Storie di volti e di parole

 
 
 

Uscito per DeriveApprodi nell’ottobre del 2016 con una prefazione di Silverio Novelli, Storie di volti e di parole è un’opera dalla composizione singolare.

Il libro è infatti suddiviso in quattro sezioni; nelle prime tre, Epoche e luoghi, Il mondo del vino e Donne bizzarre, ai racconti di Luigi Ananìa (scrittore e titolare di un’azienda agricola) seguono le annotazioni psicolinguistiche di Nicola Boccianti (psichiatra e psicoterapeuta), che non compaiono nell’ultima sezione, L’angelo.

Le annotazioni di Boccianti prendono spunto da alcune parole di uso comune presenti anche nei brevi testi di Ananìa, ne tracciano un profilo storico e ne svelano l’utilizzo nelle disciplineCopertina psicologiche.

Il taglio saggistico di questi inserti, va detto, crea un contrasto forse stridente con lo stile vivido, libero, sfrontato delle porzioni narrative. Stile che si mostra subito con grande efficacia nell’incipit del primissimo racconto, Guardando la guerra, che ha per eloquente sottotitolo Montalcino, 2003 (guerra in Iraq): “Ho una bella moglie e una figlia che è un tesoro. Da un po’ di giorni è scoppiata la guerra. Ho trovato il modo di passare il tempo; accendo il mio televisore tedesco e guardo le bombe che cadono e le case che si frantumano. Se mi giro a sinistra vedo una grande finestra a volta e un prugno che fiorisce al sole. Davanti allo schermo posso provare pietà per i volti e gli intonaci che si sfaldano”, p. 13.

Qui, a colpire non è tanto lo iato tra l’autentico strazio del conflitto iracheno e il fatto che, se vissuto da spettatore ben al riparo da ogni rischio, esso possa al più ingenerare una vaga e in un certo modo appagante misericordia; quanto piuttosto la giustapposizione e compenetrazione di atmosfere e situazioni apparentemente irrelate, come se l’esistenza procedesse per accumulo casuale anziché secondo una consequenzialità stringente.

Anche nel successivo e irresistibile L’intervista (uno stucchevole dialogo tra un critico e un giornalista, che terminerà in modo del tutto inatteso), la vita appare come un susseguirsi di eventi imprevedibili e di interpretazioni che – in assenza di una causalità condivisibile – non possono che essere le più soggettive. Il giornalista infatti, riavutosi dopo aver perso i sensi, nel finale si rivolgerà così ai suoi soccorritori: “«Ecco sentite, questa è la mia aura che s’infrange, s’infrange ma non scompare perché si ricostruisce… si ricostruisce dall’energia che si sprigiona dalle vostre emozioni, l’energia che creerà dal nulla la materia della mia nuova aura»”, p. 23.

Nella seconda sezione, Il mondo del vino, la romantica fedeltà alle proprie passioni e convinzioni è personificata da una formidabile serie di tipi umani: “Fra di loro si aggira spesso un filosofo che guarda e cerca di ritrovare la lingua, lo spirito e l’incedere del contadino nascosto nelle posture del professionista; ne vuole riscoprire l’identità, la storia e quel modo di raccontare incurante del tempo che dà lo stesso conforto di una religione. Vaga nelle piazze colmo delle idee di simposi dove si parla dell’essere contadino oggi; con occhi ispirati sostiene che il contadino con il suo mero vivere è un esempio di uomo che ha trovato risposte alle domande del corpo e dello spirito”, pp. 52-3.

Segue la sezione Donne bizzarre, le quali in realtà scatenano la bizzarria degli uomini che di esse si invaghiscono. Nel racconto Mercedes, ad esempio, la protagonista femminile (che dà il titolo al brano) viene inseguita instancabilmente da un certo ingegner Gino dopo un incontro amoroso tra i due. Finalmente ritrovatala e consideratala non più all’altezza del suo ricordo e delle sue attese, l’ingegner Gino sarà vittima di una sorta di corto circuito emotivo: “L’ingegnere uscì con un’impressione di una donna confusa dalla solitudine in un appartamento disabitato. Una volta fuori sentì un desiderio misto di bellezza e di voci familiari. Nella piazza camminò nervoso fra i banchi del mercato ondulando la sua lunga chioma bianca. Via via che si allontanava dal numero civico ottantanove il suo pensiero rifioriva di promesse e di complimenti per le sue amiche, le sue conoscenti e per sua madre. Prese il telefono dalla tasca e le chiamò tutte dicendo a ognuna la promessa che più le si confaceva. Intanto Mercedes era diventata un’idea da cui sfuggire”, pp. 91-2.

Chiude il volume la sezione L’angelo, dedicata a Carla, la compagna scomparsa. In queste intense pagine, il ricordo è affidato a una sequenza di sogni, uno dei quali è quasi eleggibile a paradigma dell’intera opera; opera che ci restituisce un’immagine del mondo come luogo frequentato non per sete di guadagno ma – con movimento opposto, da sé a fuori – di desiderio: “Sono nel mio letto con mia figlia Benedetta. Prima di addormentarsi Benedetta mi prende la mano e me la preme. Io sento un conforto che si diffonde intorno a me e in tutto l’ambiente. È un’effusione che mi sostiene nell’aria e mi lascia sospeso in un cielo rasserenante. Poi vedo il viso di Carla che mi guarda sorridente distesa nello spazio celeste. È una parte di cielo in cui l’affetto ha preso il posto della gravità”, p. 122.

Come se tutti i personaggi di Storie di volti e di parole partecipassero alla vita non per trattenerla, fagocitarla, quanto al contrario per abbandonarsi alla sua immensità e illeggibilità. Come se costoro, per citare una bellissima formula adoperata da Luigi Ananìa a p. 32, fossero mossi da “una domanda continua d’infinito”.

 
 
 

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