantadue pagine, giunge a profondità vertiginose; ma anche perché i silenzi, le reticenze e i gesti minimi, privati, che illuminano le vite dei suoi personaggi positivi, hanno la doppia funzione di rammentarci la misura umana e di fungere da formidabile contraltare alla più tremenda dimostrazione di disumanità della storia moderna, l’Olocausto.

È la storia della signora Walker, ritrovatasi a gestire da sola la propria macelleria in una non meglio definita città della Germania, in un periodo compreso tra il 1942 e il 1943, in seguito alla chiamata alle armi del marito. Un giorno il Terzo Reich stabilisce che “da quel momento in poi tutti gli ebrei della città avrebbero potuto comprare la carne solo qui, e il venerdì, ogni venerdì pomeriggio dalle cinque alle sette, la macelleria sarebbe rimasta aperta per la «popolazione non ariana», come la chiamavano”, pp. 12-3.

La vicenda, che si sviluppa su vari piani temporali e narrativi, è affidata in larga parte a una lettera scritta dalla signora Walker al narratore di primo livello, il dottor S., assistente alla biblioteca comunale che vive in una stanza in affitto nella casa della donna. Già questa scomposizione della trama in più tempi, in una pluralità di voci, è forse un’implicita dichiarazione di impotenza (è impossibile dire per intero il dramma della Shoah) ma forse anche di speranza: al mantenimento della dignità umana si concorre tutti, assieme, in un eterno movimento che è somma degli sforzi individuali, giacché ciascuno è chiamato a fare – né più ma neanche meno – il bene che è nelle proprie possibilità.

La signora Walker, in quelle due ore del venerdì, inizierà a conoscere personalmente le sopraffazioni patite degli ebrei. In quel piccolo esercizio, in quell’intervallo di tempo così esiguo, la macellaia imparerà a opporre all’orrore della storia null’altro che la propria umanità. Fa riposare due bambini stanchi, le cui madri avrebbero dovuto sbrigare alcune commissioni; quando un uomo in uniforme entra nel negozio ubriaco premendo la sigaretta accesa sul volto di un anziano, lei lo ammonisce coraggiosamente, appellandosi alle uniche norme – non certo quelle morali – cui il soldato ancora si attiene: “Qui per legge è vietato fumare, dico, e sottolineo «per legge»”, p. 39; e comprende il meccanismo di ricatti psicologici che concorreva a perpetrare quella tragedia: “E allora c’era una tessera che si distingueva dalle altre perché con quella si poteva comprare una piccola aggiunta, una manciata di orzo forse o cento grammi di pasta… Ma quanto si pagava cara una simile elemosina. L’uomo che vi aveva diritto era costretto a lavorare in una fabbrica di armi, molto occupato quindi a costruire munizioni. E a cosa servivano le munizioni? Alla «lotta fatale», come la chiamavano. Ma anche alle fucilazioni di massa, di là all’Est. E l’uomo che fabbricava le munizioni… quell’uomo lo sapeva”, p. 31, corsivo nel testo.

La tenacia della signora Walker di appellarsi unicamente alla propria dignità come argine all’insensatezza che le dilaga attorno, tuttavia, verrà meno una sera, quando accadrà qualcosa di non più addomesticabile con la sola rettitudine, con le sole buone azioni. La signora Zalewsky, una giovane donna ebrea prossima a partorire, cliente della macelleria, andrà a farle visita per affidarle una carrozzina, che nel suo futuro prossimo non le servirà più. Messa di fronte a un sovvertimento così impietoso delle norme biologiche ancor prima che morali, la signora Walker – con la sua consueta lucidità, con la consueta incapacità di tergiversare propria di chi è naturalmente incline al bene – deciderà che solo il sacrificio di sé potrà forse redimere l’umanità da una simile colpa: “Se è così, se una donna che aspetta un figlio è costretta a dare via la carrozzina perché contro di lei e contro suo figlio non ancora nato è stata pronunciata senza ragione una condanna a morte, se succede questo nel mondo, le cose non possono migliorare. L’equilibrio non si ristabilirà più. E allora non resta che una possibilità: riportare l’ordine… col fuoco”, pp. 42-3.

Immolarsi, non veduti da alcuno, come gesto estremo contro l’irreparabile che pervade il mondo: nuovamente, è la misura a contrastare la dismisura, quasi a voler dimostrare che, se almeno un individuo è stato capace di non votarsi al male, allora l’umanità potrebbe non essere ancora perduta: “Questo è il tritacarne che ha distrutto tante vite. E questa è la minuscola, meravigliosa possibilità dell’essere umano”, p. 43.

La signora Walker sarà poi salvata dal signor Berendson, un ebreo, uno degli altri protagonisti del libro. Il locale riaprirà, come il signor Walker farà sapere tramite un annuncio sui giornali, nel quale comparirà anche il riferimento a un passo della Bibbia, Esodo 3, 2: “Mosè guardò, ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma non si consumava”, p. 49.

Si potrebbe accarezzare l’ipotesi che il signor Berendson personifichi in qualche modo l’autore del racconto, forse schiacciato dal senso di colpa per essere stato – lui pastore protestante – cappellano militare del Reich. Ma probabilmente non è opportuno azzardare interpretazioni di un testo che vuole essere anzitutto una lezione di compostezza; che insegna a contrapporre al clamore dell’odio, rapido a diffondersi come un contagio, il potere misterioso e grande del gesto invisibile, seme di una fede (di una ricompensa?) attingibile in altro tempo, forse in altra dimensione, dunque incomprensibile qui e ora: “«Nessun saluto alla signora Walker» dissi mentre restituivo la lettera [scritta dal signor Berendson, padre di Sabine, per svelare alla figlia in che modo egli abbia salvato la signora Walker, n.d.r.] a Sabine. «Strano».
«Sì, è strano. Ma tra loro regnano probabilmente leggi diverse»”, p. 48.
 
 
 

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