Germania, Germania!

 
 
 

Pubblicata nell’ottobre 2016 dalle Edizioni Arcoiris e curata e tradotta da Loris Tassi, Germania, Germania! dello scrittore uruguaiano Felipe Polleri è un’opera tanto appassionante quanto di difficile collocazione all’interno di un genere – romanzo, poema in prosa e libro di racconti – eppure dalla struttura complessiva sùbito evidente: a ciascuno dei tre protagonisti nonché voci narranti, Christopher, Parsifal e Antoine, è infatti dedicato un capitolo di questo libro ricco non solo di riferimenti letterari ma anche di movimenti oscuri e spiazzanti, restituiti attraverso la scrittura con grandissima lucidità e pronti a interrogare e disorientare il lettore.

polleri_germania-germaniaGrottesche e visionarie, incredibili e realistiche nel descrivere l’umano, le pagine di Germania, Germania!, sovente sospese tra storia e fantascienza, in principio dànno spazio al racconto di Christopher, un inglese dall’andatura zoppicante (che dice di essere stato, da vivo, Marlowe e di essere divenuto, una volta deceduto a trentaquattro anni, Shakespeare). Christopher narra di sé da un luogo che nulla ha a che vedere con l’aldilà cristiano – confessando anche di aver accoltellato in passato numerose persone – e trascina il lettore in una dimensione lirica e mostruosa: “Se sono nato così inumano… Se sono nato con tanto poco amore per la vita è perché mia sorella, o mio fratello, quell’angelo, quel bellissimo ermafrodita con i lunghissimi capelli bianchi e il ‘faccino da fata’, dopo avermi spiegato che cos’era la vita (Auschwitz), si è lasciato morire. Ha iniziato a dimagrire, è diventato sempre più piccolo e si è trasformato in un’iridescente farfalla d’acqua che io ho cullato tra le braccia fino a quando non ha sorriso per l’ultima volta e ha chiuso gli occhi”, p. 24.

Un’incessante contraddizione nutre il monologo delirante di Christopher, eroe del controspionaggio e uccisore di nazisti durante la Seconda guerra mondiale, ma anche cittadino onorario di Marte e ospite del Watson Hospital, un istituto psichiatrico: la realtà quotidiana, dove “«amare la vita» […] è «amare il male»” (p. 27), è un luogo insopportabile per i buoni, gli inumani: “[…] devi essere un concentrato di merda per sopravvivere più di sessant’anni in un mondo malvagio come il nostro. Sì. La malvagità di tutto e di tutti è così mostruosa che una persona più o meno buona, o che abbia un po’ di cuore, non può che morire di tristezza al massimo (ma proprio al massimo) a quarant’anni”, p. 13.

Nel capitolo successivo, arricchito da disegni, Parsifal Georg Kurtz Petelska è un malato che si serve di due bastoni o di una sedia a rotelle per muoversi, vive in un ospedale ed è in cura da uno psichiatra, il dr. Prinzhorn. Parsifal è – come Christopher – uno scrittore: “Uno scrittore è un uccello invisibile che vola di casa in casa per studiare (e annotare) l’infinita perversità degli esseri umani, o dei loro doppi o impostori o replicanti o androidi. Naturalmente capisco, e in un certo senso giustifico, l’odio che nutrono nei miei confronti […]. Mostriamo che è possibile fare il male, anche se noi non lo facciamo; loro invece lo fanno, ma di nascosto”, p. 62.

Parsifal dice di redigere opere per burattini, di essere nato in Uruguay e mostra di essere imprigionato – come Christopher – in una realtà di cui non riesce a tirare le fila, ambigua e menzognera, ripetitiva ma inafferrabile, popolata di nazisti e impregnata di violenza. Ecco che lo scrittore-uccello prova a raccontare il mondo, nonostante le minacce di quest’ultimo: “E non crediate che l’uccello invisibile assomigli a un merlo o a un usignolo o a un’allodola: per esempio, ha una testolina in tutto e per tutto umana. Una testa simile a quella che avevo io, o che avevi tu, quando eravamo bambini e sorridevamo. Per il resto è come un uccello qualsiasi… se gli uccelli fossero invisibili, sempre invisibili, dal momento che tutti gli uccelli dovendo sfuggire alle nostre fionde, doppiette, eccetera sono invisibili per la maggior parte del tempo. Odiamo tutto ciò che vola, è naturale. La nostra bassezza…”, p. 64.

Il volume si conclude con lo splendido terzo capitolo, costituito – al pari del precedente – non solo di parole ma anche di immagini: come Parsifal e Christopher, Antoine parla di sé, confessando il proprio stato di uomo che vive come se guardasse la tv, non solo senza più olfatto, perché strappato con le tenaglie da figuri indefinibili, ma addirittura privato alla nascita dell’“euforia di vivere” (espressione più volte ricorrente nel testo). Anche Antoine, dopo Christopher e Parsifal, è uno scrittore che afferma di essere ospite di un nosocomio: è l’autore del “Grande saggio sulla macchina” (corsivi nel testo, p. 159), un libro osteggiato dal “Potere” (ibidem) che “dimostra l’assoluta inutilità della macchina, e non per motivi ecologici, come va di moda oggi, ma per altre ragioni”, p. 163. Antoine abita in mezzo a corpi su cui sono impiantate tante macchine, che “soltanto una persona al mondo è capace di spegnere”: “Quando X si avvicina e mi tocca, il ronzio delle macchine diminuisce, alcune delle peggiori addirittura si spengono, e quel residuo di euforia di vivere che si sono dimenticati di strapparmi si infiamma e mi riempie la testa di luce”, p. 193.

Ma Antoine, estenuato da ogni attesa che gli consuma i nervi, è anche coinvolto in una strenua lotta per domare il proprio “bambino mostro”: “[…] quando qualcuno mi parla e si avvicina alla recinzione (diecimila volt), prima di potergli rispondere, devo nascondere dietro di me, stringendogli la gola per non farlo latrare, il bambino mostro che vive alle mie spalle da quando sono nato”, p. 170.

Il poema – in cui convergono opere grafiche di malati mentali, tratte dalla collezione dello psichiatra tedesco Hans Prinzhorn, e illustrazioni dello stesso Polleri – pare fondarsi su tre personaggi accumunati dall’essere ai margini del mondo e in distonia con esso, tre figure a cui pare impossibile credere e che forse in fondo compongono un solo e unico protagonista; esso sembra inoltre costruito su temi ricorrenti (quali la follia e il nazismo), come lampi di luce riconoscibili, piuttosto che su un ordine di eventi; sul tentativo in altri termini di restituire il tutto ingovernabile della realtà con il linguaggio lavorando sui limiti di contenimento di quest’ultimo e senza costruire realtà parallele, come se il mondo deformato, esagerato, falsificato e preso d’assalto dal furore e dall’energia dell’immaginazione fosse in ultima analisi proprio il nostro.

Non c’è la risposta, pare affermare Polleri in Germania, Germania!, non c’è una fine a cui poter assistere e un fine che ci muove, un motivo da comprendere, un senso da scoprire, perché tutto è continuamente altro, è visione; tuttavia non ci si trova davanti a una statica rappresentazione rassicurante racchiusa in una forma, quanto piuttosto dinnanzi a un sogno, a un equivoco radicale, inquietante e liberatorio, che distrugge e illumina, fatto di un’imprendibilità e una fragilità che costringono a un movimento sospeso nell’invisibile. “L’identità è come un manuale” (p. 154), e i manuali nessuno li “[…] capisce, perché sono fatti per non essere capiti: come i miei romanzi, i racconti, i poemi in versi sciolti, i dipinti e i collage. Sono fatti per essere fraintesi”, p. 166.

 
 
 

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