Alterità. L’identità come relazione

 
 
 

Sin dalle battute iniziali, nel suo Alterità. L’identità come relazione (uscito per Mucchi Editore nel novembre del 2016) Roberto Marchesini prende risolutamente le distanze dall’identità intesa come nucleo resistente al mondo, come narcisistico arroccamento in un’immutabilità formale che dovrebbe preservare dall’imprevedibilità dell’esistenza: “Alterità non è soltanto il termine opposto all’identità, bensì la sua antimateria, ciò che annichilisce quell’idea di separatezza esistenziale, autonomia, autopoiesi che rappresentano l’ontologia stessa dell’individuazione: l’illusione o la pena di vivere rinchiusi in una monade”, p. 12.

Al contrario è il mondo, nella sua illeggibilità e mutevolezza, a resistere a ogni prospettiva individuale. Si appartiene al mondo non in virtù della propria parzialità, ma nonostante essa: “Sospendere il proprio individualismo significa non tanto chiamarsi fuori dalla partecipazione al convivio, ma riprenderne i termini propriamente conviviali della partecipazione alla vita, non necessariamente rispetto alla finitudine o, meglio, non solo. Il convivio si alimenta ammettendo la vulnerabilità, l’ignoranza, la pochezza dell’esperienza individuata, la consapevolezza del proprio essere in difetto che giustifica la tolleranza”, p. 24.marchesini-cover_alterita

Ritrovarsi nel mondo significa ridefinire continuamente sé e gli altri. Cioè ridefinire continuamente il mondo stesso: “Il rispecchiamento non è il riflesso di sé nel mondo, né il suo contrario, bensì l’organizzazione e il rinnovamento del sé attraverso il mondo e viceversa, in un’evoluzione dialogica dei predicati”, p. 31.

Ma come nei rapporti amorosi, concedersi al mondo (concedersi alla vita) equivale all’abbandono di ogni certezza. Impossibile pretendere conferme, prevedere guadagni, pianificare percorsi: “Tuttavia occorre fare attenzione: il dialogo non ricorda un esame autoptico sul reale, il dialogo non ha cioè un timone, è evasivo rispetto alle nostre attese, irride i nostri castelli in aria e ne fa emergere altri. Questa pretesa del controllo, che fa dell’epistemologia prassi ed esercizio del dominio, è un’altra delle illusioni umaniste. Alle relazioni occorre abbandonarsi, le scie epistemiche sono elusive alla presa come bolle di sapone. […] Conoscere significa accettare di concordare l’itinerario con l’alterità, sapendo altresì di scegliere una tra le infinite coordinate nel virtuale topografico. Vuol dire accettare l’ignoranza come costituzione di ogni processo di conoscenza, che non disgiunge, semmai coniuga con ironia”, p. 50.

Il mondo non esiste per soddisfare le nostre attese – non è pianificabile la vita – ma perché, concavo, i corpi possano aderirvi: “È il corpo liberato dalle catene del sé narcisistico che si può aprire all’esperienza dell’alterità. Il motore della soggettività è il desiderio, nel suo significato di urgenza di partecipare al convivio, ovvero quale processo di ospitalità dell’altro, apertura delle soglie per la singolarità dialogica”, p. 63.

Allora, se sono le relazioni e non le individualità a fare il mondo, non possono esistere posizioni privilegiate. Nemmeno quella degli esseri umani nei confronti degli altri viventi: “L’idea che la mente emerga attraverso piani di sopravvivenza da tutto il corpo e non sia semplicemente correlata a esso, ci porta a guardare il fenomeno psichico come la risultante di un essere-un-corpo, prendendo la distanza dal cartesiano avere-un-corpo e da tutte le sue varianti rappresentazioni amodali. Si tratta quindi di ridefinire il piano ontologico dell’essere-animale e di riportare la soggettività al carattere stesso dell’animalità. Essere animale significa orientarsi-verso ma non in senso esclusivamente motorio, bensì nell’assumere una carenza costitutiva che chiede di essere ristorata attraverso la relazione con il mondo”, p. 97.

E ancora: “L’animalità indica una propensione e una necessità dialogica con la realtà esterna, per cui ogni retaggio filogenetico o ontogenetico non può essere racchiuso all’interno di un dominio predefinito, ma dev’essere considerato come un range di potenzialità evolutive che si appoggiano sul mondo esterno per costruire la loro matrice morfopoietica. Il soggetto si presenta al mondo non con una forma già data bensì con un campo virtuale di potenzialità evolutive che fanno emergere, dal multipiano dialogico delle transizioni in divenire, una forma che a sua volta costruisce nuovi campi di virtualità”, p. 175.

Per scoprire così che il mondo ha uno e un solo ritmo, uguale per tutti i corpi che lo abitano, cui non ci si può che abbandonare. Un corpo sordo al ritmo del mondo, o che addirittura gli preferisse un ritmo proprio, da seguire privatamente, è come un corpo già morto, attorno al quale vibra la vita: “Il corpo è una matrice di relazioni con il mondo ed è proprio da queste relazioni che emerge il predicato, per cui non possiamo mai desumerlo attraverso una ricognizione interna. Il corpo enucleato dalle proprie molteplici relazioni non è più un corpo ma una spoglia”, p. 177.

Perché non si può essere vivi se non nel mondo.

 
 
 

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