Alba

 
 

di Bianca Bertazzi

 
 
 

Sono le quattro del mattino e sono immerso nel silenzio. È da mezz’ora che sono seduto qui in cucina, la porta chiusa per non far rumore, la finestra senza una bava d’aria. Sento l’alluce che tocca il buco sulla punta della mia pantofola. Sono ventiquattro giorni che Anna mi dice di comprare un paio di ciabatte nuove. Ventiquattro giorni e li ho segnati tutti. Ieri sera me l’ha detto mentre infilavo i piatti in lavastoviglie, mi ha detto Fabrizio quelle pantofole sono da buttare. Ho fatto finta di non sentire. Poi è andata in bagno e io mi sono acceso una sigaretta, sono andato in camera, ho preso il mio taccuino che tengo in mezzo ai libri. Ho segnato giorno ventiquattro, in fondo ad una lista di numeri fino a ventitré. È un piccolo quaderno sgualcito, non me ne faccio nulla ma ci segno le cose che non hanno importanza per gli altri. Ho rimesso il taccuino in mezzo ai due libri e sono tornato in cucina a sedermi, nella stessa posizione in cui sono adesso. Anna è uscita dal bagno, le occhiaie annerite dal mascara levato male. Non mi ha detto nulla, ho visto che mi ha guardato come si guardano gli estranei per strada, di sfuggita, con interesse dissimulato. Sono rimasto a fumare ancora un po’, ascoltando i passi della vicina di sopra. Anna è andata a letto, ho sentito lo schiocco dell’interruttore dell’abat-jour e il suo libro che si apriva, mentre cercava il segno sull’ultima pagina mollata a metà. Ho schiacciato il mozzicone di sigaretta nel posacenere fino a soffocarlo, ho preso la mia pillola e l’ho raggiunta in camera.

Sto fumando di nuovo, perché di nuovo non dormo. Mi sono svegliato poco fa, mi sveglio sempre alla stessa ora durante la notte, quando mi giro illumino l’orologio e sono le tre e ventotto. Anna era distesa accanto a me, con un braccio abbandonato sul cuscino, il seno libero appena velato dalla canotta bianca sgualcita, quella di cotone che mette sempre quando fa caldo. Nel buio ho cercato di illustrazionepercorrere il suo profilo magro, le labbra dischiuse asciugate dal sonno, il senso, immenso, del vuoto nella stanza.

L’orologio batte i secondi, li sento scandire perfettamente, l’unico suono che riempie l’aria appannata dal fumo.

Stamattina ho accompagnato Beatrice a scuola, c’era il cortile gremito di genitori. Non sapevo cosa fare, faceva caldo e stavo sudando. Mi è venuta incontro una donna bruna, con una tuta rossa e le scarpe da ginnastica, mi ha sorriso mentre si presentava come Laura la mamma di Matilde. Mi ha detto che Beatrice quel giorno avrebbe dormito da loro, che si erano messe d’accordo insieme a mia moglie. Io non sapevo nulla, non mi ricordavo nemmeno che Anna me l’avesse detto. Quando Beatrice è entrata a scuola, ho lasciato che scomparisse oltre il portone centrale, poi sono rimasto un po’ lì a fumare, seduto su una panchina a guardare gli altri genitori sbracciarsi per salutare quel goffo agglomerato di zaini.

Beatrice è nata sei anni fa da un imprevisto, un preservativo forato. Non volevamo figli, ne avevamo parlato a lungo tempo prima, non avrei mai pensato che Anna potesse cambiare idea in quel periodo. Invece l’ha fatto. È tornata a casa quella sera e mi ha detto che le avevano prescritto la pillola del giorno dopo ma non sapeva se prenderla. Cosa vuol dire che non sai se prenderla, le avevo chiesto. Stavo lavorando al computer e avevo mollato tutto lì. Vuol dire che forse un bambino lo voglio, mi aveva risposto appoggiandosi alla parete del salotto. Ero rimasto a guardarla senza saper cosa dire, la mente incollata come catrame.

Ho atteso che il cortile si svuotasse, poi sono tornato a casa per lavorare al computer. Devo chiudere un progetto che mi trascino da mesi, non so come fare, perché non riesco a proseguire. Accendo il computer e mi prende un blocco allo stomaco, rimango davanti allo schermo e mi sembra un muro di luce bianca, non riesco a vedere oltre.

Sono le quattro e venti del mattino. Mi accendo un’altra sigaretta e metto a scaldare un po’ di latte. Ho il collo indolenzito, sento le ossa rigide sotto la muscolatura. Sbircio in camera, Anna è sempre nella stessa posizione, arrotolata tra il lenzuolo e la coperta.

Quando più di sette anni fa l’ho presentata a mio padre, lui ha atteso che restassi senza di lei, poi mi ha detto, lo so che non la ami davvero, però so che per te questo non conta. Non ha aggiunto altro, mi ha lasciato appeso al vuoto, con la gola secca e le mani senza un luogo cui aggrapparsi.

Con l’alluce sto cercando di allargare il buco della pantofola. Non ha senso cambiarle, perché il buco tornerà. Scolo il latte in una vecchia tazza con sopra un otto nero sbiadito dal detersivo, mi risiedo e non so che fare. Il sonno non arriva, sono anni che non torna.

L’altra sera sono andato a buttare la spazzatura, il cielo minacciava un acquazzone, tirava quell’aria umida che ti si attacca addosso come colla. Quando ho richiuso il coperchio del cassonetto e mi sono voltato, davanti a me c’era Giulio, un vecchio amico di scuola. Sul momento non l’ho riconosciuto, aveva un casco grigio ancora in testa e una bottiglia di vino in mano. Non ci posso credere, mi ha detto, sei Fabrizio?

Si è tolto il casco e mi ha abbracciato, entrambi sorpresi di ritrovarci proprio lì, davanti ad un bidone dell’immondizia dopo vent’anni, io in tuta, lui con l’impermeabile. Stava andando a cena da amici, era in ritardo. Vediamoci per una birra, mi ha detto mentre si allontanava. Gli ho risposto di sì, tanto sono quelle birre che non si bevono mai, rimangono solo dette così, per riempire gli imbarazzi.

Quando sono rientrato nel palazzo, mi sono lasciato il vento alle spalle e mi è venuta voglia di non tornare a casa. Mi è venuto quasi da ridere, perché ho pensato a tutti quegli articoli di cronaca nera che iniziano così, con qualcuno che esce e poi scompare. Per cosa dovrei tornare, mi sono chiesto. Ho cominciato a soppesare tutte le persone della mia vita, e alla fine ce la fanno tutti senza di me, ho pensato. Beatrice imparerà a stare solo con Anna e i nonni, quelli che sono rimasti. Crescerà senza di me, arriverà il momento in cui vorrà sapere che fine avrò fatto, sempre che qualcuno, in qualche forma garbata e dolorosa, non le dica prima la verità. Anna sceglierà un altro uomo, una persona più concreta, come dice sempre lei. Forse quest’uomo già esiste, compare quando la notte cala sui nostri volti, ed ognuno è libero di immaginare senza esser visto. Non m’interessano più i letti sfatti di una vita.

Ora che sono qui, tra un muro e una finestra aperta sul buio, non mi sembra poi così distante questa esistenza da me stesso. Me la sono incollata addosso come si fa con la Parietaria, che sulle mani lascia quella sensazione appiccicosa, la consapevolezza di un disegno che sopravvive finché non me lo strappo via.

Alzo la testa verso l’orologio, mi pare di sollevare un mattone. Sono le cinque del mattino, il latte si è raffreddato e sulla superficie si è formata quella patina bianca che sigilla il liquido perfettamente, con delicatezza. Ci affondo il cucchiaio, rompendo l’incanto.

L’alba di oggi ha i contorni indefiniti di questa casa. Se chiudo le palpebre posso immaginare più colori, ma se li tengo aperti vedo solo un cielo che si rischiara, un bagliore faticoso da contenere in una stanza. È questo il luogo dove trascorro più tempo, la cucina di un’esistenza persa.

Gli amici che mi sono rimasti, quelli che mi chiedono come sto, dicono che sono simpatico, ridono ma poi guardano altrove. Allora mi accendo una sigaretta, come sto facendo adesso, e penso che non sia poi così male star fermi a guardare le cose, fare un po’ d’ironia per inumidire la propria disperazione.

Tra quaranta minuti Anna si alza, schiaccerà off sulla sveglia, quel suono metallico e graduale che mi sbriciola le tempie quando ho appena ripreso a dormire. Passiamo le notti separati, lei con la testa che scompare nel cuscino, io con i pensieri incastrati a questo tavolo. Il sonnifero è rapido, agisce nelle prime ore di assunzione, intorpidisce i sensi e mi trascina in uno stato di abbandono. Conosco a memoria ogni sensazione che mi provoca, è come un caro amico che mi fa ubriacare, non ho nulla da temere. Sfilo le pantofole dai piedi, l’alluce quasi incastrato nel buco. Sento la pelle che s’irrigidisce per il freddo compatto del pavimento, distendo le dita per terra. Mi alzo, spengo la sigaretta e apro lo sportello vicino al frigo. Lì tengo la confezione di sonnifero. Mi è avanzato del latte, così apro la piccola scatola di vetro e ingoio tutto, una capsula dopo l’altra. Vanno giù senza difficoltà, accarezzano la lingua e svuotano le forme di senso. Butto la boccetta nella spazzatura, la nascondo tra gli avanzi dolciastri dei nostri consumi. Spengo la luce e chiudo la finestra, fuori il cielo ha uno strano color indaco. Mi avvicino alla camera da letto, i piedi nudi che s’imprimono sul pavimento. Nel buio riesco a vedere i contorni della stanza, percepisco il respiro denso di Anna; non mi sente.

Mi sdraio e tiro su il lenzuolo, mentre assaporo la tiepida accoglienza del cuscino. Ho dimenticato le pantofole in cucina sotto il tavolo, penso.

In quel momento il corpo di Anna ha un sussulto, uno scatto improvviso delle gambe. Faccio finta di niente, mi giro su un fianco pensando che non sono ancora le sei, si riaddormenterà.

– Fabrizio?

La sua voce roca schiude il silenzio.

– Dimmi.

– Ah ci sei, ci sei meno male.

La sua mano mi cerca nel buio, tocca appena la mia schiena.

– Certo che ci sono, cosa c’è?

– Ho fatto un sogno, un incubo credo.

Rimango di spalle, lascio che l’aria si svuoti nuovamente di suoni.

– Hai capito? Dico ho fatto un incubo.

Mi volto verso di lei, intravedo il profilo del suo corpo. Un senso di pesantezza mi sta comprimendo gli arti, dev’essere l’effetto delle pillole, penso.

– Sì Anna, ho capito. Cosa hai sognato?

– Eravamo qui, in casa, eravamo insieme, senza Beatrice.

 

Le sue parole arrivano lente, s’infiltrano sottili nello spazio che ci divide. Anna tira un lungo respiro, la sento gesticolare nell’aria.

 

– Faceva caldo e la casa era quasi vuota, mancavano alcuni mobili e c’era una luce accecante, non riuscivo a vederti quasi.

– Ma io dov’ero? – Le chiedo.

– Tu eri in cucina, eri seduto e guardavi il muro, la parete vicino alla finestra, sai. Ti dicevo di aprirla perché avevo caldo, stavo sudando ed eravamo chiusi dentro ma tu non ti voltavi, non mi guardavi, non lo so, sembrava non mi sentissi proprio.

Fisso il buio e mi sembra incredibilmente facile vedere questa casa immersa nell’aria torrida, mi ci sento dentro, ho davanti la parete, la stessa che avevo fino a qualche minuto fa. È nitida, un bianco abbacinante, che annienta il resto.

– Allora ti sono venuta vicino, ti ho ripetuto di aprire la finestra, ma tu niente, immobile davanti al muro. Una cosa tremenda. Ti ho scosso per le spalle ma era come se fossi incollato lì, non c’eri più, c’era un corpo inerme e secco che fissava la parete, eri tu ma non eri vivo.

 

Ero io ma non ero vivo.

Stiro le gambe ma non me le sento, mi sembra di avere del metallo al posto della carne. Le chiedo come va a finire il sogno, e mi pare strano che lei risponda, perché percepisco le mie parole lontane asciugarsi in gola una dopo l’altra.

– Vado alla finestra e provo ad aprirla, ma sembra bloccata, non si apre nulla in tutta la casa. Comincio a urlare che siamo chiusi dentro, vado in tutte le camere e non riesco a fare entrare aria, non si apre nemmeno la porta di casa e tu sei sempre lì fermo, nella stessa posizione.

 

Anche adesso, se ci penso, mi pare di non riuscire più a muovermi. Nessuna parte del mio corpo sembra rispondere, sento solo una stanchezza greve invadere ogni muscolo, investendo la mente come un macigno in corsa.

Anna prosegue, la sento muoversi nell’ombra, tirare il lenzuolo verso di sé.

– E alla fine mi metto a tirare calci alle porte delle stanze e tu non ci sei più in cucina, rimango da sola a urlare contro il nulla, chiusa dentro.

 

Chiusi dentro.

Un trapano in testa. Ho un trapano in testa che mi sta perforando le tempie, acuto, fortissimo.

Cerco Anna nel letto ma non c’è. Il letto è vuoto, si sta inclinando da un lato, e il trapano sta bucando tutto, ogni cosa. Crolliamo.

– Fabrizio mi rispondi?

La voce di Anna arriva veloce, scuotendo ogni senso.

– Eh dimmi – Farfuglio con la faccia incollata al cuscino.

– Dico che è suonata la sveglia, mi alzo e ci vediamo oggi a pranzo che Beatrice esce prima, la vado a prendere io.

 

Beatrice.

Le rispondo di sì, in qualche modo le rispondo che va bene.

– Ciao allora, ci vediamo più tardi.

Sento la porta abbandonarsi dietro di lei. Poi chiudo gli occhi, e mi pare di sigillarlo questo silenzio, legarlo al letto con tutta la forza che ho.

 
 
 

Bianca Bertazzi è nata nel 1987 a Genova, dove vive. Dopo alcune esperienze lavorative all’estero, nel 2012 si è laureata in Culture e Tecniche della Moda. Attualmente lavora come segreteria in una clinica privata. Nel frattempo legge molto e cerca di proseguire il suo romanzo.

 
 

Illustrazione originale di Claudia Bernardi.

 
 
 

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