Stamattina stasera troppo presto

 
 
 

Pubblicato nell’ottobre 2016 da Racconti Edizioni nella traduzione di Luigi Ballerini, Stamattina stasera troppo presto è un’imperdibile raccolta di otto narrazioni di James Baldwin.

Nei primi due racconti, Il macigno e La scampagnata, dove si ritrovano molti dei personaggi e delle situazioni del romanzo d’esordio dell’autore, Gridalo forte (recensito su questo blog), i due fratelli John (o Johnnie) e Roy, prima nell’età dell’infanzia poi adolescenti, vivono tra il desiderio di autonomia e di avventura e l’oppressione della figura paterna, Gabriel.

Ne Il macigno, “un masso di roccia” (p. 7) esercita una particolare fdfattrazione sui bambini del quartiere, i quali vi giocano sulla sommità. Nonostante il divieto della madre e i moniti del fratello a non disubbidire, Roy si avvicina alla roccia e prende parte ai giochi, fino a che uno spiacevole incidente non lo coinvolgerà: “Dozzine di ragazzi combattevano l’uno contro l’altro sotto la ruvida luce del sole: arrampicandosi sugli spuntoni del masso, picchiandosi con i pugni nudi, mentre le scarpe levigate dall’uso scivolavano sulla viscida roccia, e l’aria luminosa si riempiva di imprecazioni e di urla di giubilo. […] Poi Roy comparve dall’altro versante del macigno. John vide che aveva la camicia strappata. Rideva. Camminò fino a raggiungere la cima del macigno. Poi, qualcosa, forse una lattina vuota, tagliò l’aria e lo colpì in fronte, proprio sopra l’occhio. All’istante il sangue corse giù lungo una guancia di Roy, che cadde battendo la faccia sul masso e rotolò giù”, pp. 11-12.

Sull’immediato piano degli eventi, La scampagnata ruota invece attorno al tentativo di Johnnie, Roy e dell’amico David – durante una gita organizzata dalla chiesa pentecostale – di avvicinare una ragazza di cui tutt’e tre sembrano invaghiti, Sylvia, allo scopo di consegnarle in regalo una spilla. Su tutti i personaggi si staglia quello di Johnnie, che prenderà coscienza di sé e dei propri reali sentimenti, sebbene sopraffatto dalla rigida figura dell’odiato padre, il predicatore Gabriel, e soffocato dall’ambiente religioso popolato da uomini e donne presi a gareggiare nella preghiera e nella ricerca della salvezza: “La scampagnata, aveva detto dal pulpito padre James a una settimana di distanza dall’evento, aveva lo scopo di far passare un giorno di tranquillità ai figli di Dio; affinché potessero respirare una boccata di aria pura e adorare in letizia il Signore sotto il tetto del cielo; e non c’era assolutamente niente di frivolo in tutto ciò”, p. 22, corsivi nel testo.

Il mondo dell’infanzia, ritratto sovente nella raccolta, rifulge in modo particolare nel terzo racconto, L’uomo bambino, che narra la tragica storia di Eric, il protagonista di otto anni, osservatore degli adulti che lo circondano e dei loro incomprensibili legami: Eric guarda la madre, il padre e l’amico inseparabile di quest’ultimo, Jamie, senza famiglia né terra (“Jamie era stato costretto a vendere il suo podere, ed era stato il padre di Eric a comprarlo”, p. 60), un uomo che vive insieme a un cane e che non disdegna l’alcol. “«Jamie può sposarsi e avere dei figli suoi, basta che lo voglia» disse la madre di Eric. «No» disse suo padre, dopo una lunga pausa. «Jamie ci ha pensato troppo a lungo.» E d’un tratto si mise a ridere ed Eric si alzò a sedere mentre suo padre dava una sberla sul ginocchio di Jamie. Toccato, Jamie saltò in piedi, gridando, rovesciò il bicchiere e fece cadere la sedia, il cane che aveva di fianco si svegliò e cominciò ad abbaiare. Per un attimo, nel cortile, davanti agli occhi straniti di Eric, non ci fu che baccano e fiamme”, p. 70.

In «Previous condition», Peter, un attore a New York, scoperto dall’affittacamere a occupare la stanza che l’amico Jules gli ha ceduto clandestinamente e costretto subito a lasciare l’alloggio perché afroamericano, non sa più come far fronte alle continue umiliazioni che da sempre subisce a causa del colore della sua pelle: “Sono stanco, amico mio, stanco. Sono disgustato. E ho paura. Sono in lotta da tanto di quel tempo che ormai non mi sento più neanche un essere umano. […] Impazzisco, o spacco la testa a qualcuno. Non mi preoccupo mica per quella miserabile stanzetta. Mi preoccupa invece quel che sta capitando, a me, dentro di me. Io non cammino per le strade, io striscio. Non sono mai stato così, prima d’oggi. Adesso quando vado in qualche posto fuori dell’ordinario, la prima cosa che faccio è domandarmi cosa succederà, mi accetteranno, e se vengo accettato, posso, io, accettare loro?”, pp. 98-99, corsivi nel testo.

Nel racconto successivo, Blues per Sonny, la voce narrante, un insegnante afroamericano di Harlem, racconta in prima persona il proprio rapporto con il fratello minore Sonny, un musicista jazz con un passato segnato dalla tossicodipendenza: “«Ma abbiamo appena convenuto» dissi «che non c’è modo di sfuggire al dolore. Allora, non è meglio accettarlo e… basta?» «Ma non c’è nessuno che lo accetta e basta» gridò Sonny «è questo che sto cercando di dirti. Tutti cercano di non soffrire. A te dà soltanto fastidio il modo con cui alcuni cercano di sottrarsi… perché è diverso dal tuo!»”, p. 146.

Segue Stamattina stasera troppo presto, un racconto che ruota attorno al presente e al passato del protagonista, un uomo di spettacolo che trascorre insieme all’amico Paul un’ultima notte in Francia prima di ritornare in America con la famiglia: “[…] penso che se non me ne fossi andato dall’America, non l’avrei nemmeno incontrata, non mi sarei mai costruito una vita tutta mia, non avrei mai penetrato la realtà della mia esistenza. Infatti la vita di ogni uomo comincia là dove le razze, gli eserciti, le religioni non contano più. Eppure sono sempre le razze, gli eserciti, le religioni che forgiano la vita di ogni uomo; le razze, gli eserciti, le religioni che hanno minacciato e distrutto moltissime vite”, p. 163.

Personaggio cardine di Come out the wilderness è questa volta una donna afroamericana, Ruth Bowman, una giovane divisa tra l’amore impossibile per Paul, un artista bianco sfuggente ed egocentrico, e la curiosità verso il principale, un uomo afroamericano che non solo le chiede di diventare la sua segretaria ma dimostra apertamente di essere interessato a lei: “Paul stava sempre preparando il terreno per qualche improbabile impresa, o per la fuga o per altro; ed era proprio questa la ragione, per cui le diceva sempre «tutto». Dire tutto è uno dei metodi più efficaci per serbare dei segreti. […] i segreti avvolti nello splendore della sincerità non si faranno scoprire nemmeno dai più abili e testardi investigatori, perché la luce cambia di continuo, e dimostra che non ci si può assolutamente fidare della vista”, p. 241.

Chiude il volume il racconto Uomo bianco, in cui la prospettiva della narrazione fin qui adottata viene completamente rovesciata: è lo sguardo di un vicesceriffo bianco a condurre il lettore a scoprire l’oscurità della violenza, a cui Jesse – il protagonista – è abituato fin dall’infanzia: “Poi tutti si spinsero in avanti, gridando e maledicendo, per fare a brandelli il corpo del negro, chi con le unghie, chi con il coltello, o con delle pietre. La testa di Jesse ricadde all’ingiù verso quella di suo padre. Qualcuno inzuppò il corpo del negro di cherosene. Dove prima era l’uomo, apparve un grande sudario di fiamme. Il padre mise a terra il suo figliolo. «Te l’avevo detto, no?» disse. «Questo picnic ti rimarrà impresso.»”, pp. 279-280, corsivo nel testo.

Non è un caso che il titolo della raccolta in lingua originale sia proprio Going to meet the man: se, da un lato, è evidente che su un piano strettamente tematico l’autore mette in luce problemi storici, come il razzismo nei confronti degli afroamericani o l’integralismo religioso da parte dei cristiani, dall’altro pare che James Baldwin scriva senza mai distogliere lo sguardo da quel nucleo che risiede in ogni essere umano, al di là dei modi e dei tempi di ciascuno, oltre le forme specifiche e i contesti, gli ambienti e la violenza del mondo. Un nucleo che non è tanto da raffigurare come un nocciolo rigido e immutabile quanto piuttosto come un fuoco, dall’origine invisibile e dalle sembianze quasi illusorie.

Baldwin mostra come l’uomo sia un vivente contemporaneamente preso nelle relazioni e costretto a fronteggiare l’irrelato, cioè la condizione di solitudine di un corpo umano unico e segnato dall’essere diverso. Tuttavia, l’autore rende evidente che anche la diversità dei corpi non è un dogma, una sicurezza, un rifugio, ed è sempre impossibile da definire perché in continuo movimento, è un vuoto che permette la vita, il gioco dell’incessante vicinanza e distanza tra i viventi, in un limbo tra il non essere del passato e del futuro. Non c’è un corpo ideale, non esiste l’incarnazione assoluta dell’umano.

Inoltre, l’autore pare suggerire che il movimento della vita non sia riducibile al dare e al ricevere dolore di esseri ciechi e violenti, come se ci si potesse toccare senza ferirsi, in un altro modo, un modo fedele a un movimento più ampio, più grande, come una misteriosa infanzia stupefatta. Che permette la sospensione prima del movimento e allontana ogni desiderio di coincidenza o di sopraffazione o di separazione: “Poi Creole si fece un poco avanti per rammentargli che stavano suonando un blues. E toccò qualcosa dentro tutti loro, toccò qualcosa anche dentro di me, e la musica si fece più intensa e più profonda, l’aria era piena di un’ansiosa attesa”, p. 154.

 
 
 

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