Mia madre si chiama Loredana

 
 
 

Prezioso e originale poema in prosa e per immagini che ruota attorno alla figura di una donna, Mia madre si chiama Loredana (Quodlibet 2016) di Stefano Ricci – disegnatore e artista grafico qui anche in veste di scrittore – è composto di brevi sequenze di vita quotidiana, frammenti di discorso, ricordi, descrizioni di fotografie, di disegni e di sogni.

mia-madre-si-chiama-loredana_copertinaUna realtà sempre sospesa sull’ignoto visita la voce narrante, si fa presenza che non si può trattenere, mentre colui che dice, racconta – sebbene in grado di sentire e riferire con esattezza – è solo un testimone, persino delle proprie azioni, come accade in una visione o nella dimensione onirica.

Un sentimento di inappartenenza e di silenziosa gratitudine innerva queste pagine (rendere grazie è cioè volgere l’attenzione a ciò che non previene da noi, riconoscerne l’esistenza e l’unicità): le tavole con le immagini quasi simboliche, dai confini netti eppure riempite di oscurità, si alternano ai capitoli, in cui tutto è detto con sicurezza misericordiosa, distinto chiaramente e concluso – sebbene irrisolto – eppure guardato come sempre sul punto di fluire in qualcos’altro, di diventare altro.

Vita che si moltiplica, tesa e pronta a seguire solo l’ordine del movimento, materia ingovernabile: “Non riesco a chiudere il libro, che si apre continuamente in direzioni diverse, come un rampicante, come una pianta matta”, p. 229.

Ogni parte è solo una breve interruzione di ciò che non può che continuare, ogni parte è immersa in un legame, tutto è invisibilmente collegato.

Le molte presenze del poema che si susseguono senza aggiungersi non sembrano il frutto di un atto di deliberata immaginazione; esse sono piuttosto lasciate venire, sono richiamate dal buio, da una vaghezza vibrante che le contiene: sono figure familiari tra il presente e la memoria, come il fratello (“Oggi mio fratello mi ha scritto una mail, dice che questa mattina, guidando, si è ricordato improvvisamente di un’immagine, che ha visto ieri”, p. 253) o il padre (“Noi ci siamo sdraiati sulla sua schiena, aggrappati al collo e lui nuotava molto calmo, quasi senza rumore, faceva uno sbuffo solo quando buttava fuori l’aria, uno spruzzo d’acqua che ci arrivava sulla faccia”, p. 29); sono animali domestici, come il cane Ada, e selvatici, nonché paesaggi naturali di boschi, prati e laghi (“Ada si allontana nella foresta. La chiamo e non risponde, la sento abbaiare lontano e sento anche il grido di un piccolo, non so di quale animale. Di nuovo la chiamo e finalmente appare alle mie spalle, in bocca ha un cerbiatto, un po’ più grande di un gatto”, p. 273); sono le cose, “che vivono e muoiono secondo un loro destino, che non siamo in grado di cambiare” (p. 173) oppure solo semplici gesti (“Come spavento Ada abbracciandola e come mi sembra facesse Hölderlin che spaventava, con inchini esagerati, gli ospiti che andavano a trovarlo nella torre. Comportamento che capisco bene, di qualcuno che sta forse un po’ solo”, p. 21).

Tutto pare provenire da lei, la madre, mai mostrata in una rigida staticità, restituita piuttosto attraverso le azioni magiche che compie, quale sarta esperta che cuce, ripara e ridà nuova vita, o donna impegnata in attività manuali e intellettuali, attiva e curiosa, mentre sgrana i piselli, prepara la pasta delle tagliatelle, guarda a lungo una rondine e legge I fratelli Karamazov con una lente russa; oppure ritratta direttamente attraverso le sue stesse parole (“L’anno scorso, dopo il funerale di mio padre, io e mia madre abbiamo attraversato insieme il cimitero guardando le colline verdissime e buie. E abbiamo parlato di mio padre. Mia madre ha detto: spero che adesso non abbia più paura”, p. 101).

La madre è una persona che non ha bisogno di affermare la propria identità, non teme di perdersi, di dissiparsi, di dimenticare, quasi fosse un grande albero secolare – quella douglasia che viene citata nel breve trittico “Cose che cadono”, una conifera mostrata con le scaglie della corteccia sulle radici: particolarmente suggestiva risulta quindi la sequenza successiva, quando la donna racconta al figlio di aver riso dopo essersi accorta di aver scambiato per foglie secche le banconote che uscivano dalla propria borsetta.

L’immagine e la scrittura paiono ogni volta immerse in un medesimo ritmo, legate l’una all’altra da un tratteggiare che non vuole spiegare; come l’immagine non ha funzione decorativa né completa il testo scritto, così il testo non cerca di chiarire l’immagine. Disegnati sulle tavole o raccontati nei testi, figure e ambienti sembrano personaggi che agiscono in un sogno: anche la madre forse non è che un’ombra, reale e irreale, un essere vegetale e in movimento, una divinità protettrice: “Sembra viva, sembra una cosa cresciuta dalla terra, un pioppo ma sinuoso, flessibile, sembra che si muova al vento. […] segue la persona che si trova in una condizione vitale, potenziale, di passaggio, in uno stato vulnerabile. Una persona che non è ancora tornata a casa. Disegnando mi sento spesso così”, pp. 105-109).

Come se l’arte e la vita dovessero continuamente guardare a quell’ombra, alla fine della luce, della chiarezza, a ciò che il corpo è e genera, a quell’oscura e incomprensibile sovrabbondanza che ci delimita.

 
 
 

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