Il motel

 
 
 
di Chiara Stefanacci
 
 
 
 

Il motel della signora Johnson distava quattro chilometri dal centro, altri quattro chilometri dal mare ed era indicato sulla strada per mezzo di un cartello tanto intrigante quanto poteva esserlo la Johnson stessa. In città la conoscevano tutti per due semplici motivi: il primo era che gli abitanti di cui stiamo parlando non superavano i quattromila e buona parte di loro aveva da tempo immemore passato i settant’anni, perciò la signora Johnson se l’erano vista crescere mentre crescevano pure loro. E il secondo era che, il vecchio motel della Johnson, vecchio quanto lei, era la destinazione prediletta da quegli stessi abitanti che, stufi di scoparsi la moglie baffuta, preferivano farsi la scappatella domenicale in una delle sue quattordici stanze.

La Johnson li conosceva tutti e di tutti sapeva nomi e cognomi, indirizzi, mogli, figli, cani e gatti. Sapeva tutto ma se ne stava sempre zitta.

Ogni tanto, qualche disperato ubriaco se la provava a fare, la Johnson. Le si avvicinava accasciandosi sul bancone della reception e le chiedeva cortesemente di fargli qualche favore.

Ti prego Johnson, succhiamelo.

Cose così, ecco. La Johnson non aveva nemmeno bisogno di aprire bocca. Prendeva il suo bastone di legno e lo tirava dritto in testa al malcapitato che tentava di tornarsene a casa strisciando, per poi rinunciare e addormentarsi sull’asfalto.

In fondo, però, alla Johnson, essere oggetto del desiderio di chicchessia un po’ le piaceva. Che fosse la sua bocca raggrinzita o il suo culo flaccido a suscitare l’interesse svogliato e disperato di chi non si poteva permettere altro, poco importava. L’immagine di quelle vecchie carni molli che sbattono l’una contro l’altra la eccitava. Ma mai si era sognata di cedere alla tentazione di tali bassezze. Il suo compito era uno e uno solo: assegnare le stanze a coloro che le richiedevano e farsi pagare.

motel-squadernautiIl motel della signora Johnson era conosciuto da tutti con questo nome. Non veniva utilizzato per altro se non per scopare.

La Johnson, che ormai ci era abituata, nel corso degli anni ci aveva fatto l’orecchio a tutti quei colpi e quegli urli animaleschi. Se ne stava in poltrona, accanto alle piccole chiavi dorate e occupava il tempo facendo le parole crociate. Chissà perché, anche quando erano degli estranei a presentarsi al motel, in qualche modo si capiva che cercavano un luogo sudicio quanto le cose che avrebbero poi fatto tra di loro. La Johnson non aveva mai consegnato, durante i suoi quarantacinque anni di servizio, un mazzo di chiavi a qualcuno che, semplicemente, cercava un posto per dormire.

La sera del trenta settembre il motel era deserto. Aveva piovuto per tutto il giorno, le strade erano specchi d’acqua grigia e il motel emetteva una flebile luce arancione. La Johnson non aveva avuto un gran daffare e perciò se ne era rimasta gran parte della giornata in poltrona, a dormire. Aveva la bocca spalancata e un rivolo di bava le era colato sul collo quando venne svegliata dal campanello appeso sopra la porta.

Erano in due, entrambi bagnati fradici: lui con lo sguardo triste, lei coi capelli lunghi appiccicati al volto ricoperto di mascara.

Il ragazzo si avvicinò al bancone, Buonasera, le disse, vorremmo una stanza.

La Johnson si alzò dalla poltrona tenendosi al bancone. Si pulì la bocca.

Nome?

Joseph Lewis.

Joseph Lewis, ripeté la Johnson riportando l’informazione sul suo libro. Poi si rivolse ai ragazzi con sguardo assente: Potete scegliere tra camera singola o doppia, vista strada o bosco. Avete preferenze?

No, esclamarono all’unisono.

Bene, rispose lei, soddisfatta di non doverli accompagnare fino in fondo al motel, dove i clienti godevano della vista sul boschetto di ginepro.

Ecco a voi, disse porgendogli la chiave. Camera numero due, a destra in fondo al corridoio.

La ringraziarono e si allontanarono.

Fu come se nessuno fosse mai entrato, non appena i due sparirono dentro il cunicolo che portava alle stanze, la Johnson si ricompose nella sua posizione naturale, incurante della presenza dei due ospiti.

Chi fossero o da dove venissero non le interessava perché erano esattamente come tutti gli altri. Entro dieci minuti li avrebbe sentiti ansimare, far cigolare le molle del letto, farle credere che quella crepa sul muro avrebbe dovuto ripararla, prima o poi, quantomeno prima che uno di quei sonori colpi non la spaccasse in due.

I ragazzi, dalla loro, avevano in testa tutto fuorché la tentazione di sbattere l’altro sul letto.

Sarah era impresentabile: gli occhi arrossati e le guance nere di trucco.

Non ti si può guardare, le disse Joseph, incontrando il suo sguardo attraverso lo specchio del bagno.

Lei ricambiò lo sguardo e rimase impassibile. Gli rispose solo quando lo vide allontanarsi.

Sei uno stronzo, gli disse.

Sì, me l’hai già detto.

Non rispose. Era vero, glielo aveva già detto, glielo diceva sempre. Ogni volta che litigavano, Sarah, sentiva questa rabbia cieca che le stringeva e dilatava lo stomaco, che s’insinuava nel cervello, offuscando tutti i bei pensieri che aveva per lui, tutte le promesse che si erano fatti e i progetti che avevano costruito. La sua rabbia era capace di impossessarsi di tutta la sua persona, trasformandola in una bomba inesplosa. E lui lo sapeva. Lo sapeva bene perché ce l’aveva anche lui, quella rabbia.

L’unica differenza tra lui e lei era che Joseph aveva imparato a gestirla.

Non ti sopporto più, gli disse uscendo dal bagno.

Anche io non ti sopporto quando fai così. Si sdraiò sul letto. Le molle cigolarono sotto il suo peso.

Quando faccio cosa? Sei tu che hai iniziato tutto, Joseph.

Io non ho iniziato niente.

Perché non stai zitto?

Basta, chiudiamola qua.

Bella questa.

Che cosa ti devo dire?

Non ti importa niente di me, sbraitò lei fissando la sua figura inerme distesa sul letto, a te interessa di noi solo quando le cose vanno bene.

Si alzò in direzione della finestra. Non c’erano molti posti in cui scappare, la stanza era piccola e oltre alla camera da letto c’era solo un bagno sudicio, troppo stretto per chiuderci dentro tutta la rabbia che le spaccava in due lo stomaco.

Quando erano a casa lei lo faceva spesso di cercare una via di fuga. Quando non ce la faceva più, quando aveva urlato troppo e sbattuto tutte le porte, alla fine, se ne andava. Era la sua soluzione.

Avevano entrambi il loro modo di fuggire via dall’altro per poi vedere se questo sarebbe rimasto. Joseph la lasciava direttamente, senza sbattere porte, senza urlare. Gli bastava aspettare che lei si calmasse, che la smettesse di piangere e gridare per poi dirle, “è finita”. Ma era tutta una dinamica ridicola, da una parte e dall’altra. Perché l’unica cosa che nessuno dei due era in grado di dirsi era che dietro quel “è finita”, dietro lo sbattere le porte e andarsene, c’era un patetico eppure necessario pensiero antico che entrambi sentivano verso l’altro: “ti prego, resta con me.”

Ma, per dirselo, avevano bisogno di farsi del male. E mentre loro si stavano facendo del male a suon di insulti e grida, la Johnson si chiedeva quale fosse il problema di quei due. Era sprofondata nella sua soffice poltrona e aveva ripreso a fare le parole crociate. Fu solamente dopo il secondo urlo della ragazza che capì esserci qualcosa di strano. Ora le parole crociate erano immobili sulle sue gambe mentre lo sguardo era vigile e attento quanto l’orecchio, proteso verso le chiavi dorate, intento a trapassare il muro e desideroso di sapere ancora e ancora, di sentire qualcos’altro che non fosse il solito orgasmo.

La Johnson fu accontentata proprio dopo essersi protesa di più verso il muro, con una mano appoggiata all’orecchio, quando Sarah urlò di nuovo.

Perché non dici niente?

Perché non ho niente da dire, sono stufo.

E pensi che io mi diverta?

Sì, Sarah, penso che tu ti diverta, le disse, gli occhi colmi di frustrazione.

No! Urlò, Mi stai facendo impazzire.

Sei tu che sei pazza.

VAFFANCULO.

Iniziò a singhiozzare, si accovacciò sulla moquette tenendosi la testa con le mani.

Urla ancora una volta e ti giuro, Sarah, che mi prendo un’altra stanza.

Lei lo guardò e con la voce strozzata dai singhiozzi urlò, Vaffanculo.

Joseph si alzò e, come promesso, uscì sbattendo la porta.

La Johnson non fece a tempo a staccarsi dal muro e a ricomporsi nella sua solita posizione che se lo ritrovò di fronte, gli occhi cerchiati di rosso.

Vorrei un’altra stanza, se possibile.

Lei lo fissava sconvolta, si udiva lontano il singhiozzare della ragazza.

Lo sa che dovrete pagarle tutte e due?

Sì, non importa, mi dia un’altra stanza.

Va bene. Prese il registro, le tremavano le mani, forse per la paura o forse per l’eccitazione di quel qualcosa di nuovo che stava accadendo proprio lì, dove, di solito, non capitava niente di diverso da ciò che si vede e si sente in un bordello.

La numero tre va bene?

Ne ha una più distante?

La sei?

Benissimo. Prese il portafoglio e lasciò cadere i contanti sul bancone. La Johnson lanciò un’occhiata al giovane che se ne andò di fretta, senza darle il tempo di chiedere nulla.

Lo sentì entrare nella camera due, probabilmente per prendersi le sue cose e, non appena la porta si chiuse, un silenzio pesante si librò nell’aria di tutto il motel. Pareva di essere dentro una bolla d’acqua. La pioggia cessava e la Johnson rimase immobile in attesa, le mani incollate al bancone, i soldi ancora fermi nella stessa posizione.

Udiva rumori indistinti, cose che vengono prese e spostate, passi ammorbiditi dalla moquette. Poi la porta si riaprì e si sentì chiaramente la voce della ragazza che urlava: “Chi è che se ne va, adesso?”

Silenzio. Nessun suono, nessuna risposta. Erano tutti e tra paralizzati in una quiete incerta, tutti in attesa di una mossa dell’altro.

Non accadde niente. La bolla d’acqua si era allargata così tanto da aver congelato tutto ciò che aveva incontrato nel suo passaggio: i loro corpi, i loro pensieri e le loro intenzioni. Rimasero così, lui con la mano incollata al pomello della camera due, lei seduta sulla moquette in cerca della sicurezza di un contatto, la Johnson liquefatta nella sua poltrona, gli occhi pericolosamente aperti e incerti.

Fu Joseph a muoversi. La Johnson lo sentì.

Un passo indietro, una porta che cigola e si chiude, due corpi che si incontrano ancora, si scontrano, un cigolio, un miscuglio di respiri, di mani che si uniscono e si tengono, si trattengono e poi si lasciano andare, sfiorandosi, premendo sull’altro col bisogno di sentirlo ancora lì, presente, vivo.

Il motel della signora Johnson è sempre stato un luogo costruito per consentire alle persone di lasciarsi andare alle proprie pulsioni sessuali. La distanza dalla vita reale era perfetta. Le camere erano costruite per quest’unica funzione. Le lenzuola venivano lavate dalle macchie del corpo umano ogni sera e riposte con cura ogni mattina dalla Johnson stessa. Non esistevano segreti là dentro, né limiti, né paure.

La Johnson non si era mai lasciata andare a niente di più che non fosse vivere con indifferenza dentro quelle zozzerie che erano la sua quotidianità.

La notte del 30 settembre Joseph e Sarah tirarono calci e pugni contro i mobili, ruppero una lampada, rimasero in silenzio a lungo, mostrarono alla Johnson che al di là del piacere sessuale esisteva un altro mondo di relazioni umane in cui le persone hanno paura dell’altro e mentre lo desiderano lo cacciano via, per paura di essere feriti ancora. Fu la prima notte in cui la Johnson credette di sbagliarsi quando sentì lei gemere di piacere e lui urlare mentre la testiera in ferro del letto matrimoniale sbatteva contro il muro della camera numero due.

E fu anche la prima notte in cui sia la sua stanza da letto che la poltrona della reception rimasero vuote. La tentazione di certe bassezze si era fatta largo dentro di lei e, per la prima volta, aveva ceduto. Ora al motel della signora Johnson non c’era più solo una coppia che godeva. Chiusa a chiave nel piccolo bagno accanto alla reception, le dita impegnate a soddisfare tentazioni mai appagate, la Johnson, finalmente, rideva.

 
 
 

Chiara Stefanacci, nata nel 1992, vive e studia a Genova, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e, attualmente, frequenta il corso magistrale in Storia dell’Arte all’università. Ha scritto un romanzo come tesi di laurea, senza mai volerlo pubblicare, ma non ha mai smesso di scrivere. Si divide tra lo studio dell’arte, la lettura e la scrittura.

 
 

Illustrazione originale di Francesca Morini.

 
 
 

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